Laurie Anderson: l’uragano come una delle belle arti

di Riccardo Bertoncelli - foto di Roberto Cifarelli

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Il Kronos String Quartet e Laurie Anderson (28 giugno 2013 - foto di Mark Allan)
Il Kronos String Quartet e Laurie Anderson (28 giugno 2013 - foto di Mark Allan)

Il nuovo album di Laurie Anderson, il primo con il Kronos String Quartet, ha preso spunto da uno «spettacolo catastrofico, bello e magico nello stesso tempo».

Da bambina, Laurie Anderson vinse un concorso e girò l’Europa con altri scolari prodigio in uno spettacolo chiamato Talented Teen USA. Nel suo spazio, che aveva chiamato «Chalk Talk», raccontava diversi aspetti della vita americana aiutandosi con fumetti che disegnava sul momento. È facile trovare in quella ingenua rassegna scolastica le radici di tante performances venute più tardi. In fondo Laurie non ha mai fatto altro: raccontare storie, indagare l’America e sé stessa con occhio sensibile e gusto del paradosso, usando gli strumenti comunicativi più utili. Se non è mai diventata una «professionista della musica», come ha sempre amato dire con modestia e forse con orgoglio, lo si deve anche al fatto che non di soli suoni ha vissuto la sua arte ma di fiumi di parole, e di film, diapositive, fumetti, di oggetti fissi nella loro prosaica realtà o trasformati con sfrenata fantasia. Un mondo intero, non solo un pregiato catalogo musicale.

Questo mondo è in continua espansione anche adesso che la signora ha girato la boa dei settanta. Un film dedicato alla sua adorata rat terrier Lolabelle (Heart Of A Dog), uno spettacolo multimediale intitolato The Language Of The Future, uno show in collegamento Africa-New York con un ex detenuto di Guantanamo (Habeas Corpus) sono le principali new entries degli ultimi anni; e la prima collaborazione in assoluto con il Kronos String Quartet, Landfall, che ha preso forma nel 2013 come performance teatrale e ora arriva in versione ridotta su un disco della Nonesuch.

Laurie Anderson (foto di Roberto Cifarelli)
Laurie Anderson (foto di Roberto Cifarelli)

C’è una storia strana dietro a questo progetto, una vicenda che ha rischiato di mandarlo a monte e ha finito invece per arricchirlo, secondo uno di quei paradossi che fanno tanto Laurie Anderson. Il 29 ottobre 2012 l’uragano Sandy, che già da giorni imperversava nel mar dei Caraibi, colpì la città di New York e portò la propria furia in migliaia di case. In un appartamento del West Village, Laurie assisté in pochi minuti allo straordinario spettacolo del suo laboratorio musicale devastato dall’acqua. Gli strumenti, i libri, gli appunti, gli spartiti, tutto da un momento all’altro galleggiava. C’era da disperarsi e da avere paura ma, per quanto sconvolta, l’artista riuscì a tener fede al suo credo: trovare gli occhi giusti per vedere le cose, così come le orecchie non possono essere sempre le stesse per avvenimenti e suoni diversi. «Tutto c’è già», ammoniva il saggio John Cage. Meglio inventare sguardi nuovi e insoliti piuttosto che scervellarsi con il mito della «creazione» a tutti i costi. Così, in fondo a quello spettacolo catastrofico Laurie Anderson scorse bellezza e magia, e immaginò che la Natura avessse bussato alla sua porta tanto imperiosamente non solo per distruggere ma anche per dare. Stava lavorando in quei mesi a un ciclo di canzoni in collaborazione con il Kronos Quartet dove, secondo il suo canone consueto, musica e parole si intrecciavano e storie lontanissime tra loro, come da un quaderno di appunti spalancato a caso, entravano e uscivano dal flusso dei suoni. Sandy ci stava benissimo, in quella narrazione, accanto a ricordi di un buffo karaoke in Olanda, a sogni ricordati vagamente o all’elenco delle specie animali estinte, dall’ursus maritimus tyrannus al ratto muschiato della Martinica; condizionando certo anche la musica, rendendo più scura e malinconica la materia sonora e tempestosi certi passaggi, in contrasto con la voce sempre così candida, pacata, mai scossa dalle onde delle storie narrate.

Alla fine Landfall ha preso la forma di uno spettacolo di quasi due ore dal vivo e di un album di settanta minuti, diviso in trenta «brevi, emozionanti, volubili capitoli». «Una struttura polifonica per occhi e orecchie», la definisce l’autrice. «Sono sempre stata affascinata dal complesso rapporto tra parole e musica, nei testi delle canzoni, nelle sovratitolazioni, nelle voci fuori campo. In Landfall gli strumenti orientano il loro linguaggio mediante il nostro nuovo software di testo, erst. La miscela di suoni di archi, sia elettronici sia acustici, è il suono dominante. La maggior parte della musica è stata creata dalle armonie e dai delays di un software unico, progettato per viola solista e rimodellato per quartetto. In più ci sono elementi di optigan, una tastiera che utilizza informazioni memorizzate su dischi ottici.»

Laurie Anderson (foto di Roberto Cifarelli)
Laurie Anderson (foto di Roberto Cifarelli)

Se Landfall è tanto intenso e suggestivo, molto si deve al Kronos String Quartet, che alle soglie dei quarant’anni di attività non ha ancora perso il gusto della ricerca, della scoperta, dell’esperimento. È la prima volta insieme di questi miti dell’avanguardia americana e sembra incredibile, visto il lungo tempo trascorso da quando calcano le scene: «Music For Dane Rudhyar», la prima pubblicazione Kronos per la CRI, è del 1979, mentre O Superman, il singolo che lanciò Laurie Anderson addirittura nelle classifiche, è del 1981. Due percorsi diversi, da allora: parsimoniosa la signora, che si è concentrata sulle performances in scena e ancora non è arrivata ai dieci album in studio, incontenibili David Harrington e compagni, che hanno fatto il giro intero della musica americana, da Monk a Terry Riley, da Bill Evans a Hendrix a Harry Partch, da Steve Reich a Morton Feldman, e faremmo notte a ricordarli tutti. E non solo America: nello sterminato catalogo ci sono anche Astor Piazzolla e il compositore cinese Tan Dun, Alban Berg e Arvo Part, musiche di Bollywood, dell’Azerbaigian, dell’Asia Centrale, tre Kyrie di Guillaume de Machaut e una composizione di santa Ildegarda di Bingen – anche qui giusto per fare qualche esempio. Laurie Anderson non è solo una figurina che mancava per completare la collezione ma un’artista capace di spostare il discorso e di investire la musica di nuova luce, «la maga che ha sempre abitato quei luoghi segreti in cui la tecnologia ha personalità, dove il “tempo reale” è messo in discussione e tutti gli elementi della performance si compongono in musica», come spiega ammirato Harrington. Siamo sempre nel grande campo degli sguardi differenti, e in effetti al Kronos sono spesso mancati, come ammette lo stesso leader, «il senso del gioco e del divertimento» di questa «chimica ideale, ma forse sarebbe meglio dire alchimista, nel laboratorio della musica».

Riccardo Bertoncelli