Krakauer e DeJohnette nel tempio della classica

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Krakauer's Ancestral Groove, 17 ottobre 2016, Teatro Comunale Bologna - foto Daniele Franchi

17 e 23.10.2016, Teatro Comunale, Bologna

Grazie alla collaborazione fra il Teatro Comunale e l’associazione Musica Insieme, due concerti di “Bologna Modern, festival delle musiche contemporanee” hanno riportato il jazz nella settecentesca Sala dei Bibbiena. Non è certo un’operazione nuova: fra l’altro anche la Biennale Musica 2016 di Venezia ha ospitato un mirato progetto jazzistico in esclusiva e c’è anzi chi ritiene che questo ricorso al jazz da parte del circuito della musica classica e contemporanea non nasconda intenti di ammiccante trasformismo. Ben venga comunque, perché le proposte ascoltate a Bologna erano piuttosto insolite e attraenti.

Nel concerto del quartetto Krakauer’s Ancestral Groove i protagonisti sono stati ovviamente i clarinetti del leader, che hanno esposto fraseggi serpentini, in cui le note puntute e sforzate erano soffiate con tale prepotenza da diventare ognuna un glissando dall’intonazione incerta. Nei brani più lenti è emerso invece un vibrato sensuale, debitore verso il modello di Sidney Bechet. Indubbiamente una pronuncia personale e di grande espressività quella di David Krakauer, capace di trasfigurare e ibridare la tradizione del klezmer. Salvo rari casi i brani sono stati introdotti dai partner, che hanno creato un sostenuto contesto funky dai vaghi riferimenti etnici. In particolare evidenza è risultato il drumming perentorio di Mike Sarin, mentre la chitarra di Sheryl Bailey e il basso elettrico di Jerome Harris hanno inserito anche flussi più soft e avvolgenti, coadiuvati dagli interventi eccentrici ma mai disturbanti dell’elettronica di Keepalive.

Krakauer’s Ancestral Groove, 17 ottobre 2016, Teatro Comunale Bologna – foto Daniele Franchi

Difficile dire quanta improvvisazione e quanta collaudata routine ci fosse nella musica del trio di Jack DeJohnette con i due figli d’arte Ravi Coltrane e Matthew Garrison, in esclusiva italiana e con un cd Ecm alle spalle. Tuttavia l’indeterminatezza dei confini tematico-strutturali, certi contrasti armonici, i lenti momenti di raccordo fra brani di varia origine, la strana e sfrangiata impostazione dell’interplay, l’evanescente uso della componente elettronica hanno dato l’impressione che l’aspetto improvvisativo fosse abbastanza elevato… anche se poi la ricerca della giusta tensione ha raggiunto di rado apici notevoli. DeJohnette ha espresso un drumming ancora tonico ed efficiente, oltre che personale; peccato che per brevi intermezzi sia ricorso anche al canto e al piano. Sia al soprano che al tenore Coltrane ha avuto spunti interessanti e il sound soffuso e cangiante del basso elettrico di Garrison ha costituito un morbido sottofondo connettivo.

Libero Farnè