Shabaka Hutchings: «Ogni artista dovrebbe curare la propria dimensione spirituale»

di Nicola Gaeta - foto di Guidou Pierrick

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Shabaka Hutchings

Shabaka Hutchings, sassofonista londinese di famiglia barbadiana, ci parla dei suoi numerosi progetti e del nuovo album dei Sons Of Kemet, forte atto d’accusa nei confronti dell’establishment britannico.

C’ è una nuova scena musicale che da qualche tempo si sta diffondendo per l’Europa e ha il jazz come punto di partenza della sua spinta propulsiva. Molti dei musicisti che ne fanno parte hanno firmato per la Brownswood Recordings di Gilles Peterson, il cui zampino ha un ruolo fondamentale nella promozione di questi artisti che altrimenti, in un sovraffollamento di suoni come quello che stiamo vivendo, avrebbero serie difficoltà nel farsi notare. È una scena in cui l’Africa si mescola a un’esigenza di rinnovata spiritualità e che alcuni anni fa ha iniziato a far conoscere in Europa musicisti come l’etiope Mulatu Astatke o il nigeriano Orlando Julius: entrambi, guarda caso, headliners degli Heliocentrics, un collettivo di musicisti londinesi attivi sin dal lontano 2007. I nomi più in vista oggi sono quelli di Ezra Collective, Nubya Garcia, di Kokoroko, di Moses Boyd e, naturalmente, di Shabaka Hutchings, un sassofonista di trentaquattro anni nato a Londra che ha studiato i suoi strumenti – il sax tenore, ma anche il clarinetto – alle Barbados e che ha avuto modo di mettersi in mostra, oltre che con i succitati Heliocentrics, anche al fianco di Charlie Haden, di Evan Parker, di King Sunny Ade. Collaborazioni trasversali, che rendono ragione di una musicalità in cui avanguardia e ritmi ancestrali si sposano ad un amore per la ricerca culminata nella nascita di tre progetti in cui il sassofonista ha il ruolo di leader: Sons Of Kemet, The Comet Is Coming e Shabaka And The Ancestors, il cui «Wisdom Of Elders» del 2016, registrato con musicisti sudafricani e da noi recensito a suo tempo, ha segnato una tappa importante della musica di quell’anno. L’ultima incisione di Hutchings, «Your Queen Is A reptile», è a nome dei Sons Of Kemet. Con lui i termini «diaspora caraibica», «afro-futurismo », «spiritual jazz», tornano a prendere corpo.

«Your Queen Is A Reptile » è la terza avventura discografica dei Sons Of Kemet. Parlaci della genesi di questo progetto…
Era qualcosa che mi frullava in testa da un po’ di tempo. La contraddizione tra l’essere un cittadino britannico e avere delle origini caraibiche, il contrasto di una sensazione vissuta come conflittuale e parecchi interrogativi. Quali sono i miei veri diritti? Chi mi rappresenta davvero? I leader che qualcuno mi ha imposto dall’esterno, oppure quelli che io ritengo siano i miei veri leader? Con questo titolo volevo mettere in risalto un aspetto che ritengo importante per chi, come me, è un britannico caraibico e che cresce attraverso un processo di assimilazione subendo una sovranità politica che non ha scelto ma che ha subito. Rappresentato da una regina da cui non si sente rappresentato e che invece avrebbe scelto un’altra regina che lo rappresentasse, se avesse potuto. Perché qualcuno, solo per il fatto di nascere in una determinata famiglia, acquisisce automaticamente determinati diritti e privilegi e, soprattutto, la possibilità di governare sugli altri? Per me questa è una cosa assurda. Da qui il titolo. La regina diventa un rettile, e nello stesso tempo io cerco di capire quali siano le donne che sono state veramente importanti per me, quelle che mi hanno veramente ispirato, e le indico molto esplicitamente.

Sons Of Kemet
Sons Of Kemet

 

Ecco, la diaspora caraibica. Nel Regno Unito è un problema molto sentito dalla tua comunità e nel disco, come hai detto, paghi un tributo ad alcune delle «regine» che hanno segnato la tua educazione e formazione culturale. Conosco alcune di loro, Angela Davis per esempio, ma non ho alcuna notizia di Nanny Of The Marrons oppure di Albertina Sisulu. Me ne parli? Chi di loro ha maggiormente impressionato il tuo immaginario?
Probabilmente Ada Eastman, la mia bisnonna che ha vissuto sino alla veneranda età di 103 anni. Credo sia stata lei a stimolare maggiormente la mia immaginazione. La sua determinazione, il suo esempio di persona che ha lavorato duro nella vita per ottenere qualcosa. Il mio modo di lavorare deve molto a lei.

Sei coinvolto in diversi progetti come The Comet Is Coming e il lavoro con gli Ancestors, e Sons Of Kemet è soltanto uno di essi. Molta gente oggi parla del ritorno della spiritualità nel jazz, ma la mia impressione è che questo abbia poco a che fare con «Your Queen Is A Reptile». Pensi che la spiritualità abbia un ruolo nella tua musica?
Direi proprio di sì. Per me la spiritualità è un viaggio, qualcosa che riguarda la comprensione di noi stessi e, ovviamente, della musica che è parte di uno schema più grande. La spiritualità è una maniera attraverso la quale comprendere la propria vita, ti fa capire il ruolo della musica che, alla fine, diventa uno strumento in grado di curare te stesso, uno strumento di comprensione. E anche un modo di essere. Ogni artista dovrebbe curare la sua dimensione spirituale.

Ci racconti qualcosa della tua vita?
Sono nato in Inghilterra, a Londra, la città in cui ancora vivo. Mia madre mi ha portato con sé alle Barbados quando ero molto piccolo: avevo sei anni. Lì sono stato educato. Alle Barbados è più semplice perseguire un programma di educazione, anche se non sei molto ricco, al contrario dell’Inghilterra, soprattutto a quei tempi. È stato in quel periodo che mi sono innamorato della musica, un amore che non mi ha più abbandonato sino ad oggi. La musica è diventata la mia vita, il mio modo di interagire con il mondo.

Raccontami qualcosa della scena del jazz britannico e del tuo legame con essa. Penso a gente come Soweto Kinch.
È incredibile che tu mi chieda di Soweto… Lui è stato uno dei primi che ho conosciuto quando sono tornato in Inghilterra dalle Barbados. Dirigeva ogni settimana una jam session a Birmingham. Dopo un paio d’anni mi sono trasferito a Londra dove stavano avvenendo un sacco di cose: era proprio all’inizio degli anni Duemila. Ho conosciuto gente come Steve Williamson dei Jazz Warrior e tanti altri musicisti. Ed era molto bello, perché si trattava di gente molto aperta con la quale non ho avuto alcun problema a entrare in rapporto.

Sons Of Kemet - Your Queen Is A Reptile

Ti faccio i nomi di alcuni musicisti e tu mi dici chi di loro ti ha maggiormente influenzato…
Vai…

Nikele Moyake, Hugh Masekela, Abdullah Ibrahim, Miriam Makeba.
Probabilmente Miriam Makeba. Per il suo feeling e per il ruolo che ha avuto in Sud Africa.

Il termine jazz è corretto per definire la tua musica?
Bella domanda… Difficile rispondere. Dipende… Non so se è il termine più appropriato. Cerco di spiegarmi meglio: innanzitutto la parola jazz è problematica di suo. A molti musicisti non piaceva quella parola, la ritenevano limitante. Artisti come Charlie Parker, John Coltrane, Duke Ellington non gradivano usare quella parola per definire la loro musica, semplicemente perché esprimeva qualcosa che li ingabbiava in un recinto. Dipende ovviamente dal significato che vogliamo dare a quel termine: se parliamo di qualcosa che ti consente di esplorare, di trovare altri significati, allora mi posso definire un musicista jazz, ma se ci riferiamo a qualcosa che deve essere rigidamente ingabbiato in un contesto che ha delle regole precise, allora non mi piace essere definito un musicista jazz, anche se qualche volta, anzi spesso, sento il bisogno di utilizzare elementi della tradizione jazz. Una delle cose che apprezzo della parola jazz è che non ha un significato univoco, è una parola in grado di ispirare qualcosa che si muove, con la quale confrontarsi.

È curiosa la tua posizione. Lo sai che ci sono alcuni musicisti afroamericani, negli Stati Uniti, che sostengono che «jazz» sia un termine offensivo, o almeno da loro ritenuto tale, per definire la loro musica? Loro la vorrebbero chiamare BAM (Black American Music)… Tu che ne pensi?
Credo sia molto ragionevole per i motivi di cui ti parlavo. E mi fa piacere che a sostenerlo siano degli afro-americani. Vuol dire che c’è un sentimento trasversale che accomuna musicisti di continenti diversi che hanno delle affinità non esclusivamente musicali. Il significato delle parole cambia con il passar del tempo, e se oggi quei musicisti non si riconoscono nel significato di quel termine, trovo che ciò di cui stai parlando sia giusto. Se stessi parlando con qualcuno che proviene da quella tradizione, non userei il termine jazz. Anche se, per carità, ognuno può avere la sua opinione e io sono aperto a tutte le diverse prospettive.

So che sei un grande lettore. Quali sono gli scrittori che ti piacciono?
Uno scrittore che mi ha sempre colpito è Eduardo Galeano, il romanziere uruguayano scomparso da pochi anni e che non riesco a togliermi dalla testa.

Qual è il prossimo progetto importante al quale stai lavorando?
Il nuovo disco dei Comet Is Coming, che sarà pubblicato verso la fine dell’anno.

Nicola Gaeta

[da Musica Jazz, giugno 2018]

[leggi anche:

La recensione del disco dei Sons Of Kemet «Your Queen Is A Reptile»

La nascita dei Sons Of Kemet, in una precedente intervista a Shabaka Hutchings.]