Sam Rivers «Emanation»

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AUTORE

Sam Rivers

TITOLO DEL DISCO

«Emanation»

ETICHETTA

NoBusiness


Nel recensire «Barracoon» di JD Allen si era tentato di sottolineare la divaricazione tra «senso» (anche come capacità descrittiva e comunque come storia, che non può appagarsi del semplice appartenere a una più ampia Storia–tradizione) e mera «saturazione», rimpiangendo una voglia di avventura mancante. Nell’album di Rivers qui in commento avviene l’opposto: la vertigine creativa crea positivamente un vuoto, capace di sostenere la musica in termini di desiderio, di progettualità, di narrazione, mantenendo l’improvvisazione ad un livello di tensione sempre molto elevato, stimolante e fecondo. Il concerto riportato sul disco risale al 1971, e la pubblicazione fa parte di un piano più ampio di recupero degli archivi del sassofonista, che la NoBusiness ha contrattato con la figlia Monique Rivers Williams e che si articolerà in otto uscite. Due lunghi brani compongono la scaletta, uno di poco più di mezz’ora e l’altro di quarantacinque minuti, articolati entrambi secondo uno stesso canovaccio, consueto per l’artista, che prevede il passaggio su tutti gli strumenti sui quali amava esibirsi: unica differenza l’alternanza tra tenore (in Emanation Part I) e soprano, mentre per il resto le due suite proseguono con passaggio al flauto e conclusione al pianoforte (per vero, Emanation Part II presenta in più degli inserti vocali di forte contenuto emotivo). La musica, come si diceva, è realmente libera e avventurosa, pur mantenendo un fortissimo senso della struttura, che evita dispersioni vacue. Rivers si conferma artefice di una forma espressiva ben diversa da una generica nozione di «free» (pur ammesso che esista, in quanto convenzionalmente assunta), rivelando un decisivo radicamento nella tradizione, nel blues e nel bop e un legame con le strutture armoniche trasceso, ma non reciso o abiurato. La temperie performativa è quella della free improvisation, con la musica che si dispiega in un flusso libero e aperto in cui tutte le sfaccettature del musicista emergono, unite sincreticamente in uno stream of consciousness (non ultimo un certo training classico al pianoforte).

Che sia il suono torrido del tenore, quello arcanamente pastorale del flauto, quello nasale e frammisto di vocalità aborigene (che all’apice del coinvolgimento emotivo portano il musicista a vocalizzare, gemendo e urlando «look out you muthafucka!») del soprano, o quello a volte diafano, a volte percussivo del pianoforte, Rivers si rivela portatore di una verve inventiva inesauribile e sempre finalizzata entro un quadro coerente. Per questo un reale Maestro, capace come pochi di spostare in alto e in avanti i punti di riferimento. La musica ha un aspetto di grande partecipazione corale, nel quale non si può prescindere dalla performance di McBee e Connors. La ripresa è di due anni anteriore a quella a Montreux dell’acclamato «Streams» (1973, Impulse!) e, rispettando il medesimo schema, non gli è affatto inferiore.

Cerini

[da Musica Jazz di gennaio 2020]


DISTRIBUTORE

nobusinessrecords.com

FORMAZIONE

Sam Rivers (sop., ten., fl., p.), Cecil McBee (cb.), Norman Connors (batt.).

DATA REGISTRAZIONE

Boston, 3-6-71.