JD Allen «Barracoon: 1619 2019»

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AUTORE

JD Allen

TITOLO DEL DISCO

«Barracoon: 1619 2019»

ETICHETTA

Savant


Allen giunge al tredicesimo album da leader rientrando in un formato che mostra di aver tramutato in un preciso oggetto di identificazione artistica (infatti ben sette delle sue incisioni, a far data dal 2008, sono per trio tenore-contrabbasso-batteria, con almeno un risultato di notevole spicco, «Americana» del 2016), ma con una formazione che si sostituisce a quella «storica», che gli vedeva affiancati Greg August e Rudy Royston (i quali, peraltro, insieme al chitarrista Liberty Ellman, avevano dato vita al quartetto degli ultimi due ottimi album, del 2017 e del 2018, «Radio Flyer» e «Lovestone»). L’album riguarda un tema esplicitamente «politico», enunciato sino dal titolo, che fa riferimento al libro della scrittrice e attivista africana americana Zora Neale Hurston Barracoon: The Story Of The Last Black Cargo e all’inizio della tratta atlantica (giusto nel 1619, infatti, in Virginia, furono deportati i primi schiavi africani), celebrandone i quattro secoli (o forse alludendo in certo modo a una ultra-attività della questione razziale). Inoltre, un brano in scaletta, The Immortal (Lacks), è dedicato al libro «The Immortal Life of Henrietta Lacks» di Rebecca Skloot, che racconta la vicenda della giovane donna africana americana la quale, ammalatasi di tumore, si vide «espropriata», a propria insaputa, di materiale cellulare servito per attività di ricerca, divenute poi anche un business (il brano, per inciso, appare il migliore in scaletta, malgrado una certa effettistica invadenza del basso).

Il disco arriva preceduto da apprezzamenti entusiastici della critica. Orbene, su un punto occorre essere preliminarmente chiari: non è qui in discussione la caratura di Allen come sassofonista, né l’innegabile rispondenza formale della musica qui proposta a uno standard di elevatissima fattura e di piena pertinenza linguistica e culturale. La questione piuttosto riguarda l’opposto aspetto: se la specificità del linguaggio, così ben usato, e il suo essere espressione eloquente di un dato identitario e culturale africano americano, possano dirsi bastanti a risolvere ogni aspetto «artistico», rispetto a un reale che è, insieme, così tanto sedimentato e frastagliato. In altre parole, così come si è stigmatizzato, sul versante europeo, il processo di produzione «industriale» che introduce a un mondo di «significanti vuoti» a valore simbolico zero (dunque adatti ad essere caricati di qualunque significato e a rappresentare non la viva vita, ma immobili «stili di vita»), soprattutto ove vi sia la pretesa di un sovvertimento della primazia culturale, occorre domandarsi se analogo processo non possa concretizzarsi entro il canone africano americano. L’ostentata perfezione del suono di Allen, potente e carico di una evidente storicizzazione, perde di vitalità e di respiro, non riuscendo a cogliere le possibilità che il formato prescelto (assunto e largamente praticato con piena consapevolezza autoriale), proprio in virtù dei rischi a cui in astratto costringe, saprebbe offrire. La musica tocca già il suo climax con l’imperiosa proclamazione eponima di apertura, non potendo più andare oltre e rimanendo ancorata a se stessa e alla propria perfezione. Non si può dubitare, a distanza di molti anni, della reale statura di Allen, né si può porre l’accento esclusivamente su taluni limiti mostrati dalla ritmica (che pure appare inferiore alla coppia August-Royston, specialmente per ciò che riguarda la batteria, talora davvero ridondante), soprattutto nell’eccessivo assecondamento degli enunciati del tenore, così carichi di retorica. Tutto questo è indizio, come già si tentava di dire, non di un cattivo esito, ma di un preciso atteggiamento culturale, che identifica l’essenza con la ragione stessa del fare musica. Al di là dell’ineccepibile contesto formale e fermi i rischi del formato (ricchissimo di riferimenti ben precisi, che fanno stato, rimanendo dei testi sacri, a cui ognuno potrà sempre tornare), che peraltro Allen dimostra di non voler correre affatto (cosa che, ad esempio, sarebbe potuta avvenire ingaggiando partner diversi o che si riscontra in suoi colleghi come James Brandon Lewis, più preoccupati di vivere la contemporaneità, pur con tutti i connessi rischi di fallimento), il susseguirsi della frasi declamatorie, depurate di ironia e spesso addirittura seriose, restituisce un senso di epos prevalentemente fittizio. L’assorbente preoccupazione di ricostruire la Storia preclude la possibilità di raccontare storie originali, grandi o piccole che siano, sottraendo vitalità all’ordito narrativo; la musica, perciò, mostra di non saper costruire reale senso, rimanendo satura, ma in fondo vuota.

Cerini

È tempo di riprendere nelle nostre mani le redini della consapevolezza. Un qualcosa che si respira da più parti nella musica, facendo slalom all’interno dei vari generi. Nel reggae, per esempio si riprende a porre l’accento sul dub e sulle sue commistioni con un certo «impegno» politico, nell’hip-hop agisce gente come Kendrick Lamar et similia. E anche il jazz fa sentire la sua voce con lavori come questo. Barracoon: The Story Of The Last Black Cargo è il titolo di un libro di Zora Neale Hurston, una scrittrice afroamericana concentrata a raccontarci certi particolari della diaspora, e ha ispirato questo ennesimo, riuscito lavoro di Allen intriso di riferimenti a vicende e attività che riguardano la questione razziale. Ormai faccio fatica ad esprimere obiettività quando mi trovo ad ascoltare un disco di JD Allen: sono un suo fan sfegatato, mi piace la sua voce, autorevole, piena di riferimenti ai grandi tenoristi del passato, eppure sua, assolutamente riconoscibile.

I suoi nuovi compagni d’avventura (Kenselaar, dal New Jersey, e il giovanissimo Cacioppo) non ci fanno rimpiangere le strutture ritmiche di Gregg August e di Rudy Royston, mentre JD con il suo lirismo continua imperterrito a regalarci un’introspezione lucida ed essenziale. È un suono che scava nell’anima, il suo, qualcosa che ci fa pensare – lo sottolineiamo ogni volta che ci tocca parlare di lui – di trovarci di fronte a uno dei giganti di oggi. Gran disco come al solito, assolutamente consigliato.

Gaeta

[da Musica Jazz, ottobre 2019]


DISTRIBUTORE

IRD

FORMAZIONE

JD Allen (ten.), Ian Kenselaar (cb., b. el.), Nic Cacioppo (batt.).

DATA REGISTRAZIONE

New York, 16-1-19.