Eddie Palmieri: Harlem River Drive

Torna, per la prima volta dal vivo, la musica di uno dei grandi dischi degli anni Settanta, concepita da un maestro come Eddie Palmieri

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Si è discusso molto sulla genuinità del termine salsa, di quanto ci fosse di costruito in una breve parola che pretendeva di racchiudere sinteticamente un mondo sconfinato di musica in cui tutto il Caribe venisse rappresentato. Certamente nella seconda metà del Novecento definizioni come son, guaracha, danzonete, guajra, boogaloo dovettero sembrare troppo esotiche per indicare un universo sonoro vario e complesso come quello della musica latina. Fu così che molti, primo fra tutti il venezuelano César Miguel Rondòn, autore di un’opera fondamentale, El libro de la Salsa, cercarono di analizzare il fenomeno attraverso una prospettiva antropologica che oltrepassasse i confini puramente musicali. Senza addentrarci in discussioni complicate diremo che la storia della salsa può essere divisa in due grossi periodi: il momento anteriore al boom (in un periodo compreso tra il 1965 e il 1970) e il momento dell’esplosione commerciale che avvenne a partire dagli anni Settanta e che ancora oggi continua ad essere ben rappresentato nel melting pot newyorkese. Nella prima tappa la salsa, che ancora non si chiamava così, era un fenomeno che nasceva al margine dei ghetti latini della Big Apple. Era un’espressione musicale creata per narrare il barrio latino, le sue strade, i suoi angoli, la sua miseria, la sua violenza ma anche per celebrare la speranza e la gioia di vivere dei suoi umili abitanti. Fu questo il milieu che dette i natali a Eddie Palmieri, nato nel Bronx da famiglia italo-portoricana, pianista, fratello dell’allora più noto Charlie, pianista anch’egli. Eddie si fece le ossa dirigendo un gruppo che divenne assai famoso in quel periodo, La Perfecta, in cui due tromboni, un pianoforte, un basso e una serie di congas e bongos gettavano le basi di quella che in seguito venne chiamata salsa. A differenza del fratello, Eddie diventò pianista solo per le insistenze dei suoi genitori che volevano studiasse musica classica, ma la sua indisciplina lo portò a sentire un’immediata attrazione per la musica caraibica. In più la sua indole ribelle lo portò ad esplorare nuovi orizzonti, sia includendo nelle sue composizioni temi sociali che ricercando nuove sonorità. Il pianista, infatti, lungi da qualsiasi intento estetico, arrangiava i suoi tromboni in modo che suonassero aggressivi, rauchi, violenti, così com’era la vita del barrio dal quale egli stesso proveniva.

Oggi Eddie Palmieri a New York è considerato un’icona e i musicisti di origine latina fanno a gara per poter suonare con lui, dal contrabbassista Luquès Curtis al trombettista Diego Urcola, al trombonista Conrad Herwig il quale, pur essendo originario dell’Oklahoma, va considerato a tutti gli effetti un musicista latin per la musica che suona abitualmente. Ma va detto che il decennio d’oro del grande pianista è stato quello degli anni Settanta, lo stesso in cui si affermarono musicisti come il percussionista Poncho Sanchez, il flautista Dave Valentín e i fratelli González, membri fondatori della Fort Apache Band che, attraverso la fusione del jazz con la musica afrocubana, determinò alcune delle direzioni che la salsa assunse in seguito. Fu alla fine di quel decennio che New York perse definitivamente la sua leadership di quel mondo musicale: i fermenti provenienti da Porto Rico, Venezuela, Colombia, Santo Domingo, Panama fecero in modo che la salsa non fosse più patrimonio esclusivo del Bronx o della Spanish Harlem ma di tutto il Caribe. E non a caso fu quello il decennio in cui a New York vennero piantati i semi di altre due grossi fermenti che rivoluzionarono l’industria musicale, il punk e l’hip-hop.

Quello che i Ramones e i gruppi del CBGB’s rappresentarono per il punk, il contributo di energia che i rapper della Sugarhill Records fornirono all’hip-hop, ebbe il suo corrispettivo per il mondo latin in un concerto organizzato il 24 agosto del 1973 allo Yankee Stadium: l’esibizione della Fania All Stars, una superband formata dagli artisti della Fania Records, etichetta discografica che ebbe un ruolo importante nell’imporre la salsa dura di New York dell’epoca. Quel concerto durò poco.

I musicisti riuscirono a malapena a terminare la prima canzone che alcuni dei quarantamila presenti, nel tentativo di avvicinarsi ai propri idoli, travolsero le transenne e invasero il campo da gioco.

Scene simili si manifestavano ai grossi concerti di rock ma il mondo della salsa non si aspettava un’entusiasmo del genere e la festa finì. Ovviamente non si poteva pensare che quei mondi non interagissero tra loro, era molto facile che un portoricano di East Harlem sconfinasse nella parte occidentale dello stesso quartiere per assistere alle battaglie che a suon di vinile i dj afroamericani ingaggiavano per affermare il verbo cadenzato dell’hip-hop, gli stessi che si erano formati ascoltando la soul music dell’epoca. E così se la Sugarhill Gang o Kurtis Blow tingevano di ritmi latini i loro rap, allo stesso modo personaggi come Joe Bataan, uno dei fondatori della Salsoul Records (guarda caso dopo aver avuto disaccordi proprio con la Fania), iniziarono a miscelare il boogaloo con lo stile doo-wop, dando origine al latin soul e al latin funk.

Era quello il melting pot dell’epoca, il protagonista principale di una musica che esprimeva il disagio ma anche il divertimento dell’enorme quantità di emigranti catapultati nella Grande Mela alla ricerca disperata di un futuro migliore: le antenne musicali di Eddie Palmieri ne tennero conto e dettero vita ad un disco pubblicato nel 1971 per la Roulette Records dal titolo «Harlem River Drive» e che oggi è un vero e proprio oggetto di culto. «Harlem River Drive» (da non confondere con il pezzo omonimo della flautista e cantante Bobbi Humphrey contenuto nel Blue Note del 1973 «Blacks And Blues») fu un progetto fondamentale all’epoca per la musica di cui stiamo parlando perché riassumeva tutto quello che in seguito fu etichettato come salsa e latin soul. Con quella operazione Eddie Palmieri, che dal succitato Miguel Rondón fu definito «il pianista che fu per la salsa quello che Miles Davis fu per il jazz», anticipò una tendenza musicale che dopo pochi anni esplose nei dancefloors di tutto il mondo. Una musica dal «tiro» pazzesco, incisa in un disco oggi leggendario per parecchi motivi. Intanto era la prima volta che i fratelli Eddie e Charlie Palmieri (qui in veste di organista) registravano un disco come bandleaders. Poi perché per l’epoca fu un disco molto innovativo, una sintesi molto ben amalgamata di mambo, soul, blues, funk e, ovviamente, jazz arricchiti da arrangiamenti strumentali sofisticati, un misto tra Burt Bacharach, Henry Mancini e Stan Kenton. Suggestioni che hanno influenzato gruppi importanti come gli War, ad esempio, che qualche anno dopo incisero «The World Is A Ghetto» traendo ispirazione proprio da «Harlem River Drive», oppure Chick Corea che si lasciò influenzare dallo stile di Eddie Palmieri nell’incidere due dischi dei Return To Forever, «Light As A Feather» e «Romantic Warrior». Un lavoro importante anche per il livello dei musicisti coinvolti, nomi all’epoca misconosciuti e oggi considerati molto influenti: Ronnie Cuber al baritono, Andy González al basso e Bernard Purdie alla batteria, Manny Oquendo alle percussioni, insomma un parterre di ospiti che contribuirono a rendere speciale tutta l’operazione e a far si che se ne parlasse negli anni a seguire. Erano le istanze del barrio ad essere rappresentate, tanto che con lo stesso gruppo, un anno dopo, Palmieri registrò dal vivo nel carcere di Sing Sing. Oggi le cose sono cambiate e persino nel South Bronx si può vivere abbastanza tranquilli – tanto che si parla di Swingin’ Bronx – ma da qualche parte, nel barrio, c’è ancora qualcuno che mette sul giradischi «Harlem River Drive»: la testimonianza di un’epoca, un culto che ha reso questo disco introvabile e molto richiesto dai collezionisti anche a prezzi esorbitanti. Il vinile, ovvio, perché il cd si può ancora reperire a un prezzo abbordabile.

Nicola Gaeta