Barro: la musica è un muro di resistenza

di Pietro Scaramuzzo

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Barro - Louise Vas
Barro (foto di Louise Vas)

Barro, il trentacinquenne cantante e compositore del Pernambuco, si conferma, al suo secondo album, come uno degli artisti che stanno maggiormente rinnovando la scena della Música Popular Brasileira

Barro, nato nel 1984, pernambucano, appartiene a quella giovane schiera di musicisti brasiliani che si sta distinguendo nel panorama sia nazionale sia internazionale: dovremmo già conoscerlo anche in Italia, dove nel 2016, dopo un primo disco intitolato «Miocardio», si era esibito a Bologna, Milano, Firenze e Roma. Oggi Barro si rimette in gioco con un nuovo lavoro, «Somos», più carico di elettronica e di ritmi regionali.

Quando hai iniziato a pensare a «Somos»?
«Somos» è prima di tutto un disco di strada. Nasce dal profumo del mondo e dai miei viaggi tra Brasile e Italia dopo il mio primo disco da solista. Ho viaggiato cercando di tracciare un percorso musicale che tenesse conto delle sensazioni che provavo. Qualche tempo dopo mi sono reso conto che stavo componendo un disco che raccontava la dimensione collettiva dell’essere umano. «Somos» è l’affermazione di un processo collettivo che parte dalle composizioni e che vede il palco come laboratorio. È un percorso personale e plurale allo stesso tempo, che vanta l’aiuto di persone come Guilherme Assis e Ricardo Fraga.

Cosa ti ha ispirato?
In un periodo così denso di eventi drammatici causati da un conservatorismo dilagante e dall’indebolimento della dimensione umanitaria, era importante affermare che primo di tutto siamo una collettività di persone. Nel comporre i testi mi sono reso conto che stavo seguendo un filo conduttore che passava per la dimensione individuale, come in Seja Você, attraverso questioni affettive, agli amori, come in Caju Clareou e Eu Só Queria Você, e poi, ancora, attraverso una certa dimensione sociale come nella canzone Somos che, in linea di massima, sintetizza l’intero lavoro.

Barro (foto di Louise Vas)
Barro (foto di Louise Vas)

Sono passati due anni dal tuo debutto, «Miocardio». Come si è trasformato il tuo modo di fare musica?
Credo che la musica sia una sorta di abisso in cui lanciarsi per connettersi con la vita. In «Somos» è condensato il calore del palco perché è nato durante la tournée di «Miocardio» e, di conseguenza, porta in sé un po’ di quella pulsazione. Allo stesso tempo c’è più ritmo, e questo ci ha permesso una nuova dimensione live, molto più viscerale. «Miocardio» è un disco panoramico dove esploro vari elementi. «Somos», in un certo senso, offre un taglio più ampio ricorrendo all’elettronica e ad alcuni elementi della musica del nordest brasiliano.

Quanto della tua terra, il Pernambuco, è presente in questo disco?
Il mio rapporto con il Pernambuco è molto forte, La mia è una terra culturalmente ricchissima e questo mi permette di essere costantemente ispirato. Ad ogni modo, non mi limito a bere alla fonte. Cerco di processare tutto offrendo una prospettiva decisamente più pop.

Tra elettronica e Música Popular Brasileira. Qual è il tuo modo di lavorare con questi due universi?
Non so se riesco a spiegartelo. Credo che molto di quello che faccio sia intuitivo ed è guidato dalle ricerche che faccio, dalle scoperte che si fanno quando ci si immerge in questo mare di possibilità. Ovviamente a questo mio personale processo si aggiunge il contributo di Guilherme Assis e Ricardo Fraga. Durante i nostri viaggi conversavamo molto, ascoltavamo musica, creavamo playlists da usare come riferimento per ciò che volevamo creare. In studio c’è stata un’intesa incredibile. Il nostro è un processo completamente artigianale: parte dalla ricerca di ogni singolo timbro, di ogni singolo suono.

Barro «Somos»
Barro «Somos»

Negli ultimi anni il Pernambuco sta sfornando una nuova generazione di musicisti molto interessante. Perché questa terra ha così tanto da offrire?
Credo che la nostra maggior ricchezza sia la nostra cultura popolare, quella dei nostri ancestrali. Abbiamo una genealogia ricchissima e questo fa parte della nostra formazione. La lista di artisti pernambucani che ispirano le nuove generazioni è enorme. Capiba, Luiz Gonzaga, Alceu Valença, Lenine. Poi c’è Chico Science, che con il suo manguebeat ha creato un nuovo habitat fertile per la musica, un universo dove l’unica regola è la libertà d’espressione. Credo che questo modo di vivere la musica giovi molto ai nuovi artisti pernambucani.

Vivi a Recife ma ti muovi spesso verso San Paolo. Credi che questo contatto con la metropoli influenzi in qualche modo la tua musica?
Assolutamente. In questo secondo disco alcune fasce sono state registrate interamente a San Paolo. Il brano Pela Liberdade è un omaggio al quartiere di Liberdade, in cui vive la più grande colonia giapponese al mondo. Un nome come questo è di per sé fonte d’ispirazione. Allontanarmi da Recife, e quindi dalla mia comfort zone, sembra attivare il mio processo creativo e questo mi permette di comporre moltissimo.

Nel disco ci sono due invitati illustri come Mariana Aydar e Amaro Freitas. Come sono nati questi incontri?
Come tutto il disco, per strada. Mariana l’ho conosciuta a casa della giornalista Patricia Palumbo, a San Paolo. In quell’occasione le ho regalato il mio disco e da quel momento abbiamo iniziato a sentirci. Per me è stato incredibile perché ho sempre seguito con ammirazione la sua carriera. Le ho mandato varie proposte e nel disco siamo riusciti a firmare un brano insieme. Mariana ha una voce bellissima che dialoga con l’anima del sertão soprattutto grazie al suo amore per il forró e per Dominguinhos. Nel disco c’è anche Jessica Caitano che, invece, offre l’immagine di una donna poderosa, di una rapper capace di rinnovare la poesia. Io e Amaro siamo coetanei. Abbiamo pubblicato il primo e il secondo disco simultaneamente e, com’è logico, ci siamo trovati a frequentare gli stessi spazi. Nutriamo una grande ammirazione reciproca e invitarlo a partecipare al mio disco è stato molto naturale. Amaro, ovviamente, ha contribuito al disco con il suo piano jazz sofisticatissimo, carico di ritmi locali. Hugo Lins, invece, ha contribuito con una chitarra elettrica ricca di nuovi timbri.

Il Brasile sta attraversando una fase molto critica che vede soppresso il ministero della Cultura. Qual è la risposta che sta dando il mondo della musica?
La musica è un grande muro di resistenza contro l’attuale governo ed è per questo che siamo attaccati in ogni forma. È una voragine profonda. Bolsonaro rappresenta il marcio dell’essere umano. Ogni giorno leggiamo cose sconcertanti sull’operato di questo governo e molti musicisti stanno mostrando il proprio dissenso. Siamo in tanti e siamo forti. Sono ottimista. Viviamo un periodo triste ma credo che riusciremo a mostrare al mondo che il Brasile va oltre questo orizzonte nuvoloso.

Il disco è appena nato. Stai pensando già a progetti futuri?
Credo che si debba dare tempo al tempo. Mi piace pubblicare dischi ma adoro fare concerti. Pertanto voglio tornare a viaggiare il più possibile, a suonare in posti in cui non sono ancora stato. Mi piace anche trasformare i miei brani in videoclip perché credo che questo aiuti le persone a immergersi nelle canzoni e a comprenderle al meglio. Come dicevo all’inizio dell’intervista, per me la musica è un abisso in cui lanciarsi senza paura. Mi piace lasciare che le cose prendano forma da sole. Per ora sto componendo per altri artisti come Romero Ferro e Duda Beat, sto producendo alcuni dischi come quello di Julia Korand, ma presto credo che ci saranno novità. Forse un nuovo videoclip. Staremo a vedere.

Pietro Scaramuzzo

[da Musica Jazz, aprile 2019]