Humberto Amésquita: amo Milano ma non vi suono mai

Il trombonista peruviano, da oltre dieci anni in Italia, è uno dei più brillanti jazzisti in attività nel nostro paese. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua movimentata storia

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Humberto Amèsquita - foto Riccardo Crimi

 

Da quanto tempo vivi in Italia?
Da dodici anni, dall’agosto del 2003.

E in quale città abiti?
A Milano.

Come mai hai lasciato il Perù per trasferirti in Italia?
Nel luglio di quell’anno, appunto il 2003, sono stato per un mese in tournée in Europa con un’orchestra peruviana, la Orquesta Juvenil de Musica Nueva, la big band della scuola in cui studiavo. Siamo stati in Olanda al North Sea Jazz Festival, poi in Francia e abbiamo fatto dei concerti in Germania. Una volta finita la tournée, poiché il mio visto era valido ancora per alcuni giorni, ne ho approfittato per venire in Italia a trovare mia nonna che abitava a Milano. Volevo farmi un’idea di come si viveva qui, perché il mio desiderio era studiare in questa città. Mi è piaciuta e sono rimasto.

E il tuo percorso di studi?
È una storia lunga. Innanzitutto pensavo di poter rinnovare facilmente quel visto con cui ero arrivato, poi mi sono reso conto che le cose non sono così semplici. La mia intenzione era quella di studiare musica classica al Conservatorio, dove però non sono stato accettato appunto perché il mio visto era scaduto. Allora ho pensato che sarebbe stato opportuno, per perseguire il mio obiettivo, fare lavori occasionali, tipo lavorare in un bar e cose simili. Il mio obiettivo, ovviamente, era quello di suonare e migliorarmi come musicista: per cui, non potendo frequentare il Conservatorio, ho pensato che avrei dovuto prendere lezioni private e così ho fatto. Ho conosciuto Roberto Rossi, un musicista incredibile che mi ha svezzato, e ho iniziato a far da solo imparando tutto il programma di trombone del Conservatorio. Dopo tutto questo un mio amico mi ha presentato l’insegnante di trombone che, dopo avermi fatto un’audizione, ha detto che non c’erano problemi per la mia frequenza. Il problema invece esisteva eccome, perché i miei documenti non erano a posto e quindi, anche se avessi frequentato il Conservatorio, non avrei potuto ottenere un diploma. Allora ho detto al direttore, al quale l’insegnante di trombone mi aveva a sua volta presentato, che a me il diploma non interessava, che volevo semplicemente studiare. Hanno acconsentito e ho iniziato a frequentare il Conservatorio, che però è stata una delusione perché quell’insegnante non era in grado di farmi migliorare. Ho perso così l’entusiasmo per la musica classica e mi sono reindirizzato verso l’idea di frequentare lezioni private. Avevo conosciuto un ragazzo che suonava il sassofono e improvvisava in continuazione, Alessandro Sabina; siamo diventati amici, ha iniziato a farmi ascoltare dei dischi di jazz e quella per me è stata una svolta. Alessandro era un allievo di Michele Bozza, un sassofonista ben noto qui a Milano fin dai tempi del Capolinea, un punto di riferimento della città e che io, per proprietà transitiva, ho conosciuto. Michele, un bravo insegnante, mi ha trasmesso un pezzettino della storia musicale di Milano. Prendevo lezioni private da tutti quelli con i quali venivo a contatto e che, ovviamente, mi interessavano. Dagli statunitensi di passaggio a Milano, per esempio. Andavo a trovarli dappertutto, in albergo, nei posti più impensabili. È così che ho conosciuto Slide Hampton, Steve Turre, Steve Davis e Robin Eubanks con il quale ho studiato a Siena.

Humberto Amèsquita – foto di Riccardo Crimi

Alla fine sei riuscito a ottenere la cittadinanza italiana?
No. Ho un permesso di soggiorno a tempo indeterminato che mi serve per lavorare.

Sei contento di questa scelta?
Assolutamente sì. Devo molto a questo Paese. Ci sono un sacco di bravi musicisti e sono sicuro che in Perù la mia vita avrebbe preso un’altra direzione. Nonostante tutti i problemi che ho avuto, e che ancora continuo ad avere, sento di aver fatto dei notevoli progressi e di essere cresciuto in tutti i sensi. Milano è ormai la mia città.

Quali sono in Italia i musicisti che hai come punto di riferimento?
Sono tantissimi. Se proprio devo fare dei nomi, a parte Alessandro Sabina e Michele Bozza, vorrei citare Gianni Cazzola, un vero maestro. È stato uno dei primi a portarmi in giro a suonare, conosceva tutti i dischi che ascoltavo anch’io. Poi Emanuele Cisi, dal quale ho preso delle lezioni. Quando mi ha sentito suonare mi ha invitato dopo poche settimane a sostituire un trombonista olandese, Ilja Reijngoud, che suonava in uno dei suoi progetti. A quel punto prendevo lezioni da Emanuele sul palco, non più a casa. Tra i più giovani, uno con il quale ho stabilito un buon rapporto professionale è Francesco Cafiso: lavoro con lui ormai da un paio d’anni. Per cui ho avuto la possibilità di ampliare il mio bagaglio di conoscenze: dall’hard bop di Gianni Cazzola, che mi ha insegnato a swingare, sono passato a Emanuele che si muoveva in continuazione tra tradizione e avanguardia, per arrivare a Francesco che mi stimola a confrontarmi con le situazioni più disparate, dalla marcia funebre a pezzi velocissimi con i quali stare veramente in campana.

So che non suoni soltanto jazz, ma anche salsa e latin. Mi risulta che l’approccio allo strumento sia molto diverso, in quelle situazioni…
Assolutamente sì, ritmicamente, dal punto di vista del fraseggio. In quelle situazioni devi capire cos’è la clave e, a seconda del ritmo, se la clave è 3/2 fai l’assolo in un modo, se è 2/3 in un altro…

È sempre più frequente oggi, anche negli Stati Uniti, trovare musicisti latini che hanno imparato a swingare. Trovo che siano tra i musicisti più interessanti in circolazione perché uniscono i due mondi senza però far sfoggio dell’approccio latin che potrebbe sembrare oggi consueto. Chi tra i musicisti latini ti ha influenzato di più?
La cosa curiosa è che io ho iniziato a suonare la salsa qui in Italia. Ma devo dirti che parlando con Donald Vega, il pianista di Ron Carter nonché un mio caro amico, ho capito che se sei un musicista latino, qualsiasi sia il paese in cui ti trovi a suonare, il tuo primo ingaggio sarà in un’orchestra di salsa. È successo anche a lui negli Stati Uniti. È vero però che la salsa è la musica che tutti noi abbiamo iniziato a sentire fin da piccoli: grazie a mia madre, che ascoltava quella che noi chiamiamo salsa dura, quella di New York per intenderci e da non confondere, per favore!, con la musica afrocubana, ho conosciuto la musica di Willie Colon, dei Fania All Stars, di Rubén Blades, di Eddie Palmieri, di Manny Oquendo, e ovviamente quella di Hector Lavoe.

In ogni caso quali sono i tuoi riferimenti stilistici, sia sul tuo strumento sia sulla musica in genere?
Il mio obiettivo è perseguire la rotondità del suono. Nel jazz ci sono diverse scuole, quella di New York per esempio o quella californiana. Per me la scuola è quella di J.J. Johnson, di Curtis Fuller e, tra i moderni, di Steve Turre e Robin Eubanks che ne sono una discendenza.
La musica che mi fa sentire vivo e che mi fa venir voglia di suonare è il bebop e l’hard bop. Ma cerco di confrontarmi con gli stili più disparati adeguandomi alle esigenze dei musicisti che mi ingaggiano. Ho suonato anche musica balcanica, funky, gli stili più diversi. Ma in assoluto la musica che preferisco è l’hard bop.

C’è un progetto, tra i tuoi tanti, a cui tieni in modo particolare?
Sì, un quartetto con Simone Daclon al pianoforte, Marco Micheli al contrabbasso e Adam Pache alla batteria. Con loro sto cercando di incidere un disco.

Milano era un tempo la capitale del jazz in Italia. L’ambiente è ancora così vivace?
No. Sono finiti i tempi del Capolinea e Milano, una città alla quale sono legato, ha perso moltissimo dal punto di vista culturale. In questo momento è una città morta. Non suono quasi mai a Milano.

Secondo te ha un senso parlare di jazz italiano?
A me non piacciono le etichette, le trovo fuorvianti. Già oggi esiste questa diatriba terminologica tra chi vuole opporsi al termine jazz per usare il termine BAM e viceversa chi vuole che le cose restino al loro posto, figuriamoci se poi dobbiamo trovare delle sottoetichette nell’ambito dello stesso jazz. Posso comprendere le motivazioni di chi si pone questo tipo di problemi ma le trovo assolutamente inadeguate ai tempi che stiamo vivendo. Il jazz è una musica che dà a tutti la più ampia libertà di mescolare le proprie carte arricchendo il proprio linguaggio nei modi più diversi. E diventare un jazzista è un lavoro duro. Dobbiamo essere onesti intellettualmente e considerare che quando questo linguaggio inizia a sporcarsi troppo con musiche a caso rischia di perdere i suoi principali connotati e diventa una musichetta. Per cui il termine «jazz italiano» è una forzatura, è una qualifica che non esiste. Il jazz è una musica che unisce i popoli, perché dobbiamo dividerli? Perché dobbiamo creare a tutti i costi delle barriere?
Concludiamo allora con un piccolo gioco. Se ti fosse data la possibilità di allestire la band dei tuoi sogni (e ovviamente suonarvi il trombone), chi sceglieresti per far parte del gruppo?
Mi orienterei su un sestetto. Ritmica: Paul Chambers al contrabbasso, Philly Joe Jones alla batteria, Wynton Kelly o McCoy Tyner al pianoforte. E come compagni di front line vorrei Freddie Hubbard alla tromba e Sonny Rollins al sassofono!

Nicola Gaeta