Don Cherry: a Parigi con Gato Barbieri

Ecco la genesi del fondamentale album del 1965: «Togetherness» di Don Cherry

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Don Cherry

Don Cherry è stato uno dei musicisti più eclettici del jazz, capace di inserirsi in ogni contesto con impareggiabile dinamismo e freschezza d’inventiva. All’esordio fu fedele partner della prima stagione di Ornette Coleman, nella quale la gioiosa energia del trombettista fungeva da contraltare al gotico, drammatico e chiaroscurale sassofono di plastica del texano. Le fondamenta di quel sodalizio sono i celeberrimi «Something Else!», «Tomorrow Is The Question!», «The Shape Of Jazz To Come», «Change Of The Century» e «This Is Our Music», fino allo storico doppio quartetto di «Free Jazz». Neanche le digressioni di Cherry con John Coltrane (su «The Avant-Garde») appaiono come un sostanziale cambiamento di poetica e direzione musicale: il trombettista agisce sempre da vivace e vibrante contrappunto al tormentato lirismo del leader così come faceva con la drammatica urgenza espressiva di Coleman. Altre collaborazioni come quella con Sonny Rollins (in apparenza meno avventurosa delle precedenti ma sarà poi vero?), con Archie Shepp e i New York Contemporary Five o con Albert Ayler restano pur sempre all’interno del solco originariamente tracciato al fianco di Ornette.

Alla metà degli anni Sessanta, Cherry approda in Europa e nell’aprile 1965 giunge a Parigi per suonare al club Le Chat qui Pêche, nel Quartiere Latino. Il locale offriva ingaggi molto lunghi: quasi sempre un mese, spesso rinnovato per due o tre. I concerti iniziavano alle dieci di sera e andavano avanti fino alle due del mattino, con biglietto di 12 franchi, consumazione compresa. Negli stessi giorni a Parigi arrivava anche Gato Barbieri, proveniente dall’Italia. I due si erano conosciuti nel 1963, quando Cherry si era esibito a Roma (per la Rai) e a Milano – al teatro dell’Arte – con il quartetto di Sonny Rollins. Sul numero 118 di Jazz Magazine (maggio 1965) Philippe Carles racconta di una serata al Blue Note (al 27 di rue d’Artois; oggi è un club privato di lapdance) in cui, ospiti del gruppo di Bernard Vitet, suonarono Nathan Davis e Jean-Louis Chautemps; in quell’occasione fu presentato a Carles il regista Gianni Amico, che sedeva a un tavolino con «un giovanotto che non parla né francese né inglese ma soltanto italiano con un forte accento spagnolo» e che aveva con sé un sax tenore: Barbieri salì sul palco per suonare con Chautemps e, secondo Carles, lo spazzò via. La piccola comitiva fu raggiunta da Don Cherry, che tirò fuori per la prima volta la sua cornetta della guerra di Secessione e si unì al gruppo sul palco: François Tusques all’organo, Jean-François Jenny-Clark e Beb Guérin ai contrabbassi, e Aldo Romano alla batteria, sostituito poi da Jacques Thollot. Con i primi tre, peraltro, Cherry aveva inciso nel dicembre 1964 un 45 giri a nome di Tusques per una mostra di Le Corbusier a Nantes: La maison fille du soleil (un disco di rarità sconsiderata: pare che fu stampato in settantacinque copie o forse meno, ed esiste addirittura un acetato dello studio di registrazione, in copia unica, la cui copertina è disegnata e dipinta a mano dallo stesso Le Corbusier). Alla fine della serata («Gato e Don sembrano nati per suonare assieme», chiosa Carles) Cherry chiede a Barbieri di unirsi alle prove del gruppo che sta mettendo su per Le Chat qui Pêche, con Jenny-Clark, Romano e il vibrafonista tedesco Karlhans Berger.

Don Cherry
Gato Barbieri, Don Cherry, Karl Berger e Bo Stief – Jazzhouse Montmartre, 1967

A fine maggio Cherry torna negli Stati Uniti (l’avrebbe raccontato sempre a Carles sul numero di giugno 1965 di Jazz Magazine) e lascia il gruppo nelle mani di Barbieri, che lo riduce a quartetto eliminando Berger e assumendo il cornettista ex mingusiano Ted Curson. Ma Cherry non resta a lungo negli Stati Uniti: tempo un mese ed è di nuovo a Parigi dove mette di nuovo in piedi il quintetto di partenza, con il quale risulta esibirsi allo Chat qui Pêche per tutta l’estate (a fine settembre era ancora lì). Per Cherry si trattava del primo ingaggio da leader e fin dal primo giorno la libertà espressiva regnò sovrana. Due serate furono incise su nastro e pubblicate nel 1966 dall’italiana Durium a nome di Cherry, con la produzione del giornalista Mario Nicolao, vecchio sodale di Barbieri e Amico. L’edizione originale recita: «From Don Cherry’s audiotape recorded on Spring 1965 (“Togetherness One”) and Summer 1965 (“Togetherness Two”)».

La prima facciata, secondo certe discografie, sembrerebbe provenire non dal club ma da un concerto radiofonico alla Maison de l’Ortf di quello stesso aprile ma al momento non se ne sa di più. Il disco fu poi ristampato dalla stessa etichetta altre due volte, nel 1974 e nel 1977, rispettivamente nelle collane Cicala e Start ma attribuendolo alla coppia Barbieri-Cherry, per capitalizzare sulla grande popolarità di cui Gato godeva in quei giorni. Nel 1976 il disco uscì anche negli Stati Uniti per la Inner City (con copertina diversa ma sempre a nome Barbieri-Cherry). Non è mai stato ufficialmente ristampato su cd (la Durium fallì nel 1989 e i suoi master finirono alla Bmg, adesso Sony) ed è un peccato, perché fotografa alla perfezione l’emozionante simbiosi del gruppo. Difficile restare indifferenti alla inaudita alchimia di questa musica: i due fiati dialogano in un continuo call and response che del free ha solo la totale libertà espressiva. Nel loro meditabondo e felice intrecciarsi, Cherry e Barbieri fanno progressivamente affiorare le proprie radici più intime e annunciano con gioia l’arrivo della world music. Il folklore irrompe nelle trame del free jazz producendo, nella più assoluta semplicità melodica, una musica che riprende tanto atmosfere latinoamericane quanto accenni orientali e arabeggianti, ed echi delle recenti esperienze con Ornette e Ayler, mentre i repentini cambi di tempo sono degni delle più vibranti pagine di Mingus.

Cherry è ora lirico ora guizzante, incalzato da Barbieri nell’esplorazione dell’ignoto e sostenuto da una ritmica altrettanto ispirata. Artemio Cavagna, a quel tempo giovanissimo fondatore dell’originario Jazz Club di Piacenza, lavorava in quei giorni come architetto a Parigi e si recava quasi tutte le sere allo Chat qui Pêche: «Si scendeva una scala di mattoni per entrare in una sala con una volta a botte dove suonavano sulla sinistra. La sala si riempiva in fretta, tanto che gli ultimi arrivati dovevano sedersi sui gradini. A un certo punto non c’era più modo di entrare. Il pubblico era in maggioranza giovane, molto attento e interessato, tutto preso da quella musica dirompente e davvero nuova. Tutti e cinque i musicisti partecipavano molto e il pubblico fischiava e applaudiva. Ricordo bene che il capogruppo intellettuale era Karl Berger ma il vero genio era Don Cherry, mentre Gato Barbieri era molto free. Aldo Romano fu per me una vera scoperta: era il più giovane di tutti, molto bravo».

I due nastri dello Chat qui Pêche, uno per facciata, sono divisi in cinque movimenti complessivi ma uniti dall’intima coerenza del viaggio nell’improvvisazione. I primi tre movimenti sono ispirati alla musica di Ornette, di Ayler e di Dollar Brand, affrontata con un piglio deciso in cui ogni nota è cercata con volontà e mai risulta fine a se stessa, in un interplay totale. La seconda facciata, che si apre con il quarto movimento, fa apparire per la prima volta su disco uno dei brani più programmatici e incisivi di Cherry: quel Complete Communion che qualche mese più tardi darà il titolo all’album inciso per la Blue Note il 24 dicembre. Il brano inizia con un preludio sognante e malinconico, suonato all’unisono dai due fiati, per dispiegarsi poi in un crescendo ben movimentato da improvvisi cambi di tempo; l’assolo di tromba è vibrante e pieno di energia. L’ultimo movimento parte con Insensatez e diventa un omaggio ad Antônio Carlos Jobim e alla bossa nova: la malinconia brasiliana è evocata dai due fiati che vagano a lungo all’unisono con un andamento che continuamente alza e sopisce la tensione. Cherry stacca un assolo lirico di rara purezza, lasciando a Gato il ben arduo compito di rispondere; anche Berger prende al vibrafono un assolo delicato e pertinente. L’album è un autentico trionfo di musicalità e creatività che anche rispetto ad altri documenti di quel periodo brilla per essenzialità e perfezione. «Togetherness», un titolo voluto dallo stesso Cherry, esemplifica lo spirito di intensa coesione che muove i cinque musicisti ma idealmente anche la rievocazione inconscia dello spirito dei loro predecessori, che li accompagnano e influenzano nel loro viaggio creativo alla ricerca della «comunione» auspicata dal trombettista.

 

La copertina della prima edizione di «Togetherness» di Don Cherry
La copertina della prima edizione di «Togetherness» di Don Cherry

L’immagine di copertina non potrebbe essere più suggestiva: nella sua rarefatta bellezza sembra annunciare l’intima spiritualità della musica che contiene. «Togetherness» non è soltanto un capolavoro ma anche e soprattutto una pietra miliare. Cherry, artista ormai maturo, ha bisogno di affermare definitivamente la propria originale personalità e trova a Parigi sia i giusti compagni di avventura sia lo stimolo che deriva dal rispetto e dall’accoglienza calorosa di un pubblico preparato, entusiasta e pronto a recepire il nuovo. La sua tavolozza si arricchisce di colori nuovi e fantasmagorici, come quelli che userà in seguito negli abiti di scena e nelle copertine dei dischi. Il suo orizzonte musicale si amplia all’infinito e la sua contagiosa gioia è quella del bambino alla scoperta del mondo.

Giancarlo Spezia

Parla uno dei protagonisti di «Togetherness»: Karl Berger

Come avvenne l’incontro con Don Cherry?
Quando io e Ingrid Sertso ascoltammo per la prima volta «This Is Our Music» del quartetto di Ornette Coleman, sentimmo subito che era esattamente la musica che volevamo suonare: free ma con un ritmo. A Parigi vidi Don seduto a un tavolo in un club ristorante: lo riconobbi dalle foto. Fu l’unica volta in vita mia in cui dissi a un musicista: «Ciao, il mio nome è Karl Berger e voglio suonare con te». Don mi guardò e rispose: «Le prove sono domani alle quattro». Non aggiunse altro: solamente l’indirizzo. Fu così che suonai con lui a Le Chat qui Pêche tutte le sere tranne i lunedì. A quel tempo la gente non guardava tanta tv: si andava invece nei locali ad ascoltare musica dal vivo. Perciò Le Chat qui Pêche era sempre gremito. Don diventò quasi un fratello per me; continuammo a suonare insieme per tre anni.

Karl Berger
Karl Berger

Cosa imparasti da Cherry?
Tra i musicisti che ho conosciuto (e forse tra tutti i musicisti in assoluto), Don fu il primo con una visione globale di tutte le musiche del mondo: per lui erano una sola musica, da cui attingere per realizzare la propria senza preoccupazioni di stile, forma, approccio, concetto… Aveva una mente completamente aperta. L’idea che in musica tutti gli stili, indipendentemente dalla provenienza, siano dialetti di una stessa lingua mi arriva da Don. In fondo anche l’approccio di Ornette all’improvvisazione è basato su quest’idea. Ornette era l’insegnante quintessenziale, mentre Don usava le idee che aveva imparato da Ornette per aprirsi a tutti i diversi generi musicali che ascoltava dalla sua radio a onde corte. Aveva sempre le cuffie, per tutto il giorno. Ornette lo chiamava «l’uomo con la memoria da elefante», perché Don aveva il dono di saper riprodurre qualsiasi suono o brano musicale ascoltasse anche per una sola volta. Per esempio, pur senza essere un pianista, se ascoltava un brano di Monk era poi in grado di suonarlo al pianoforte: gli accordi, non solo la melodia. Capitava che ascoltasse una musica e la suonasse poi alle prove con noi, aspettandosi che avessimo la stessa sua memoria! Provavamo tutti i giorni e suonavamo tutte le sere ma il problema era che tra le prove e il concerto ascoltava ancora altra musica senza di noi e la sera suonava anche quella! Era un po’ difficile seguirlo.

Con lui suonavi solo il vibrafono?
Ero e sono un pianista ma il primo club in cui suonai a Heidelberg aveva un pianoforte tremendo e così mi misi a suonare un vibrafono che era lì, sul palco. Mi piaceva anche l’idea di stare nella front line piuttosto che indietro, al pianoforte. E poi potevo alzarmi, ballare, muovermi: era divertente! Il vibrafono è il mio giocattolo, che suono a modo mio perché non l’ho mai studiato. La mia fama di vibrafonista iniziò proprio con Don allo Chat qui Pêche, che aveva un pianoforte altrettanto terrificante, cosicché anche là gli preferivo il vibrafono. Lo stesso accadde in altri club dove suonammo in seguito, a Copenaghen, Stoccolma e via dicendo, tutti con pianoforti orribili. E poi mi abituai al suono di Gato e Don con il vibrafono in mezzo: un suono molto speciale, che non aveva nessun’altra band. In quel periodo mi concentrai talmente tanto sul vibrafono che smisi quasi completamente di suonare il pianoforte.

Eloisa Manera