Cindy Blackman: Give The Drummer Some

di Alceste Ayroldi

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Cindy Blackman (foto di Antonio de Moraes Barros Filho/WireImage)
Cindy Blackman (foto di Antonio de Moraes Barros Filho/WireImage)

Cindy Blackman, la poderosa batterista dell’Ohio, ha sempre saputo muoversi con disinvoltura tra il jazz di Joe Henderson, Wallace Roney, Steve Coleman e il rock di Lenny Kravitz e Santana. Ecco la sua storia

Quando e come è iniziata la tua passione per la batteria?
Sin da quando avevo tre anni, quando ascoltavo musica, lo strumento al quale prestavo attenzione era la batteria. Amavo il ritmo e percuotevo tutto ciò che mi capitava tra le mani: dai giocattoli alle stoviglie, e lo facevo con estrema naturalezza.

Hai iniziato suonato jazz o rock?
All’inizio suonavo pop, funk e un po’ di rock. Poi ho iniziato a suonare jazz.

Per l’appunto: suoni differenti tipi di musica ma so che il tuo genere preferito è il jazz. Perché?
Sì, amo il jazz perché è molto creativo, perché richiede un lavoro intellettuale, perché richiede un alto livello di abilità e di conoscenze musicali quali armonia e ritmo; perché è frutto di una serie di influenze e, a sua volta, influenza buona parte della musica. Il jazz è una guida da ogni punto di vista ed è sempre pronto al cambiamento. Lo amo perché il jazz è come la vita: ogni giorno non è uguale all’altro. Amo tutta la creatività che il jazz sa diffondere, il suo cuore: è la musica più emozionante che io abbia mai suonato.

Quando hai deciso di fare della musica la tua professione?
Coincide con la mia voglia di fare la batterista, quindi quando ero piccolina. Non ho mai preso in considerazione altra professione. A scuola, ovviamente, ho studiato tante materie e la biologia, in particolare il funzionamento del cervello, mi interessava moltissimo, perché è l’organo che detta tutte le attività umane. Ed ero così affascinata da ciò, che avevo preso in considerazione di svolgere la professione medica in relazione al cervello. Poi ha prevalso la mia volontà di studiare e suonare la batteria: e non perché non mi piacesse studiare. In un secondo momento ho preso in considerazione gli studi in legge e mi sarebbe piaciuto diventare un avvocato, perché volevo combattere le ingiustizie in tutto il mondo. Queste sono le uniche due attività che avevo preso in considerazione, ma entrambe mi avrebbero portato – necessariamente – ad abbandonare la batteria e, quindi, ho rinunciato a entrambe per dedicarmi al mio primo, grande amore e a quello che realmente volevo fare nella vita.

Cindy Blackman (foto di Agostino Mela)
Cindy Blackman (foto di Agostino Mela)

Cindy, tu hai anche una splendida voce. Hai mai cantato?
Non lo ho mai fatto se non quando giro per casa! Amo la melodia, quindi mi piace cantare. A mia madre, mia nonna piaceva molto quando cantavo, ma io pensavo: è mia madre, quindi è normale che le piaccia la mia voce. Anche Carlos mi disse che avrei dovuto cantare. E così, grazie a Narada Michael Walden, che ha prodotto il mio disco «Power Of Peace», ho cantato in diversi brani.

Una donna batterista. E’ stato difficile, all’inizio della tua carriera conquistarsi uno spazio nel mondo della musica?
Nessuno della mia famiglia, delle persone a me più vicine mi ha detto che non avrei dovuto suonare la batteria perché ero donna. Non avevo sentito niente del genere fino a quando non ho iniziato a suonare da professionista. Tutta la diffidenza che potevo avvertire in giro spariva nel momento in cui tornavo a casa e mi mettevo a suonare la mia batteria.

Cos’è la musica per te?
La musica per me è gioia, felicità, passione, è l’amore del Creatore verso l’umanità; è capace di far sentire le persone bene e renderle migliori, più gentili. La musica è una parte della vita, mi fa sentire limpida, pulita. E’ una fonte di energia, frutto della creatività, ma anche capace di alimentare la creatività. Mi sono resa conto che la musica è uno dei migliori modi per far sentire bene gli altri. E’ il miglior modo per coinvolgere le persone. Quando suoni, così come quando ascolti, diventi membro di una comunità, diventi parte di una tribù. E per me come musicista, l’obiettivo è quello di far partecipare a questa comunità il maggior numero di persone.

Pensi che il ruolo del batterista nel jazz sia differente rispetto al rock?
Lo è, perché è completamente differente l’approccio mentale. Il ruolo del batterista nel jazz è quello di dettare il ritmo, ma anche di creare, inventare soluzioni che stimolino gli altri musicisti. Nel rock devi reggere principalmente il groove. Fortunatamente, nelle band rock cambiano spesso le dinamiche e l’energia. E l’energia è data dalla band, quella che crea emozioni e avvince gli spettatori, come i Led Zeppelin, che sono la mia band rock preferita e, in particolare, il batterista John «Bonzo» Bonham. Quando suoni jazz, invece, tu metti dentro ogni tipo di ritmo, ogni tipo di sfumatura e ha un ruolo importante l’interplay. Nel rock il batterista può anche essere «grigio» e il sound non ne risente moltissimo, perché i frontmen attirano l’attenzione del pubblico. Nel jazz, invece, devi essere concentrato, lavorare con e per il gruppo, cercare soluzioni coloristiche. Nel jazz emerge sempre il tuo personale punto di vista musicale. Si può ascoltare ciò che hai studiato, quanto hai suonato e qual è la tua visione della musica.

foto di Frederic J. Brown
Cindy Blackman e Carlos Santana (foto di Frederic J. Brown/AFP/Getty Images)

Quindi, il tuo batterista rock preferito è John «Bonzo» Bonham. Chi è il tuo batterista jazz preferito?
Tony Williams, assolutamente. In realtà, lui è il mio batterista preferito al di là dei generi musicali. Lui era incredibile perché aveva una mentalità aperta, gusto per la musica e sapeva sviluppare ogni frase, ogni tema. Aveva tutti i generi musicali addosso! Un suono, una tecnica, una concezione, un’energia incredibili.

Ci sono degli elementi di base dai quali parti quando costruisci un assolo?
Dipende molto dal momento, dal luogo dove mi trovo, dall’amplificazione della batteria. Comunque, voglio sempre che la batteria parli, che comunichi. Presto attenzione all’energia, alle dinamiche utilizzando quella parte della batteria che possa darmi quei toni, quei colori che desidero per comunicare la mia idea. Cerco sempre di trasmettere le mie emozioni.

Quanto tempo dedichi alla pratica della batteria?
Quando ero al college studiavo otto ore al giorno. Oggi, poiché spesso sono in tour e ho anche altre responsabilità, faccio pratica quando posso, ma cerco di tenermi in allenamento almeno tre o quattro ore al giorno e, se possibile, anche di più.

Il tuo primo album da leader è «Arcane» del 1988, con un dream team: Wallace Roney, Kenny Garrett, Joe Henderson, Buster Williams. Come riuscisti, da esordiente, ad avere questi grossi calibri?
Bella domanda, perché i retroscena sono interessanti. Nel primo album di Wallace Roney «Verses» c’erano due miei brani: Float e Topaz. Su quel disco suonava Tony Williams, e Tony fu costretto ad usare la mia batteria perché non aveva la sua a disposizione. Alla seduta di registrazione assistettero il presidente della casa discografica Muse, Joe Fields, e il produttore Michael Cuscuna. Ascoltarono i miei brani, mi chiesero se ne avessi degli altri e se mi interessasse incidere un disco, perché avevano apprezzato le mie composizioni. Ovviamente risposi di sì! Il giorno dopo mi chiamarono e, iniziai la mia carriera da leader.

Quindi hai collaborato con Joe Henderson, probabilmente tra i meno compresi geni del jazz. Quali sono i tuoi ricordi?
Joe non solo era un sassofonista con uno stile personale ma anche un eccellente compositore: i suoi brani sono bellissimi, così dolci. Siamo stati in tour sia in Europa sia in Giappone. Mi venne in mente di fare un disco con lui quando lo vidi suonare al Village Vanguard. Era un musicista fantastico, e lo era altrettanto come persona.

Cindy Blackman (foto di Agostino Mela)
Cindy Blackman (foto di Agostino Mela)

Come nascono le tue composizioni?
Generalmente, per un batterista è il ritmo la fonte di ispirazione, mentre per me lo sono la melodia e l’armonia. Alcune volte mi vengono in mente mentre sono al pianoforte, altre volte mi vengono in mente mentre sono impegnata in altre situazioni e sento l’urgenza di sedermi al pianoforte e di mettere le idee nero su bianco. Le composizioni vengono fuori in vari modi, alcune volte quando suono la chitarra – della quale conosco le strutture essenziali – e, allora, registro tutto per tenere a mente e sviluppare l’idea di base. Comunque, lo strumento principale attraverso il quale compongo è il pianoforte.

Tu pratichi yoga e taekwondo. Quanto è importante per te la forma fisica?
Molto importante. Se vuoi suonare la batteria per il resto della tua vita, devi essere in forma fisicamente. Tutti i miei batteristi preferiti, come Art Blakey, Tony Williams, Elvin Jones, sono stati in perfette condizioni atletiche. Per suonare bene la batteria devi essere fisicamente in forma, essere agile, forte e resistente. Sono cresciuta anche facendo sport: giocavo a basket. Lo sport è stato sempre molto importante per me. Normalmente faccio attenzione anche a quello che mangio, anche all’acqua che bevo.

A un certo punto, Lenny Kravitz arriva nella tua vita artistica. Perché decidesti di unirti a lui?
L’ho conosciuto al telefono, presentatomi da un mio amico che mi disse che Lenny Kravitz stava cercando un batterista. Lo avevo già sentito nominare, sapevo che era un musicista rock ma non conoscevo la sua musica né il suono che a lui piaceva. Mi chiese se avessi la batteria a casa e mi invitò a suonarla, mentre lui ascoltava al telefono. Quando terminai di suonare tornai all’apparecchio e gli domandai che cosa ne pensasse. Lui mi rispose: «Mi trovo in California, puoi raggiungermi?». Accettai: non ero mai stata in California prima di allora. Lenny aveva organizzato delle audizioni – c’erano altri quattro batteristi oltre a me – e io fui la seconda a suonare. «Ok, basta così, ho scelto lei», disse Lenny. C’era anche un altro batterista, Michael Lee, che veniva dall’Inghilterra e il manager di Lenny insistette perché provasse pure lui. Così Lenny lo fece suonare, poi fece suonare di nuovo me e, poi di nuovo Michael, poi suonai ancora io. Io apprezzavo molto Michael, che purtroppo è scomparso prematuramente (aveva anche suonato con Robert Plant). Lenny, comunque, scelse me. Passai due settimane ad ascoltare la musica di Lenny, mangiando quasi esclusivamente pizza e bevendo acqua. E così ho suonato con lui per circa quindici anni.

Poi nella tua vita artistica e personale è arrivato Carlos Santana. Come vi siete conosciuti e perché hai iniziato a collaborare con lui?
La prima volta che incontrai Carlos fu di sfuggita. Mi trovavo in tour con Lenny in Germania. Al termine del concerto, mi fermai a salutare delle persone nel backstage ed ebbi modo di conoscere personalmente Santana. Alcuni anni dopo, nel 2010, Carlos ebbe bisogno di un batterista e mi chiamò. Ovviamente risposi di sì! Per rispondere alla tua domanda, la musica e il modo di suonare la chitarra di Carlos mi piacevano moltissimo già prima: fu un grande onore poter suonare con lui. Dopo qualche tempo, Carlos ha incominciato a chiedermi cosa ne pensassi di alcuni brani: abbiamo iniziato a condividere i nostri punti di vista in ambito musicale. Io ero single e abbiamo iniziato a frequentarci anche al di fuori dell’attività musicale. Poi, a un certo punto, ci siamo pure sposati!

Quindi, all’improvviso, Santana annunciò il vostro matrimonio dal palco, cogliendoti di sorpresa. Da quel momento in poi è cambiato qualcosa nella vostra relazione artistica?
Noi suonavamo e suoniamo insieme, e il matrimonio va a gonfie vele. Quando Carlos dovette sostituire Dennis Chambers, che si era ammalato, si mise alla ricerca di qualcuno che potesse interpretare il suo pensiero musicale. Io credo molto negli elementi fondamentali del jazz, e non sempre queste mie idee si sposano con il sound di Carlos. Diciamo che è cambiato il nostro reciproco approccio: siamo molto schietti, sinceri.

foto di Agostino Mela
Cindy Blackman (foto di Agostino Mela)

Parliamo di un altro tuo progetto, la superband Spectrum Road.
Purtroppo la scomparsa di Jack Bruce ha determinato lo scioglimento del gruppo. Sarebbe splendido poter ricominciare, perché quella band aveva un’energia fuori dal comune. Adoro ciò che fa John Medeski, così come Vernon Reid: sono eccezionali. Si dovrebbe trovare un nuovo bassista, ma sostituire Jack non è un’impresa semplice.

L’ultimo album di Carlos Santana, al quale anche tu hai preso parte, è «Africa Speaks». Quanto ritieni importante, per il tuo approccio alla musica, il linguaggio musicale africano?
Il linguaggio musicale africano è tutto, perché ce lo dice la storia: il blues è Africa. L’Africa è la terra natia del tamburo, è laggiù che sono sempre stati usati come mezzo di comunicazione. È’ dall’Africa che arriva il jazz, così come il funk. Dobbiamo ringraziare l’Africa per il linguaggio musicale che abbiamo oggi. Per me è fondamentale la conoscenza di queste radici, anche perché tutti gli ambiti in cui mi muovo come musicista hanno qualcosa a che fare con l’Africa, non c’è scampo.

Cosa ne pensi della politica di Donald Trump sull’immigrazione?
La politica di Trump ha influenzato il clima culturale, la personalità anche dei musicisti, della gente in generale. Questo clima influenza, soprattutto, chi crea la musica. Non voglio esprimermi politicamente, ma per come la vedo Donald Trump non sta aiutando la società americana, non fa stare meglio le persone; o meglio, probabilmente fa stare meglio se stesso e solo alcune persone e sta scuotendo – in senso negativo – coloro i quali formano la colonna vertebrale degli Stati Uniti e, anzi, dell’intero mondo: attraverso l’embargo, attraverso i dazi doganali, attraverso le sue politiche sull’immigrazione. Si tratta di una politica che tutela solo una minoranza di ricchi. Per Donald Trump, anche a livello di rapporti internazionali, vale il principio «con me o contro di me», che io ritengo completamente errato, anche per il ruolo che gli Stati Uniti hanno nel mondo, così come la storia ci insegna. Trump non ha compreso il fatto che esiste una sola eredità genetica, un solo gruppo di esseri umani.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Molti! Innanzitutto portare in tour il nuovo disco di Carlos, che mi piace moltissimo. Sto lavorando a un progetto filantropico con Santana in favore di alcuni bambini orfani del Sud Africa. Quando siamo stati a Johannesburg li abbiamo accolti anche nel backstage, durante il soundcheck e, ovviamente, al concerto. I bambini sono il futuro del mondo. Poi ho quasi finito di lavorare al mio nuovo disco che uscirà a settembre, quasi sicuramente. Il titolo sarà «Give The Drummer Some».

Alceste Ayroldi

[da Musica Jazz, agosto 2019]