ANTEPRIMA «POP CORN REFLECTIONS». INTERVISTA ESCLUSIVA A ROSARIO DI ROSA

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«Pop Corn Reflections» è il titolo del disco di Rosario Di Rosa, con Paolo Dassi al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria, che uscirà il 21 marzo 2015 per la Nau Records. Ne parliamo con il pianista siciliano in anteprima assoluta.

Rosario, iniziamo dalla copertina: c’è una scimmia, perché?

«Pop Corn Reflections» per come è stato concepito, correva inizialmente il rischio di apparire troppo serioso, forse pretenzioso, anche perché il titolo pensato in origine sarebbe dovuto essere «Pattern Music» e le tracce avrebbero dovuto essere titolate Pattern n.1“, Pattern n.2, e così via. Poi un giorno, parlando con Paolo Dassi, mi sono reso conto che le influenze che arricchiscono questo lavoro potevano essere interpretate in chiave ironica, assecondando, tra l’altro, la nostra voglia di non prenderci mai troppo sul serio. Per cui ci siamo chiesti: quale potrebbe essere un’icona che esprima ironicamente il concetto di sintesi, di origine primordiale, di minimale ma allo stesso tempo di creativa spontaneità? Una scimmia.

Perché il titolo «Pop Corn Reflections»?

I riferimenti e le influenze presenti in questo lavoro potevano farlo apparire ai più come qualcosa di estremamente «pesante». Mi piace pensare, con la leggerezza di cui parlava Italo Calvino, che in fondo queste siano piccole riflessioni simili a dei pop corn con le quali esplorare il linguaggio del jazz.

Forse nel jazz si suonano troppe note, e non sempre quelle giuste. Il jazz dovrebbe guardare all’esempio del minimalismo?

In realtà non credo che il problema risieda nel numero di note. E’ un’idea diffusa e ampiamente applicata quella del less is more di Mies van der Rohe e di solito in ambito musicale si ritiene che suonare meno note sia più efficace. Il che nella maggior parte dei casi è vero. Ma se osserviamo lo stile di Miles Davis e John Coltrane possiamo notare come, nonostante il secondo faccia molte più note del primo, la musica si mantenga sempre su profondità o altezze inarrivabili. Per cui ritengo che il centro di tutto stia nell’equilibrio e nella visione d’insieme. Nel caso specifico di «Pop Corn Reflections» il nuovo equilibrio a cui puntavo coincideva con una necessità personale di sintesi, di procedere per sottrazione ed esaminare singoli aspetti della musica coniugandoli con l’improvvisazione. Le caratteristiche della corrente contemporanea minimalista sono state un’ispirazione fondamentale da questo punto di vista. L’utilizzo di approcci compositivi quali il phasing di Reich o i 53 moduli di «In C» di Terry Riley, ad esempio, sono stati illuminanti per capire come linee melodiche, armoniche e ritmiche potessero prendere forma anche da poche cellule generatrici.

Rosario, in questo tuo lavoro la Musa ispiratrice principale è Steve Reich, ma forse anche la dodecafonia, l’improvvisazione di Lennie Tristano, la musica seriale, dei tratti di Luciano Berio e dei rimandi a György Ligeti.

Certamente, c’è tutto questo. Mi sembra però che, a differenza dei lavori precedenti, in quest’ultimo ci sia il raggiungimento di un linguaggio unitario piuttosto che la compresenza di influenze separate. In verità la vera Musa ispiratrice è stata una profonda esigenza di mettermi in discussione sotto tutti i punti di vista. Il periodo che è intercorso tra il mio ultimo disco pubblicato («YAWP!!!» del 2012) e il concepimento di «Pop Corn Reflections» è stato di forte crisi sotto diversi ambiti. Le ristrette vedute di certi ambienti del jazz italiano avevano contribuito a portarmi a uno stato di disillusione e a non avere più voglia di scrivere musica nuova. Fortunatamente, l’incontro con persone che ti regalano la loro fiducia, primo fra tutti Gianni Barone della Nau Records, ha generato in me un desiderio di abbandonarmi del tutto alla musica, intesa nella sua visione più vasta e senza confini di generi, come non era mai successo prima. Ho sentito anche il bisogno di rivedere e riaggiornare il mio modo di suonare e, dunque, mi sono messo a studiare approfonditamente musica classica. Tutto questo ha spostato la mia curiosità verso ambiti fino ad adesso del tutto inesplorati. Da lì la scoperta o ri-scoperta della musica contemporanea dal Novecento a oggi (la seconda scuola di Vienna, i minimalisti, la musica elettronica, ecc) e, al contempo, della musica africana, essenza primordiale e fondamentale del linguaggio jazzistico.

Nel brano di apertura, Pattern n. 74, utilizzi il loop che, contrariamente all’uso consuetudinario, traccia la linea melodica. In generale, l’elettronica per te è sostanza, non forma o abbellimento?

In realtà, il loop di “Pattern n.74” è suonato in tempo reale pizzicando e, nel frattempo, stoppando le corde del piano. In questo lavoro c’è molta più attenzione ai timbri acustici o elettronici rispetto ai dischi precedenti, sia a livello compositivo che esecutivo. L’idea era quella di modificare, per quanto possibile, il consueto suono di trio pianistico che si è abituati ad ascoltare. L’elettronica ha in ciò un ruolo di primaria importanza, tanto da essere concepita come un quarto elemento del gruppo al quale vengono affidate parti fondamentali nella costruzione di un brano.

E’ un periodo in cui il piano trio è tornato in voga. Tu lo hai ridisegnato abbandonando la scuola statunitense. Pensi che sia superata la scuola americana?

Assolutamente no, credo sia più viva che mai grazie a musicisti fantastici che adoro come Vijay Iyer, Jason Moran, Robert Glasper e Craig Taborn. Quello che mi piace di loro è che non si pongono limiti estetici e la loro musica rispecchia esattamente quello che sono. Nel mio piccolo, tento di fare lo stesso non ponendomi alcune remore stilistiche e cercando di rielaborare a mio modo tutto quello che mi attrae e mi incuriosisce. Se poi il mio approccio risulterà differente ben venga, ma questo, in ogni caso, sarà comunque una conseguenza di scelte più profonde non votate a una differenziazione a priori e a tutti i costi.

L’approccio minimalista oggi è un passo indietro o in avanti?

Non saprei. Penso solo che l’approccio minimalista sia uno dei modi possibili per dire delle cose. A me è servito per realizzare delle idee, tra le quali quella di reinventare e, al contempo, far riconoscere un tema di un brano in maniera diversa dal solito attraverso l’improvvisazione.

Spring n.35 ha la forma di una ballad, ma anche di un Notturno di Chopin per il rapporto legato/staccato. Un brano che recita la tradizione europea. Qui l’ispirazione di Reich sembra messa nell’angolo e il brano sembra appartenere al tuo passato. C’è un’altra fonte di ispirazione?

Il riferimento a Reich è solo un punto di partenza per arrivare al concetto di “pattern” inteso come cellula generatrice che può assumere caratteristiche sempre diverse. In Spring n. 35, che è l’unica vera composizione in senso canonico, il pattern è di tipo melodico e caratterizza la seconda parte. Per valorizzare tale natura melodica, ho scelto di escludere l’aspetto ritmico (in modo da rendere evidente pochi aspetti musicali per volta) creando un andamento che inevitabilmente richiama alla memoria il “rubato” del grande compositore polacco.

Poi arriva Arnold Schönberg. Cosa ti affascina di questo autore?

Ho avuto modo di approfondire Arnold Schönberg studiando i suoi Klavierstücke op.19 per pianoforte. Queste brevissime composizioni sono un concentrato di musica sublime. Ho scritto una variazione alla n.2 che, per l’ampio uso dei silenzi, mi rimanda allo stile di John Cage. Di Schönberg sono rimasto colpito anche dalle opere più ampie, come il «Pierrot Lunaire», trovandole assolutamente incredibili per orchestrazione e costruzione formale. Mi sembra straordinario  il suo approccio seriale applicato a forme compositive proprie della tradizione musicale a lui precedente.

A parte le influenze menzionate, cosa o chi ti ha spinto verso questa idea?

La volontà di realizzare qualcosa di diverso da quello che avevo fatto finora. Nei dischi precedenti ero sempre partito o da opere letterarie che mi avevano colpito o dal descrivere esperienze vissute. Era una sorta di “musica per immagini”. In «Pop Corn Reflections» viene a mancare anche questo aspetto. Volevo realizzare una musica che parlasse di per sé, senza ulteriori riferimenti emozionali. Volevo enfatizzare il ruolo della musica come unico linguaggio. Per la prima volta, infatti, in un mio disco i titoli più ironici dei brani non ne rappresentano la chiave di lettura.

Come hai scelto i tuoi sodali?

Questo trio con Paolo Dassi e Riccardo Tosi alla batteria esiste dal 2009. Nel corso degli anni abbiamo inevitabilmente raggiunto una grande intesa a livello musicale e sul piano umano, aspetto quest’ultimo per me fondamentale. Per la realizzazione di questo lavoro, basato quasi interamente sull’improvvisazione, era imprescindibile la loro presenza. Anzi, posso dire di aver voluto intraprendere questa nuova direzione musicale anche perché sapevo di poter contare su di loro. Quello che mi dà più soddisfazione è il sentire come un musicista che suoni con me abbia la possibilità di ritagliarsi una propria area di interazione, assolutamente funzionale al macro-concetto base di un progetto.

Pensi che il pubblico italiano sia pronto ad ascoltare la tua musica?

Ti saprò rispondere dal 21 marzo in poi, quando presenteremo il disco in prima nazionale nel bellissimo teatro di Vittoria (in provincia di Ragusa), la mia città. Posso però dire che le prime impressioni che stanno arrivando da chi lo ha già ascoltato, tra addetti ai lavori e non (alcuni dei quali provenienti addirittura dal mondo della musica classica), siano assolutamente entusiastiche e la cosa non può che rendermi felice.

Se ti dovessi inventare uno slogan, un messaggio per convincere il pubblico a seguire un tuo concerto, quale sarebbe?

Mah, credo che il pubblico non abbia mai alcun bisogno di essere convinto. Sono dell’idea che se suoni in maniera onesta questo sia percepito da chi ascolta. Alcuni degli apprezzamenti più belli che ho avuto la fortuna di ricevere  sono arrivati da un signore anziano appassionato di jazz tradizionale… «ascolto Teddy Wilson ma la tua musica mi ha conquistato!»; e da un bambino di 8 anni che alla fine di un concerto mi ha chiesto l’autografo per il cd, con uno sguardo carico di emozione. Piuttosto punterei a convincere i direttori dei festival italiani ad essere un tantino più coraggiosi scoprendo come, oltre ai nomi più blasonati, esista un nutrito numero di musicisti che ha delle cose valide da dire.

A chi vorresti dire «grazie»?

In primo luogo a Gianni Barone, patron della Nau Records. E’ un produttore come non ce ne sono quasi più nell’ambito del jazz, una persona colta e dalle idee molto chiare su cosa voglia dire la parola “jazz” nel 2015. Poi chiaramente a Paolo Dassi e Riccardo Tosi perché mi seguono in qualunque follia. Vorrei evitare di scrivere la solita frase da sabato sera «ringrazio quelli che hanno creduto sempre in me» ma non posso esimermi dal farlo, perché è la verità. Decidere di portare avanti una musica «diversa» dal solito non è affatto facile per mille motivi, per cui voglio sin d’ora ringraziare tutti quelli che avranno almeno la curiosità di ascoltare e capire, almeno una volta, i miei progetti.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e a quali altri progetti stai lavorando?

Dopo la presentazione ufficiale di Vittoria, lo presenteremo anche a Milano e in altre località. Parallelamente, posso dire che sto già lavorando da tempo a un progetto in piano solo in cui svilupperò ulteriormente anche alcuni concetti estrapolati da quest’ultimo lavoro che mi interessano molto.

Alceste Ayroldi