«Tana». Intervista a Lyl

La giovanissima cantautrice bolognese, al secolo Elisabetta Galletti, pubblica il suo primo lavoro discografico tra canzone d’autore, blues, soul e R&B. Ne parliamo con lei.

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Buongiorno Lyl, se tu sei d’accordo inizierei…dall’inizio e, in particolare, dal tuo alias. Cosa significa e perché lo hai scelto?
Ciao! Il mio alias in realtà è semplicemente il soprannome con cui mi hanno chiamato fin da piccola: nonostante mi chiami Elisabetta, per tutti sono sempre stata ‘Lilli’ o ‘Lil’ , ho semplicemente cambiato la i con la y per evitare fraintendimenti con i vari Lil (abbr. di Little).

E veniamo al titolo del tuo lavoro discografico, «Tana». Non è presente tra i brani in scaletta, pertanto penso che abbia un significato trasversale, che coinvolge il disco nella sua interezza. Qual è il significato?
Sì, effettivamente stavo cercando un titolo che rispecchiasse un’idea di nido, famiglia, casa… – che è il tema di quest’album – . Quando assieme all’illustratrice Mara Santinello abbiamo pensato alle volpi per la copertina, da quella suggestione la scelta è ricaduta su «Tana», che mi è sembrato giusto anche per la sua semplicità.

E’ un concept album?
Non è partito come concept album ma alla fine penso si possa definire così. Il filo rosso del disco sta probabilmente e principalmente nei testi: sono tutti brani che parlano della mia famiglia. Perciò sì, i brani assumono forse un maggior significato se ascoltati e compresi nell’insieme-album nonostante siano tutti diversi e composti in momenti differenti.

Come nasce questo progetto musicale? Qual è l’arco temporale in cui hai composto i brani per questo disco?
Questo progetto nasce nel 2021 quando ho iniziato a scrivere brani in italiano dopo che un amico mi aveva chiesto di provare a farlo. Nello stesso anno è successo un po’ tutto, perché ho iniziato a suonare fuori dalla mia camera e, per la prima volta, ho capito veramente cosa voglia dire condividere e suonare assieme: ho iniziato a pensare di voler/poter avere un progetto musicale, ho partecipato al Bologna Musica d’Autore, sono entrata in Fonoprint… I brani dell’album sono perciò tutti composti nel corso di quest’ultimo anno, fatta eccezione per “Camera” che era una canzone in inglese di quando ero più piccola e che ho poi riscritto in italiano.

La tua musica è così soulful, con temi che si muovono intorno all’ R&B, tra il contemporaneo e gli anni Novanta. In alcuni momenti evoca il Philly sound, quello più attuale. Da dove nasce questa tua inclinazione?
Oh wow, grazie! A dire il vero non lo so nemmeno io! Immagino che siano i miei ascolti a influenzare la composizione dei brani ma ho sempre scritto senza pensare veramente a un sound o a un genere di riferimento, tanto è vero che non mi sembra di avvicinarmi a quello che ascolto anche se vorrei. Di sicuro parte delle venature che hai descritto derivano da influenze che mi hanno passato i genitori, per il resto sono una fanatica di tutta la scena neo-soul e nu-jazz, soprattutto inglese!

C’è anche una buona declinazione del pop, mai banale o banalizzato. Diversi brani potrebbero raggiungere le vette delle classifiche anche di altri Paesi, ma i tuoi testi sono in italiano. Non pensi che questa scelta possa penalizzarti all’estero?
Non ci ho mai veramente pensato troppo. Scrivevo in inglese, come fanno molti all’inizio, e tutt’ora, quando inizio a scrivere un brano, lo faccio canticchiando parole inglesi. Dopo aver provato a farlo in italiano, ho però trovato che effettivamente sia per me più stimolante scrivere nella mia lingua madre: ho molte più possibilità.

A proposito dei testi, a cosa ti ispiri?
A me non è mai venuto tanto naturale scrivere. O meglio, mi sono sempre molto frenata perché pensavo di non rendere giustizia ai miei pensieri, non trovando le parole giuste per esprimerli. Mi viene invece naturale canticchiare suoni e quindi, nella scrittura di un testo musicale, prendo ispirazione da quello. Di solito parto da una parola che ben riproduce un suono e poi da lì costruisco la frase: questo a volte mi aiuta molto a portare avanti un testo, altre volte mi incastra ma, in quei casi, mi diverte “risolvere il rebus” che ho davanti.

Invece, musicalmente, chi sono (o chi è) la tua Musa ispiratrice?
Oddio non saprei chi scegliere… In realtà tutti i miei artisti del cuore lo sono allo stesso modo e non riesco veramente a eleggerne uno. Se dovessi citarne alcuni: gli Hiatus Kayote, Tom Misch, Jordan Rakei, Oscar Jerome, King Krule, Radiohead

Quando hai capito che la musica sarebbe diventata la tua professione?
A dire il vero non l’ho ancora capito, l’unica cosa che ho capito è che mi piacerebbe molto lavorare nel campo della musica, magari diventando un fonico. Ho iniziato a flirtare con l’idea veramente nel 2021; prima era una passione molto forte che reprimevo per motivi poco razionali.

Lyl, qual è il tuo background artistico-culturale?
Ho iniziato ad ascoltare musica sulla scia di mio fratello perciò i primi generi che ho avvicinato sono stati metal, hard rock, post rock, il tanto odiato pop punk… Crescendo mi sono molto avvicinata al Jazz scoprendo un po’ tutta la scena attuale di neo-soul e nu-jazz, che sono tra i miei generi prediletti (assieme al post rock, che mi è rimasto nel cuore!). Dopo questi il post-punk. Grazie ai miei genitori ho sempre ascoltato molto soul, jazz, funk, bossa nova ma anche tanto alternative indie e prog-rock. Io a dirla tutta mi trovo in estrema difficoltà a parlare di generi musicali e faccio fatica ad “affibbiare delle etichette” però mi sembra di poter in qualche modo riassumere così il mio background.

Da una ricerca fatta, mi sembra che non vi siano tuoi video in circolazione. Mi sbaglio oppure è una tua scelta?
Non ci sono perché è un progetto musicale ancora neonato, tra poco inizieranno a comparirne alcuni, se non altro perché pubblicherò almeno qualche live session. Questo è il vero motivo, tuttavia non mi piace molto apparire ed è un aspetto con cui devo ancora fare pace soprattutto dal punto di vista dei social.

Quanto reputi importanti le tecnologie nella tua attività di compositrice e di musicista?
Credo che ormai le tecnologie abbiano un ruolo fondamentale e a volte preponderante nell’attività di un musicista. Io ho approcciato un po’ i vari programmi per fare musica e ricorro a questi per registrare dei provini che poi sviluppo in studio con altri. Preferisco però un approccio più “rudimentale”, in realtà non reputo così vitali, nel mio caso, le tecnologie; almeno nella fase di composizione dei brani.

Qual è il brano che avresti voluto comporre?
Ci saranno almeno una decina di brani che non oso neanche desiderare di aver composto perché sono dei capolavori ai miei occhi: alcune canzoni degli Stereolab, dei Talking Heads, dei The Smiths, Waltz for Koop dei The Koop, The Single Petal Of A Rose di Duke Ellington,  Satellite Anthem Icarus dei Boards of Canada, Feet Down South di Oscar Jerome, ma forse perché sono appena stata al suo concerto. Ok, non ho risposto.

Se ti dovessi ispirare a un romanzo, quale sarebbe e perché?
Altra ardua questione, forse a un romanzo di Murakami (anche se so che qui molti storceranno il naso). Sarà perché sono ambientati in Oriente ed io sono estremamente affascinata da quel mondo ma i suoi romanzi sono carichi di poesia e mi lasciano sempre con una sensazione di vuoto indescrivibile quando li finisco. Altrimenti ad un libro di Tabucchi, il modo quasi giornalistico di scrivere credo che bene potrebbe ispirare delle canzoni: quando lo leggo per me è come andare al cinema, vedo e vivo quello che racconta.

Quali sono i tuoi obiettivi come artista?
Migliorarmi. Sia nel modo in cui suono che nel modo in cui canto e scrivo. Vorrei continuare a scrivere canzoni nel modo più sincero possibile e, al contempo, vorrei studiare tanto. Altra cosa che mi piacerebbe fare è scrivere in band.

Cosa è scritto nell’agenda di Lyl?
C’è scritto che ci saranno presto dei live e che voglio rimettermi a scrivere per un secondo disco il prima possibile!
Alceste Ayroldi