«Murrina». Intervista a Margherita Fava

Nuovo album per la pianista e compositrice di Follina, ma residente da tempo negli Stati Uniti. Ne parliamo con lei.

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Come nasce l’idea di «Murrina» e in che modo l’immagine delle murrine veneziane riflette la tua visione musicale?
Il gioiello veneziano mi ha sempre affascinato dal punto di vista estetico: i colori sgargianti, i disegni caleidoscopici, il fatto che ogni sezione fosse molto bella di per sé ma che venisse ancor di più valorizzata come parte di un’ insieme. Questo concetto mi sembra trovi un corrispettivo musicale nell’ album che anche se costituito da pezzi a sé stanti, può essere apprezzato ancor di più come un’ entità completa. Anche se al giorno d’oggi con l’avvento dei singoli e delle playlists, si sta un po’ perdendo il gusto di ascoltare un album dalla prima all’ ultima traccia…

In che senso ogni brano dell’album rappresenta per te un “microcosmo sonoro”?
Mi riferisco al fatto che ogni brano ha una propria identità che si mantiene anche quando lo si estrapola dal resto dell’ album. Seppure ci sia un filo conduttore tra le varie tracce, sono tutte molto diverse tra loro, come le sezioni che compongono le murrine, appunto.

Qual è il filo narrativo che tiene insieme le composizioni originali e le riletture presenti nel disco?
Innanzitutto direi la mia esperienza personale, ma anche la comunità che si è creata intorno a questo progetto. Tutti i musicisti coinvolti si relazionano tra di loro oltre che relazionarsi a me: Jonathan Barber e Taber Gable sono amici dagli anni del college, proprio come me e Brandon Rose, e Jeff Babko e Bob Reynolds sono musicisti top-call della scena musicale di LA e si conoscono da molti anni. Quindi il filo conduttore sono le persone direi, che ancora una volta come le murrine sono validissime da sole, ma diventano qualcosa di ancora più forte quando lavorano insieme.

Il brano Murrina è ispirato a Tom Harrell: cosa rappresenta per te questo artista?
Trovo sia un compositore ed improvvisatore geniale. Due dei miei mentori (Xavier Davis, Gregory Tardy) sono stati membri della sua band negli anni e mi hanno introdotto alla sua musica. Mi piace molto il modo in cui costruisce le sue melodie che a mio parere sono molto cantabili e memorabili, in contrasto con le armonie e fraseggi sempre inaspettati e mai banali. Mi vengono in mente pezzi come The Mountain, Bell o Sun Cycle…e poi si è sempre circondato di musicisti di altissimo livello.

No Clue nasce da un unico gesto creativo: puoi raccontarci com’è avvenuto quel momento?
Era la sera prima che partissi per l’Ohio, dove ho registrato il disco. Stavo rivedendo i vari materiali che avevo mandato alla band e preparandomi mentalmente a come si sarebbero svolti i giorni successivi in studio, quando mi è venuto l’impulso di sedermi al piano e suonare questo motivo che avevo in mente (la parte iniziale del brano) e dopo qualche minuto mi è uscito un bridge semplicemente d’intuito. Ho preparato delle parti da dare agli altri musicisti e, anche se non avevo ancora ben chiari i dettagli dell’ arrangiamento, ho deciso di includere il pezzo nella sessione di registrazione. Il giorno dopo abbiamo fatto una prova veloce, Jonathan ha proposto di cambiare la forma del brano ed inserire una sezione free ed Eric Sills, il nostro fonico, ha premuto il tasto di registrazione. Il risultato è nel disco.

Com’è stato collaborare con Jonathan Barber e che tipo di energia ha portato al brano?
Jonathan Barber è uno dei miei batteristi preferiti ed è un maestro nel delineare la forma di un brano e nel dirigere il flusso di energia durante ogni pezzo. La sua band Vision Ahead è di sicuro una mia fonte d’ ispirazione specialmente per questo progetto, ed infatti è riuscito perfettamente ad interpretare le mie composizioni e arrangiamenti proprio come me li ero immaginati. E nel caso di No Clue, mi sono fidata di lui e Brandon Rose anche se non avevo un piano vero e proprio, ma è ben per questo che faccio in modo di circondarmi di musicisti di altissimo livello il più possibile: anche se l’ idea nasce originariamente dalla mia testa non vuol dire necessariamente che io la sappia esporre al meglio. Sono sempre molto aperta ai consigli delle persone che stimo e rispetto.

Keep On è dedicato alla resilienza quotidiana: qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questo pezzo?
Keep On è un mantra a cui penso giornalmente. Ho la tendenza ad essere molto dura con me stessa e sono molto incline a concentrarmi sui lati negativi di varie situazioni nella vita di tutti i giorni se non sto attenta. Quindi il fatto di lasciarsi il passato e i suoi errori alle spalle e continuare ad andare avanti e riprovare, o migliorarsi, è un concetto che devo costantemente e proattivamente ripetermi per evitare di buttarmi giù. Più che trasmettere un messaggio, questo pezzo rappresenta una presa di coscienza della mia indole e un tentativo di instaurare una disciplina che mi renda più forte e stabile come persona. Però se può ispirare chi ascolta a fare altrettanto mi fa piacere.

In che modo hai lavorato per mantenere intatta l’intimità del brano originale di Brahms (Intermezzo op.117 n.1) pur portandolo nel tuo universo sonoro?
Penso che quel lavoro l’abbia fatto mia mamma quando ha scelto quella melodia per farla diventare una ninna nanna da cantarmi quando ero ancora neonata: ne ha riconosciuto il lirismo e il fraseggio e me li ha trasmessi a un livello viscerale prima ancora che potessi apprezzarne il significato. La mia rilettura semplicemente sfrutta il mio gusto musicale che si è sviluppato negli anni ma che alla radice è nato forse proprio da questa singola melodia. Mentre stavo ancora lavorando sull’ arrangiamento, mi sono spesso trovata a voler aggiungere molta più armonia, più voci per cercare di riempire tutti gli spazi, ma non sembrava mai funzionare perché ero legata alla semplicità della melodia. Quindi sono ritornata ad una versione del pezzo più rarefatta e semplice in modo che la cantabilità rimanesse sempre in primo piano.

Margherita Fava
ph Elijah Lightfoot,

Quanto ha influenzato la tua crescita in una famiglia di musicisti classici il tuo approccio alla composizione jazz?
Sicuramente ci sarà un filo conduttore tra i due, ma non a livello conscio e consapevole. Però devo ringraziare molto i miei genitori per avermi circondato di musica 24 ore su 24 da quando sono nata perché mi ha dato un grande vantaggio dal punto di vista dell’ ear training.

In che modo il tuo percorso accademico negli Stati Uniti ha contribuito a definire la tua identità artistica?
Mi ha arricchito moltissimo e sinceramente non credo sarei riuscita a sviluppare la mia visione artistica appieno fossi rimasta in Italia. Perché oltre al jazz, vivere in America mi ha dato l’opportunità di studiare da vicino anche altri generi che ritengo altrettanto importanti per la mia formazione artistica: il gospel, il funk, la techno di Detroit, la salsa cubana. Alla Michigan State University ho potuto sentirmi parte di un continuum temporale che mi ha legato all’ eredità di Barry Harris, Paul Chambers e i fratelli Jones (tutti nati in quelle zone); quando mi sono trasferita a Knoxville in Tennessee, mi sono immersa in una comunità di musicisti che suona gospel la domenica, country durante la settimana, e nel weekend spazia dal pop al jazz al blues e ogni tanto anche alla musica latino-americana. In più ho la fortuna di poter chiamare amici musicisti del calibro di Taber Gable, Gregory Tardy e Donald Brown, per citarne alcuni. E tutte queste relazioni continuano a contribuire alla mia formazione anche a livello umano, non solo musicale.

Che relazione c’è tra improvvisazione e composizione nei tuoi lavori?
Tento di comporre musica che mi stimoli a tal punto da volerci improvvisare sopra. L’intenzione è sempre quella di costruire qualcosa che piaccia a me prima di tutto, perchè altrimenti non credo sarei capace di trasmettere nulla di positivo al pubblico.

Dopo «Tatatu», quali differenze senti nel tuo modo di comporre e suonare oggi?
Penso di riuscire ad incanalare e fondere le mie varie influenze musicali al mio stile personale in maniera più fluida ed efficace. «Tatatu» era un progetto prettamente hard-bop, che è sicuramente un genere che amo e che mi ha segnato come musicista e direi anche proprio a livello umano. Sono ancora molto devota all’eredità che quei musicisti ci hanno lasciato e continuo a scoprire nuovi echi dell’ hard-bop in molta musica dagli anni Sessanta in poi. Però adesso ho più esperienza anche in altri stili di musica, sia a livello compositivo che performativo e ho un’idea più chiara di cosa significhi essere parte di una sezione ritmica.

Quali sono i prossimi passi del tuo percorso artistico?
Sempre avanti, sempre in zone diverse e in parte ancora sconosciute. Non ho già un piano fisso riguardo al mio prossimo progetto, ma nel frattempo sto allargando i miei gusti musicali ascoltando molta musica brasiliana, argentina, elettronica. E sto espandendo la mia ricerca nel repertorio pianistico approfittando dello show radiofonico che produco da un anno On Keys, dove propongo musica per pianoforte/tastiere di tutti i tipi e conversazioni con pianisti a livello internazionale. Però spero di riuscire ad organizzare un tour vero e proprio per «Murrina» prima che le mie orecchie mi spingano a passare alla prossima tappa.
Alceste Ayroldi

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