Along Came Jazz 2016

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6 – 21 luglio – Tivoli

Un ritorno gradito e importante nel panorama italiano

Dopo un lungo settennato di sospensione, il festival tiburtino Along Came Jazz ha potuto fare il proprio ritorno, celebrando la sedicesima edizione, grazie al patrocinio della Acque Albule S.p.A. (e in particolare grazie all’interessamento anche personale del presidente Giovanni Mantovani) e dell’amministrazione comunale, che ne ha inserito la programmazione nel contesto del più ampio «contenitore culturale» del Festival delle Arti Tivoli Chiama. Alla originaria (e storica) direzione artistica di Enzo Pavoni si è aggiunta per l’occasione quella di Paolo Alimonti.

Il programma si è sviluppato comprendendo concerti serali a pagamento (poco più che simbolico il prezzo del biglietto) e concerti pomeridiani a ingresso libero. Per i primi  si sono esibiti: Aires Tango, Steve Lehman Octet, Tri(o)Kàla, Roots Magic, Ches Smith Trio, Enzo Pietropaoli Quartet e, a chiusura, il duo Paoli-Rea. Per i secondi ci sono stati i concerti di: Play Verdi Quartet, Caterina Palazzi Sudoku Killer, Lucia Ianniello Maintenant, Susanna Stivali Quartet e Antonella Vitale Quartet. Diversi anche i luoghi dei concerti, con quelli serali collocati presso lo scenario monumentale del santuario di Ercole vincitore o presso il parco termale delle Acque Albule, mentre gli altri si sono tenuti in varie piazze del centro storico.

Non c’è alcun dubbio che gli eventi di maggior richiamo per gli appassionati siano stati quelli che prevedevano la presenza dei due gruppi americani.

Lo Steve Lehman Octet ha richiamato nell’anfiteatro del santuario di Ercole vincitore un folto pubblico, con la presenza di molti giornalisti e di numerosi musicisti dell’area romana. L’esibizione ha confermato l’altissimo livello di magistero formale raggiunto dal gruppo – indubbiamente tra i più interessanti dell’intera scena mondiale – fondato su innovative forme scritte, che hanno consentito l’indolore sostituzione di Jonathan Finlayson, alla tromba, con Adam O’Farril e di Tyshawn Sorey, alla batteria, con Jalon Archie. Il resto del gruppo era immutato, con il leader all’alto, al sopranino, al laptop e alla direzione, Mark Shim al tenore, Tim Albright al trombone, Chris Dingman al vibrafono, Jose Davila alla tuba e Drew Gress al contrabbasso. Proposti brani tratti prevalentemente dal pluri-premiato «Mise en Abîme», ma anche dal precedente «Travail, Transformation And Flow», mentre già si accende l’attesa per il nuovo album, in uscita per il 19 agosto prossimo.

Minore richiamo di pubblico, ma esiti artistici comparabili – ai massimi livelli, dunque – per il Ches Smith Trio (oltre al leader alla batteria e al vibrafono, un superlativo Craig Taborn al pianoforte e Mat Maneri alla viola elettrificata), che si è esibito nella nuova location del parco termale (rivelatasi nel complesso assai felice). Un super-gruppo che si è prodotto in un set lunghissimo, riproducendo gran parte del contenuto dell’ottimo album «The Bell», ma portandosi per certi versi oltre, in una miscela originalissima che alterna pedali ipnotici a sprazzi di pura energia, con lampi di suono e tuoni di batteria.

Tra i gruppi italiani dei concerti serali, grande accoglienza per il nuovo Trio di Rita Marcotulli (con un eccellente Ares Tavolazzi al contrabbasso e Alfredo Golino alla batteria), esibitosi in una performance di estrema eleganza e – come era comprensibile – per il finissage di enorme richiamo mediatico di Gino Paoli e Danilo Rea. Aires Tango (Javier Girotto, soprano; Alessandro Gwis, pianoforte; Marco Siniscalco, basso elettrico; Michele Rabbia, batteria e percussioni) aveva già confermato, in apertura di rassegna, la posizione conquistata nel corso di una carriera ultra-ventennale nel cuore di molti fan, con la passionale miscela di tango, jazz e melodie fugate. Il quartetto di Enzo Pietropaoli (oltre al leader al contrabbasso: Fulvio Sigurtà, tromba; Julian Mazzariello, pianoforte e Alessandro Paternesi alla batteria) ha ribadito il ragguardevole livello raggiunto con la trilogia «Yatra», capace di coniugare una forma. Il concerto di più forte impatto, ad onta delle presenza di pubblico meno folta, è parso quello dei Roots Magic, gruppo di chiara vocazione internazionale (Errico De Fabritiis, alto e baritono; Alberto Popolla, clarinetti; Gianfranco Tedeschi, contrabbasso; Fabrizio Spera, batteria). Il quartetto romano – autore di una esibizione infuocata – ha rispettato appieno le proprie caratteristiche espressive, confermando la capacità non comune di portare verso il pubblico una musica niente affatto compiaciuta di sé, gravida di umori e foriera d’una capacità comunicativa per più versi esplosiva. L’originale miscela di blues delle origini e di free ribadisce che è nella tensione permanente tra la forma e la sua dissoluzione la ragion d’essere di questa musica.

Nei concerti pomeridiani, come già detto, si sono esibiti: Play Verdi Quartet (Andrea Pace, tenore; Nicola Puglielli, chitarra; Piero Simoncini, contrabbasso; Massimo D’Agostino, batteria); Caterina Palazzi Sudoku Killer (Antonio Raia, tenore; Giacomo Ancillotto, chitarra; Caterina Palazzi, contrabbasso; Maurizio Chiavaro, batteria); Lucia Ianniello Maintenant (Lucia Ianniello, tromba; Andrea Polinelli, soprano, alto; Paolo Tombolesi, pianoforte, tastiere; Cristina Patrizi basso elettrico); Susanna Stivali Quartet (Susanna Stivali, voce; Alessandro Gwis, pianoforte; Marco Siniscalco, basso; Emanuele Smimmo, batteria); Antonella Vitale Quartet (Antonella Vitale, voce; Enrico Bracco, chitarra; Stefano Nunzi, contrabbasso; Marco Valeri, batteria). L’occasione ha permesso di aprire un’interessante finestra su un jazz italiano meno consueto, con una piacevole prevalenza di leadership al femminile.

Il bilancio finale è molto positivo, intanto per il ritorno di una rassegna di sicuro rilievo nazionale e molto amata dal pubblico. Inoltre per la sua realizzazione in concreto che, in epoca di grande crisi e di accese discussioni circa la programmazione di manifestazioni analoghe, ha saputo coniugare le ragioni di una maggiore fruibilità – senza per questo cadere nel conformismo – con quelle della migliore attualità, della scena internazionale e non solo.

Questo è un ottimo viatico, per ripartire e per riportare Along Came Jazz ai passati livelli di attenzione per la musica improvvisata e di ricerca, specie se italiana.

Sandro Cerini