Adrian Rollini : un virtuoso dimenticato

Ricordiamo il geniale multistrumentista italoamericano, scomparso poco più che cinquantenne dopo una singolare carriera

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Adrian Rollini

Anche se il suo nome è rimasto inscindibilmente legato al sax basso – strumento tanto insolito quanto ingrato, che seppe usare, anche in chiave solistica, con grande maestria – Adrian Rollini è stato in grado sin da giovanissimo di cimentarsi con una variegata gamma di strumenti (xilofono, pianoforte, vibrafono, clarinetto, sassofono, batteria) e di inventarne addirittura due: l’hot fountain pen (un clarinetto in miniatura con un’unica ottava dal suono acuto simile a quello di un violino) e il goofus (uno strano incrocio tra il sax e l’armonica).

Venuto alla ribalta nei primi anni Venti con i California Ramblers, Adrian Rollini diventò in pochi anni una delle punte di diamante della scuola newyorkese grazie soprattutto ai fortunati sodalizi con Red Nichols, Miff Mole, Tommy e Jimmy Dorsey, Joe Venuti, Eddie Lang, Frank Trumbauer e Bix Beiderbecke. Tra giugno e ottobre del 1926 prese parte a ben diciotto sedute di incisione sotto otto diversi leader (Dick Sudhalter le ha annotate tutte in Lost Chords: White Musicians And Their Contribution To Jazz 1915-1945, Oxford University Press 1999).

Ma Rollini non fu soltanto un importantissimo gregario, qual è generalmente considerato: fu anche un solista innovativo, in grado di schiudere nuovi orizzonti tecnico-espressivi al sax basso e, seppure in misura meno rilevante, al vibrafono. E pure all’interno della sua nutrita e non sempre eccelsa produzione da leader figurano opere degne della massima considerazione.

Adrian Rollini
Una fotografia di Adrian Rollini al vibrafono, autografata

Adrian Rollini nacque a New York nel giugno 1903 da una famiglia benestante (il nonno, Antoine Rollins, era un militare francese che, fuggito in Italia, aveva cambiato il cognome in Rollini e sposato una ragazza italiana) e cominciò a studiare il pianoforte in tenerissima età (anche il fratello Arthur ne seguì le orme diventando un valente tenorista). Avvolta nelle nebbie della leggenda è la storia di un suo recital pianistico al Waldorf Astoria di New York dove, a quattro anni, avrebbe suonato Chopin; è invece certo che, quindicenne, formò la sua prima band nella quale suonava il pianoforte e lo xilofono. Nel 1922 fu chiamato a far parte dei California Ramblers, orchestra all’epoca popolarissima nella quale, dovendo rimpiazzare il suonatore di basso tuba, cominciò a cimentarsi da autodidatta con il sax basso (che è in Si bemolle come il tenore ma una ottava sotto), a suo avviso più flessibile, contribuendo a rendere ben più sciolto il sound ritmico di quella formazione e rivelando nel contempo tutte le potenzialità di uno strumento sino a quel momento assai poco usato.

La produzione dei California Ramblers e delle formazioni ridotte da quella derivate (Goofus Five, University Six, Varsity Eight, Little Ramblers e altre), caratterizzata da un sound meccanico, impettito, militaresco, è ancora assimilabile a quella syncopated music di cui erano stati indiscussi alfieri Jim Europe, Joe Frisco, Earl Fuller e Vincent Lopez. I pochi sprazzi di luce sono rappresentati dagli interventi di Jimmy e Tommy Dorsey, Bobby Davis e di Adrian Rollini, che di quella formazione diventò l’elemento chiave.

Adrian RolliniSin dai suoi primi assoli (My Sweet Went Away e Sittin’ In The Corner del 1923, Copenhagen e After You’ve Gone del 1924) ci si rende immediatamente conto che la voce del sax basso non solo entra gradualmente a far parte integrante della sezione melodica, conferendo più calore e colore agli impasti sonori, ma è anche il solista meno convenzionale e prevedibile. È solo il preludio di una lunga collana di perle: Dustin’ The Donkey, Tiger Rag, San (ancora con i California Ramblers); Ida e Feelin’ No Pain (con i Five Pennies di Red Nichols); Ballin’ The Jack, Navy Blues (Miff Mole); Desdemona (University Six); Arkansas Blues (Varsity Eight); Lazy Weather (Goofus Five, dove si apprezza Rollini proprio al goofus); Sugar, Somebody Stole My Gal (Fred Elizalde); Royal Garden Blues, Since My Best Gal (Bix Beiderbecke). Nell’ultimo titolo, inciso nel 1927 con la Gang, il sax basso si inserisce di prepotenza nella front line dando vita a un’ardita chase con la cornetta del leader e relegando Don Murray e Bill Rank a un ruolo da comprimari.

Le incisioni nelle quali il sax basso ha davvero modo di emergere come solista sono però quelle dei Blue Four e Blue Five di Joe Venuti, dove per l’assenza di una vera front line si trova ad agire da strumento prettamente melodico interloquendo con il violino del leader e (quando presente) con il clarinetto di Jimmy Dorsey, mostrando la stessa agilità di fraseggio di un sax contralto o tenore. Cheese And Crackers, Beating The Dog, I’m Somebody’s Somebody Now, Up And Take (dove Adrian Rollini suona la hot fountain pen), Raggin’ The Scale conservano ancor oggi un’incredibile freschezza.

Dal contrasto tra la voce celeste, lieve, quasi impalpabile del violino e quella rauca, ruvida, angolosa del sax basso nasce una mistura tanto inedita quanto suggestiva. Quel che più colpisce è la facilità del dialogo, ora all’unisono ora in armonia, con incredibile leggerezza ed elasticità anche su tempi velocissimi. Ma la vetta è probabilmente la Jazz Me Blues del 1933 con i Blue Six di Venuti, dove la sfida coinvolge anche il clarinetto di Benny Goodman e il tenore di Bud Freeman, che fatica a tener testa alle spirali vorticose e imprevedibili del sax basso. Nell’ambito del jazz bianco newyorkese sono alcuni degli esempi più significativi di jazz cameristico, al limite del sinfonico; ed è proprio la voce cavernosa del sax basso a impedire al violino di spostarsi troppo sul versante classico e a rendere raffinato e insieme primitivo il sound d’insieme. La formula è paragonabile a quella sperimentata da Clarence Williams alla testa dei Blue Five: Ed Allen, Buster Bailey e il mostruoso suonatore di tuba Cyrus St. Clair, sorta di equivalente nero di Rollini.

Proprio riferendosi a quella serie di incisioni, Spencer Clark (uno dei suoi più autorevoli discepoli assieme a Min Leibrook e a Joe Rushton) disse che Rollini sta al sax basso come Jack Teagarden al trombone. Persino Coleman Hawkins ammisse di essere stato spinto a cimentarsi anche con il sax basso (in Nobody’s Rose e in Pensacola incisi con Fletcher Henderson del dicembre del 1925) perché affascinato dall’abilità di Rollini e di averne tenuto conto nell’uso del registro basso del tenore, così come – secondo Stanley Dance (The World Of Duke Ellington, Scribner 1970), fece Harry Carney con il sax baritono.

Adrian Rollini
Adrian Rollini (al centro) dirige una formazione traboccante di grandi del jazz, tra cui Bix Beiderbecke (alla sua destra) e Frankie Trumbauer (alla sinistra). Il secondo da sinistra è Eddie Lang, il secondo da destra Joe Venuti

Adrian Rollini fu anche un pioniere del vibrafono: ancora giovanissimo aveva provato ad amplificare lo xilofono e a integrarlo con un pedale per potenziarne la sonorità ma solo dai primi anni Trenta alternò con una certa regolarità il vibrafono al sax basso dimostrando anche lì notevole talento e un certo virtuosismo (fu uno dei primi a usare le quattro bacchette). Più che a Hampton fu giustamente accostato a Red Norvo per l’eleganza e la raffinatezza dello stile (direttamente mutuato dallo xilofono): essenziale, asciutto, pressoché privo di vibrato. Le versioni del 1933 di Vibrafonia (con Venuti), Charlie’s Home e Blue Prelude (a suo nome) sono tra i primi esempi significativi, anche se la notorietà come vibrafonista derivò soprattutto dalle registrazioni in trio: da Vibrollini a Rebound, da lui stesso composti (da quel momento usò sempre più sue composizioni di matrice commerciale, assai poco interessanti sotto il profilo jazzistico).

Nel 1933-34 Rollini cominciò a esibirsi alla testa di proprie formazioni: il grosso delle registrazioni (Melotone, Banner, Vocalion) è ricordato più che altro per il contributo solistico di Benny Goodman, Bunny Berigan e del leader (You’ve Got Everything e Savage); a penalizzarle sono la scelta di un repertorio troppo commerciale e l’eccessivo spazio per cantanti modesti. Fa eccezione la seduta Decca dell’ottobre 1934 alla testa di un gruppo di stelle comprendente il fratello Arthur (che faceva allora parte stabile dell’orchestra di Goodman e che ha poi scritto l’interessante autobiografia Thirty Years With The Big Bands), Goodman, Jack Teagarden e il chitarrista George Van Eps: ne uscirono alcuni interessanti esempi di dixieland abilmente incrociato con lo Swing, melodicamente raffinato e ritmicamente leggero, come in particolare Davenport Blues e Riverboat Shuffle, piacevolmente arrangiati da Fred Van Eps (fratello di George) sulla falsariga delle versioni originali di Bix e nobilitati da una sequenza di eccellenti interventi del trombone di Teagarden, del clarinetto di Goodman e ovviamente del sax basso del leader che, essendo anche lo strumento guida (con gli altri fiati in armonia) lascia una traccia davvero indelebile.

Nel corso dell’anno successivo Rollini, che aveva un forte senso degli affari, aprì la Tap Room all’interno del President Hotel di New York, dove chiamò a esibirsi musicisti del calibro di Wingy Manone, Joe Marsala, Freddy Jenkins, Albert Nicholas, Bernard Addison, Big Joe Turner, Ward Pinket, Putney Dandridge, Jack Russin, riservando ampio spazio ai propri interventi al sax basso, al vibrafono, al pianoforte e alla batteria. Non si trattava di un vero jazz club ma piuttosto di un locale alla moda, frequentato dalla ricca borghesia newyorkese e dai turisti che gravitavano nell’area di Manhattan. Con la Tap Room Gang e i Little Ramblers registrò diversi dischi per la Victor, nei quali sembrava voler ricreare il sound e l’atmosfera dei quintetti di Fats Waller (che in quel momento spopolava) in una chiave peraltro un po’ troppo parodistica, che inquinava il contributo di valenti solisti, primi tra tutti Albert Nicholas e Ward Pinkett.

Adrian Rollini
Il goofus, uno dei singolari strumenti inventati da Rollini. Era uno stravagante ibrido tra sax e armonica

Ritroviamo Rollini nelle vesti di pianista e vibrafonista, alla testa di piccoli gruppi, al Whitby Grill sulla 45th Street e poi al Picadilly Circus dell’omonimo albergo. Tra le sue ultime sedute di incisione spicca quella per la Decca con Bobby Hackett e un giovanissimo Buddy Rich. Rollini aveva nel frattempo aperto un negozio di strumenti (vendita e riparazione). Alla fine degli anni Trenta compose musica per riviste e spettacoli musicali e apparve in diversi cortometraggi: For Auld Lang Syne con James Cagney, Himber Harmonies (con un suo trio), Swing Styles.

Dopo una lunga assenza dalle scene ritornò alla ribalta nei primi anni Cinquanta, ancora come pianista e vibrafonista, registrando per la Mercury un lp che rappresenta il suo più che decoroso canto del cigno. Ritiratosi in Florida con la moglie Dixie, rilevò la gestione dell’Eden Roc Hotel di Miami e del Driftwood Lodge, a pochi chilometri da Key Largo. Faceva una vita da nababbo, alternando la musica alla pesca: si era comprato un cabinato di lusso attrezzato per la pesca di altura. La sua improvvisa morte (il 15 marzo del 1956) è ancora avvolta nel mistero. Si è parlato di un grave incidente automobilistico, di polmonite legata alla cirrosi, di infarto fulminante e di avvelenamento, forse persino doloso (nel qual caso si tratterebbe di omicidio). Il suo nome era da tempo caduto nell’oblio, anche perché non aveva in realtà mai goduto di una grande popolarità, benché avesse tutti i requisiti per assurgere nell’Olimpo dei sassofonisti come genio del sax basso.

Giorgio Lombardi