Nucleus «Torrid Zone»

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AUTORE

Nucleus

TITOLO DEL DISCO

«Torrid Zone»

ETICHETTA

Esoteric Recordings (6 cd)


Se volessimo cavarcela con poco potremmo dire: «Si scrive Nucleus, si legge Ian Carr». O viceversa. La storia dei Nucleus è infatti indissolubilmente legata alla storia di questo musicista scozzese particolarmente stimato in Inghilterra, molto attivo sulla scena europea, capace di interpretare il suo ruolo di artista coerente e rigoroso abbinandolo a quello di insegnante e musicologo.

Carr nacque nel 1933 a Dumfries e si dedicò fin da giovanissimo alla musica, spesso in compagnia del fratello Mike, ottimo pianista e organista con all’attivo buone prove discografiche negli anni Sessanta. Assieme alla passione per la musica coltivò anche lo studio della letteratura, frequentando il King’s College di Newcastle-upon-Tyne, dove conseguì la laurea in letteratura inglese. Poi decise di iniziare un percorso di formazione in giro per l’Europa. Dopo svariati mesi in Germania come militare se ne andò a Parigi, dove si guadagnò da vivere facendo l’insegnante di inglese. In Germania si era comprato una tromba e piano piano imparò a suonarla. Dalla capitale francese si spostò prima a Nizza e poi in Corsica. In un villaggio turistico dell’isola trovò lavoro come barista e da un giorno all’altro finì per sostituire il trombettista nel gruppo ingaggiato a suonare per tutta la stagione turistica. Poi Carr si spostò in Italia e rimase per parecchi mesi a Livorno, continuando a insegnare inglese e a suonare la tromba con gruppi locali. Di conseguenza, imparò anche l’italiano. Fu proprio a Livorno che il Nostro prese la decisione di dedicarsi definitivamente alla musica, abbandonando la vecchia intenzione di cimentarsi come scrittore. In realtà quest’ultima passione non sarà mai tralasciata del tutto, e Carr troverà molti anni dopo la possibilità di scrivere due biografie musicali molto apprezzate, l’una dedicata a Miles Davis e l’altra a Keith Jarrett. Tornato in Inghilterra, si stabilì a Londra e iniziò un proficuo sodalizio con il sassofonista Don Rendell. Il loro quintetto ha lasciato una mezza dozzina di album che ci aiutano a capire come si stesse evolvendo il jazz inglese, ancora molto influenzato da ciò che succedeva oltre Atlantico.

Nel 1969 Carr, da sempre affascinato dalla figura di Miles Davis, decise di fondare i Nucleus traendo evidente ispirazione dai primi album elettrici del trombettista americano. In particolare l’album d’esordio del gruppo, registrato nel gennaio 1970, prende atto della rivoluzione che sta maturando in opere come «Filles De Kilimanjaro» e soprattutto «In A Silent Way». Quest’ultimo album è una sorta di manifesto cui Ian Carr e i suoi Nucleus aderiscono in toto. «In A Silent Way» esce a fine luglio del 1969 e diventa immediatamente un modello da seguire per molti giovani musicisti inglesi, stimolati anche dalla presenza, nel gruppo di Miles, di due compatrioti di grande valore come Dave Holland e John McLaughlin.

Come si diceva, i tempi di reazione dei Nucleus erano piuttosto veloci, e già a gennaio del 1970 il sestetto guidato da Carr entrò in studio per registrare «Elastic Rock», che uscirà a marzo con incredibile tempismo. Al fianco del trombettista c’erano il chitarrista Chris Spedding, geniale punto di raccordo per tenere assieme il nuovo equilibrio sonoro; il saxofonista Brian Smith, autore di pregevoli assoli ma anche capace di reggere con grande eleganza le numerose frasi tematiche in unisono con la tromba del leader; il pluristrumentista Karl Jenkins che si alternava brillantemente al sax baritono, all’oboe, alle tastiere; l’ottimo e solido bassista Jeff Clyne e il frizzante batterista John Marshall, una vera dinamo, infaticabile e indispensabile per reggere in costante equilibrio, tra rock e jazz, questo impavido gruppo.

L’ottimo cofanetto intitolato «Torrid Zone» (Esoteric Recordings) comprende ben sei cd e un bel libretto, ricco di foto e di elaborazioni grafiche che fanno da contorno alle lunghe e interessanti liner notes firmate dal veterano Sid Smith. I sei dischi racchiudono ben nove album, tutta la produzione dei Nucleus per la Vertigo. I nove album, usciti originariamente fra il 1970 e il 1975, sono stati ben rimasterizzati e ordinati cronologicamente. Non ci sono inediti, e questo è l’unico rammarico che ci concediamo perché tutto il resto è davvero all’altezza delle aspettative.

I Nucleus ebbero un immediato successo in patria e nel resto del mondo, e già nell’estate del 1970 vennero inseriti nel cartellone del festival di Montreux in un improbabile abbinamento con il cantante Leon Thomas (documentato dall’album «Live 1970» uscito nel 2014 per la Gearbox). Tornarono in studio di registrazione a settembre per il secondo album, intitolato «We’ll Talk About It Later». Un lavoro simile all’album di esordio, con punti di contatto ben evidenti anche a livello tematico, ma più fluido, più preciso, più pungente. Un disco eccellente che rimarrà insuperato, il loro vero capolavoro. Il gruppo è affiatatissimo e riluce ancora di più il lavoro eccellente di Chris Spedding, un chitarrista meno appariscente rispetto a John McLaughlin, che all’epoca era sicuramente il modello più considerato, ma capace di ben raccordare il lavoro dei suoi compagni di strada. Il terzo e quarto album, intitolati rispettivamente «Solar Plexus» e «Belladonna» sono di qualità comparabile a quella degli album precedenti; nel secondo album si mettono in buona luce anche il tastierista neozelandese Dave MacRae e un giovane Allan Holdsworth, qui agli inizi di una luminosa carriera. I successivi cinque album («Labyrinth», «Roots», «Under The Sun», «Snakehips Etcetera» e «Alleycat») muovono da intenzioni molto ambiziose che a volte non trovano adeguata realizzazione, anche per il frequente alternarsi di musicisti, con i nuovi arrivi che finiscono spesso per abbassare la qualità interpretativa.

Ma nel complesso l’avventura di Ian Carr e dei suoi Nucleus merita di essere rivisitata con attenzione, e questo «Torrid Zone» ci offre l’opportunità di farlo grazie a una produzione tecnicamente ed esteticamente ineccepibile.

Comandini

[da Musica Jazz, luglio 2019]