«THE DECADES»: INTERVISTA A ROBERTO ESPOSITO

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«The Decades»,pubblicato dalla Workin’Label, è il disco d’esordio del pianista salentino Roberto Esposito. Ne parliamo con lui.

Roberto, quando è avvenuto il tuo incontro con la musica?

Avevo undici anni; è stato folgorante ed ha da subito cambiato il mio modo di approcciare a tutto il resto.

Dal Salento sei approdato a Parma dove hai studiato jazz con Roberto Bonati. Poi, sei andato in Ungheria: perché questa scelta?

Semplicemente ne ho avuto la possibilità e non mi sono lasciato scappare due preziose occasioni per conoscere nuovi ambienti. Parma mi ha dato tanto perché è una città in cui la cultura musicale ha delle radici che affondano nella storia della musica classica e romantica; studiare in un conservatorio glorioso come quello di Parma mi ha dato una formazione di cui sono veramente soddisfatto; l’Ungheria è stata la patria di Liszt (e non solo) ed è stato impressionante notare con quanta serietà viene trattato l’argomento musica, intesa anche come lavoro vero e proprio e su più livelli; cosa che in Italia purtroppo manca.

I tuoi studi si sono completati con la musica classica. E’ stata un’esigenza che hai avvertito dopo aver studiato jazz? Hai ritenuto che solo così si poteva completare il tuo percorso professionale?

Ottenere la padronanza dello strumento pianoforte è stato ed è tutt’ora il mio impossibile obiettivo; il percorso classico è stato quello che maggiormente mi ha fatto provare la sensazione di avvicinarmi a tale obiettivo.

Parliamo di «The Decades» dove unisci la classica, l’improvvisazione e la tradizione folclorica. Le prime due sono frutto dei tuoi studi, l’amore per le tradizioni popolari, invece, da dove nasce?

Anche le prime due rappresentano ciò di cui sono perdutamente innamorato; l’amore invece per la tradizione popolare nasce dall’attaccamento alla mia terra d’origine; scoprire la musica del mio popolo è stato entusiasmante e per riportarla in «The Decades» mi sono dovuto idealmente giustificare con i più grandi autori del passato come Bach, Beethoven, Chopin, Liszt, Strauss, Stravinsky, Bartok, Piazzolla, che della musica popolare hanno spesso fatto una vera e propria missione.

Perché hai preferito suonare da solo?

Mi sento più equilibrato e sento di poter esprimere maggiormente il mio pensiero, quello più profondo e completo, anche se mettersi completamente a nudo di fronte ad una platea non rappresenta sempre la strada più semplice. Ciò non esclude che io adori suonare con gli altri musicisti, cosa che faccio frequentemente.

Se dovessi affiancare uno o più strumenti al tuo pianoforte, quali vedresti bene?

Sono molto affascinato dalla formazione standard del Jazz Trio con Contrabbasso e batteria; talvolta mi diverto ad abbinare strumenti della tradizione popolare come tamburi a cornice o strumenti a fiato o a corda dell’ area mediterranea.

Hai recuperato una serenata grika Kalinifta. Cosa ti ha colpito di questo brano?

La mia trascrizione pianistica di Kalinifta è nata di getto in un pomeriggio; mi ha impressionato come questo canto, che racconta della sofferenza per via di  un amore non corrisposto, sia invece vissuto nel folklore locale come un canto di gioia e spensieratezza; forse in qualche modo inconscio, l’energia devastante che le sue armonie sprigionano nel corpo di chi l’ascolta, sviluppa comunque una sorta di incontrollabile esorcismo nei confronti di tutto ciò che è negativo; nulla infatti, nella vulnerabile condizione umana è più frustrante di un sentimento non corrisposto;

Ritieni che la musica popolare dell’area del Mediterraneo abbia subito influenze dal jazz e viceversa?

Intendo la  musica popolare in maniera molto ampia; come se in realtà tutto ciò che oggi perviene alle nostre orecchie nascesse in qualche modo da quella esigenza primordiale di creare un linguaggio. Se intendiamo commistione di linguaggi, allora sì: inevitabilmente si è creato nell’ ambito del XX secolo uno scambio reciproco di ampie proporzioni tra il vecchio e il nuovo continente.

Hai composto tre brani ispirandoti ad altrettanti tre elementi: acqua, terra, fuoco. La tua concezione è quella filosofica o squisitamente naturalistica? Perché non anche l’aria?

Credo di essermi assoggettato ad una visione prettamente naturalistica, accostando ad ogni elemento un colore e ricollegandolo ad una tonalità; da qui tutto il resto. Per l’aria non ho ancora trovato un colore, ma ci sto lavorando…

Mi sembra che vi sia una dedica particolare anche a Rachmaninoff e anche a Gershwin, probabilmente. Mi riferisco a Rhapsody For Rach. Cosa rappresentano per te entrambi questi compositori?

Rachmaninoff ha ricevuto un dono e lo ha sfruttato a pieno, superando ogni confine dello scibile, scrivendo opere per tutti ma non per tutti, ardite e complesse ma allo stesso dirette ed incredibilmente emancipate. Egli rappresenta certamente il mio modello di scrittura. Gershwin ha tracciato un solco (e di questo anche Rachmaninoff se ne era reso conto), facendo capire al mondo che il «nuovo suono»  era ormai giunto alle soglie dell’immortalità.

Le tue composizioni abbracciano l’universo musicale, senza barriere. Hai lavorato utilizzando un particolare metodo, anche di ricerca, oppure hai agito in maniera del tutto spontanea?

La ricerca al giorno d’oggi è fondamentale ed i mezzi che ora abbiamo a disposizione sono davvero innumerevoli; c’è molto istinto in ciò che scrivo, ma la stesura non è mai fine a se stessa; c’è sempre un modello di riferimento che può variare di volta in volta, ma è comunque lì a monitorare ciò che faccio.

Perché The Decades? A quali decenni fai riferimento?

Questa parola mi è sembrata sin da subito evocativa; nel disco sono contenuti dieci brani e considerando, in una visione ottimistica, di poter campare fino a cento anni, ad ogni brano (a piacere dell’ascoltatore) si può affidare una decade di vita vissuta anche facendo previsioni per il futuro. L’unica che non si può cambiare è l’ultima “The Decades” appunto che rappresenta il momento in cui tireremo le somme facendo un bilancio di ciò che di buono e di meno buono c’è stato. Ogni titolo evoca qualcosa, un animale, un colore, un elemento della natura, una fonte di ispirazione; è la vita vissuta che attraversando le decadi ci riempie di tutto questo, ci impreziosisce e ci permette di confrontarci, qui, sul suolo terrestre in cui siamo costretti a vivere.

Chi è il tuo punto di riferimento stilistico?

Sono tanti e diversi nei vari periodi della mia vita. Da Chopin a Rachmaninoff a Kapustin, da Michel Petrucciani a Oscar Peterson, da Misha Alperin a Tigran Hamasyan; restando in Italia credo che Julian Mazzariello sia un pianista fortissimo.

C’è un musicista in particolare con il quale vorresti collaborare?

Ho avuto l’onore di incontrare sul palco tanti grandi della musica classica, popolare e del jazz italiano e non. Non escludo nulla ho voglia di confrontarmi con chiunque possa insegnarmi tutto ciò che non conosco, perciò suonerei con tutti coloro i quali amano fare bene musica, come spero di fare io.

Se un pittore dovesse rappresentare la tua musica, quale quadro ne verrebbe fuori e a quale artista affideresti l’incarico?

Sicuramente ad un artista di strada, un acquerellista che possa cogliere l’evanescenza della mia musica con dei tratti delicati e sinceri, ma allo stesso tempo la concretezza di una vita vissuta sempre alla ricerca della migliore sopravvivenza con lo zaino costantemente sulle spalle e tra i piedi un cappellino per le offerte.

Cosa è scritto nell’agenda di Roberto Esposito?

Il 2015 sarà un anno buono spero, come del resto lo è stato il 2014. Ho in serbo dei concerti in spazi qualitativamente sempre migliori anche oltre i confini nazionali. Spero vada sempre in crescendo, anche se ho i piedi ben piantati a terra.

Alceste Ayroldi