Federica Michisanti: ascolto le mie sensazioni e le trasformo in note

La giovane contrabbassista e compositrice romana è uno dei talenti più interessanti della nuova generazione

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federica michisanti

Federica, il mondo del jazz è un po’ androcentrico, anche se in Italia di contrabbassiste-leader ce ne sono diverse. Tu come lo vedi?
In realtà, secondo me, è la cultura occidentale in genere ad essere androcentrica, la parità dei sessi è soltanto un’apparenza. Il messaggio subliminale che riceviamo è che la donna esiste in funzione dell’uomo, che non ha la stessa importanza e lo stesso diritto di occupare lo spazio. E noi donne siamo addirittura più maschiliste degli uomini, perché cresciamo con questo sentimento inconsapevole di inferiorità e, quindi, siamo più competitive tra di noi, perché non ci è concesso di stare sullo stesso livello dell’uomo e nemmeno di confrontarci con lui. Questo sentimento mi ha condizionato a lungo, facendomi pensare che non avrei mai potuto suonare a un certo livello. Quindi non direi che sia un vantaggio. Ma è stata una grande opportunità per rendermi conto di questo pensiero negativo dentro di me riguardo le donne, un modo per entrare in contatto con la mia femminilità, accettarla ed amarla. E, di conseguenza, apprezzare le altre donne e rendermi conto del loro valore. Una volta presa coscienza di questo, quello che pensano gli altri non conta più così tanto e non esistono più vantaggi o svantaggi, solo l’amore per la musica.

Qual è il tuo background culturale?
Da piccola mi piaceva molto leggere. Penso di aver mutuato questa inclinazione da mia madre. Il primo libro che ricordo di aver letto alle elementari è Il diario di Anna Frank, tant’è che poi cominciai a scriverne uno anche io, nel quale addirittura annotavo avvenimenti politici di cui sentivo parlare in tv o l’esser stata colpita da un’attrice che in un film cantava una canzone per me molto toccante (che poi anni dopo scoprii essere Amazing Grace). E passavo ore a disegnare! Era l’occupazione che più mi faceva star bene. Avrei voluto frequentare il liceo artistico, ma non ci fu verso di convincere i miei genitori. Quindi ho fatto lo scientifico. La materia che mi appassionava di più era la filosofia. Ricordo che passavo tantissimo tempo a cercare di «personalizzare» i pensieri di Socrate, Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Sartre: nel senso che provavo a capire, tramite le mie esperienze vissute, le teorie che proponevano riguardo la conoscenza della realtà e dell’esistenza umana. Un po’ ambiziosa come intenzione, forse! Ma non mi bastava la sola informazione superficiale; avrei voluto proprio penetrare il loro pensiero per capire come erano arrivati ad elaborare le loro teorie. Miravo a dare una mia spiegazione della realtà. Dunque l’esistenzialismo mi interessava molto, anche in letteratura e nelle arti figurative.

E il basso lo hai imbracciato per caso.
Da piccolissima avrei voluto suonare la batteria. Ebbi, invece, una chitarra ai tempi del liceo. All’università conobbi un gruppo di ragazzi che suonavano brani rock di loro composizione. Erano senza bassista e mi chiesero se volessi provarci io. Perché no? Facevano proprio sul serio! E questo mi diede l’opportunità di dedicarmi in maniera più intensiva ad un’altra cosa che cominciava ad appassionarmi molto, oltre al disegno: la musica. Un paio di questi ragazzi frequentavano l’Università della Musica di Roma che, al tempo, era la scuola di musica per eccellenza, quella alla quale si iscrivevano i musicisti che volevano diventare dei professionisti. Io non avevo un’intenzione consapevole di voler «fare la musicista da grande», ma sicuramente la musica mi appassionava più degli studi che avevo intrapreso alla facoltà di scienze politiche. Quindi mi trovai un lavoro part-time per pagare la scuola di musica e lasciai l’università «tradizionale».

Se non avessi fatto la musicista saresti stata una disegnatrice. Qual è il tuo rapporto con le arti visive? E, a tal proposito, hai mai pensato a un progetto che possa mettere insieme le tue due inclinazioni?
Delle arti visive quello che mi affascinano di più sono, appunto, il disegno e la pittura. Per me sarebbe stato del tutto naturale fare del disegno oggetto di studio prima e la mia professione, poi. Inizialmente ero molto attratta dai cartoni animati e dai fumetti; poi, dagli studi di Leonardo e di Michelangelo e dai dipinti di Caravaggio. Dunque mi piacevano la «figura» e i dettagli. E, di conseguenza, copiavo, copiavo, copiavo. In seguito, la mia attenzione si è spostata sul colore e sul tratto ma, a questo punto del mio rapporto con l’arte visiva, cominciai con la musica e smisi per tanti anni di disegnare. Ora che ho ripreso di nuovo a farlo, il piacere e l’emozione nel guardare un’opera non è tanto nel riconoscere in una figura un ideale di rappresentazione quanto la sensazione trasmessa dall’uso dei toni, dei colori e del tratteggio. E anche quando disegno quello che mi piace di più è l’accostamento delle tonalità dei colori e il piacere nel tratteggiare le linee. Per me il disegno è frutto di visioni mentali, mentre la musica è più un’intuizione, una percezione. Ancora non ho mai pensato ad un progetto che possa unire queste due inclinazioni, ma forse verrà da sé come naturale conseguenza dello sviluppo di una maggiore consapevolezza in entrambe le due forme di espressione.

E poi è nato un idillio: cosa ti piace, in particolare, di questo strumento?
Non ho mai pensato al contrabbasso in maniera idilliaca. Anzi: è un rapporto un po’ controverso, una sfida alla mia fisicità. Ma adoro la possibilità offerta da questo strumento di insinuarmi ritmicamente e melodicamente tra le note suonate dagli altri.

E al jazz come sei arrivata?
Prima dell’Università della Musica, dove gli insegnanti mi consigliavano ascolti jazzistici, forse l’unico contatto che avevo avuto con il jazz era stato attraverso l’ascolto di grandi musicisti nei dischi di Sting. Poi avevo sentito un mio compagno di università suonare al piano un pezzo favoloso: era «The Köln Concert» di Keith Jarrett. E allora comprai il disco, ma ascoltavo e riascoltavo solo la prima parte del tema. Il resto era ancora troppo complicato! All’inizio mi ricordo che mi forzavo ad ascoltare i dischi di jazz: insomma, il jazz all’epoca non mi faceva lo stesso effetto che mi facevano i Led Zeppelin o Sting o i Doors o Janis Joplin o Jimi Hendrix o i King Crimson oppure Chopin e Beethoven. Del jazz invece, all’inizio, mi piacevano solo alcune cose: una raccolta di Wayne Shorter (le sue composizioni erano «diverse»); All Blues di Miles; uno dei dischi del quartetto europeo di Jarrett, o Too Young To Go Steady su «Standards Live»; Naima, After The Rain, The Wise One, Alabama di Coltrane e una sua raccolta in cui suona solo ballad come Nancy o Soul Eyes; poi un disco senza batteria, «Angel Song» di Kenny Wheeler con Lee Konitz. Quando poi a venticinque anni conobbi Bill Evans, in particolar modo il suo trio storico, e per me fu una folgorazione! La versione di Solar del Village Vanguard è una delle cose più belle al mondo, è come immergersi nell’oceano. Chiudi gli occhi e puoi fare un ascolto «tridimensionale» della loro musica. Scoprii anche Mingus e la sua musica evocativa, Monk e la sua personalissima atmosfera, i dischi più moderni del quintetto di Miles, con Tony Williams e Ron Carter. E cominciai a sentire il bisogno di un altro suono, che col basso elettrico non riuscivo a tirar fuori. Quindi, tre anni dopo, riuscii a comprarmi un contrabbasso. E, con il corso di Siena Jazz per trio e poi il seminario estivo, scoprii altri artisti ancora: Ornette Coleman, Eric Dolphy, Paul Bley, che mi colpirono molto, con le loro composizioni ed il loro modo di suonare. Da lì in poi ho cominciato a pensare che avrei voluto suonare non solo da bassista seguendo gli schemi funzionali del mio strumento, quanto più cercare una maniera di interagire con gli altri musicisti, mettendomi a disposizione della musica e di quello che succede attimo dopo attimo. Ed è proprio questo modo di suonare quello che mi piace di più del jazz, che credo solo un tipo di musica basata sull’improvvisazione possa offrire. Solo più tardi ho scoperto la bellezza del jazz più tradizionale, Ella e Louis, Billie Holiday, Lester Young, Coleman Hawkins, Oscar Peterson e Ray Brown…

Federica Michisanti Trioness - Casa del Jazz, Rome
Federica Michisanti Trioness – Casa del Jazz, Rome

Nel tuo Trioness non c’è batteria: perché? E perché hai scelto Matt Renzi e Simone Maggio?
Quando ho cominciato a suonare la mia musica, provavo con Simone ed un sassofonista. Mi mancava il batterista, in quel momento. E quindi mi dedicai all’arrangiamento dei miei pezzi, o meglio a pensare al modo di svilupparli senza la batteria, sfruttando l’aspetto melodico e timbrico e l’intreccio delle voci dei tre strumenti. Poi ho scoperto il trio di Jimmy Giuffre, con Steve Swallow ancora al contrabbasso e Paul Bley, ho imparato tantissimo dal loro ascolto e ho deciso di continuare in questa direzione. Simone Maggio lo conosco da tanti anni. All’inizio io ero la bassista del suo trio. Poi, quando andai a lungo in tour con Massimo Ranieri, le nostre strade si divisero. Ma quando nel 2010 iniziai a scrivere e a pensare ad una formazione mia, non ebbi dubbi: era l’unico. Simone suona in maniera del tutto personale, ha una sua dimensione che è al di sopra di tutti i cliché jazzistici e, soprattutto, è un musicista che mette da parte l’ego per mettersi a disposizione della musica. Matt Renzi è entrato perfettamente nella mia idea musicale. Conoscevo le sue composizioni e quindi ero sicura che ci saremmo trovati bene. Adoro il suo suono e il suo fraseggio, che calza perfettamente all’atmosfera della musica che scrivo. Inoltre suona oboe, corno inglese e clarinetto basso, e mi ha dato ampio modo di lavorare sull’aspetto timbrico.

Parliamo di «Isk», il tuo secondo lavoro discografico. Partirei proprio dal significato del titolo: cosa ci dici in proposito?
Isk o Ishq è una parola mediorientale che vuol dire amore e, in alcune tradizioni, è usata come saluto, come un augurio. Ma indica anche quel sentimento puro e potente, capace di incendiare ed elevare l’animo umano. È una forza che dà l’opportunità di entrare in contatto con se stessi e di conoscersi attraverso la relazione con l’altro, che sia un individuo o un oggetto. Il tentativo di liberare questo nobile sentimento da tutto quello che lo inficia, altro non è che la ricerca di se stessi. E non mi sembra così lontano dalla stessa ricerca che cerco di mettere in atto nel suonare e nel comporre: mettere da parte l’ego ed il mettersi a disposizione.

Tutti i brani sono tuoi. Forse perché in circolazione ci sono già troppi dischi pieni di standard?
Non ho ci pensato molto, è stato un processo del tutto naturale perché scrivo parecchio e, registrando le mie composizioni, mi sembra quasi di mettere un punto fermo per poi iniziare qualcosa di nuovo. Mi piace molto suonare gli standard ma sto ancora cercando il modo di sentirmi a mio agio nel farlo. Quindi non mi sembra ancora arrivato il momento. Magari lo farò a breve.

federica michisanti

Quali sono gli spunti per le tue composizioni? E i tuoi riferimenti in ambito compositivo?
Quando scrivo non penso a riferimenti precisi ma ho ascoltato molto Debussy, Ravel, Bach, Rachmaninov e Stravinskij, quindi sono permeata della loro musica. Più che altro, uso di nuovo questa mia espressione, penso di essere in quella «zona» a cui appartengono certe atmosfere e sensazioni che, di riflesso, emergono nel mio modo di scrivere. Quando scrivo mi metto in ascolto di queste sensazioni, cerco di intuirle, captarle, sentirle e di decodificarle in note. Ho intenzione di approfondire le mie tecniche compositive che, al momento, sono del tutto spontanee. Quindi non saprei parlare di riferimenti veri e propri.

Nel tuo disco sono presenti quattro improvvisazioni collettive. Come avete proceduto?
Abbiamo registrato in due giorni. Ci siamo concentrati prima sulle composizioni, delle quali abbiamo registrato più takes; poi, nel pomeriggio del secondo giorno, abbiamo deciso di improvvisare tutto e di registrare quello che sarebbe successo. Non c’è stata alcuna premeditazione. Abbiamo suonato liberamente, un respiro e via…

Sei passata da Lee Konitz a Ranieri e Giorgio Albertazzi. E in mezzo ci sono altre esperienze. Tre situazioni completamente diverse. Quale ti ha spinto verso un cambiamento?
Quando si è presentata l’occasione di suonare con Lee Konitz con il trio di Simone Maggio, suonavo da pochissimo il contrabbasso: sarebbe bello poterlo rifare ora! È stato tutto emozionante e molto istruttivo, i suggerimenti e l’incoraggiamento di Lee sono stati impagabili! Le altre due esperienze, un’ottima occasione di lavoro. Ho avuto altre proposte di questo tipo e tuttora a volte accade, ma sento che la mia direzione è quella di scrivere musica, di suonarla e di suonare con musicisti ai quali mi sento artisticamente più affine.

Cosa pensi del jazz system italiano? Pensi anche tu a un futuro all’estero?
Prima ancora di pensare al jazz system italiano io penserei agli italiani. A volte mi piacerebbe ci fosse più curiosità e più rispetto per l’individualità in questo Paese, il non dover sempre far parte di una cerchia, il non dover corrispondere necessariamente a certi requisiti, insomma, un po’ più di spirito critico e pensare di più secondo il proprio punto di vista, essere se stessi sempre, senza compromettersi. Sto già guardando all’estero ma ancora non ho progetti precisi. Comunque mi attira il Nord Europa.

C’è un mecenate nella tua vita?
Sì, io! Ma da qualche anno, forse perché ha riconosciuto il mio impegno e la mia passione, mio padre mi ha dato un grande aiuto e per questo gli sono molto riconoscente e grata.

Cosa è scritto nella tua agenda?
In questo momento sono molto concentrata sul suonare il più possibile con Trioness, Per cui la mia agenda è piena di promemoria e numeri di telefono per chiamare organizzatori di jazz festival e gestori di jazz club!

E nel tuo diario segreto? C’è qualcuno, in particolare con cui vorresti collaborare?
Alcuni di quelli con cui avrei voluto suonare non ci sono più: Paul Motian, Paul Bley, Ornette Coleman… Tra quelli con cui vorrei suonare, con uno già lo sto facendo, Emanuele Maniscalco. Gli altri per ora preferisco che li conosca solo il mio diario. Ma la prossima volta che parleremo, magari li svelerò, perché ci starò già suonando!

Alceste Ayroldi