Il pianoforte oltre i confini del pianoforte

Due pianoforti, due linguaggi: dall’elettronica di Bruna Di Virgilio al lirismo sospeso di Lorenzo De Finti il 25 agosto per il Bari Piano Festival.

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Bruna Di Virgilio, Lorenzo Definti. Bari, 25 agosto 2026 (Bari Piano Festival, Fortino S. Antonio)

C’è un’idea di pianoforte, al Bari Piano Festival diretto da Emanuele Arciuli, che sembra tornare con insistenza: quella di uno strumento capace di cambiare identità a seconda dello spazio, del repertorio, dell’interprete, perfino del rapporto che instaura con il silenzio. Il 25 agosto, al Fortino Sant’Antonio di Bari, questa idea ha trovato una delle sue declinazioni più interessanti. Prima con Bruna Di Virgilio, impegnata in un programma nel quale il pianoforte si è lasciato contaminare dall’elettronica; poi, dopo il talk con lo scrittore Cristò Chiapparino, con Lorenzo Definti e il suo Lullabies from an Unknown Time, recital nel quale il pianoforte è tornato alla sua dimensione più nuda e, proprio per questo, più esposta.

È stata una serata in cui due modi apparentemente lontani di intendere il suono hanno finito per illuminarsi reciprocamente. Da una parte l’espansione del pianoforte nello spazio elettroacustico; dall’altra la sua progressiva sottrazione, fino alla centralità quasi assoluta del tocco, della risonanza, della pausa.

Bruna Di Virgilio

Il programma di Bruna Di Virgilio, pianista e violoncellista formatasi tra Milano, Pinerolo, Lugano e Amsterdam, era costruito su tre lavori di autori contemporanei: Isabelle Eberhardt Dreams of Pianos di Missy Mazzoli, Bestiary di Kate Moore e Camouflage di Dan VanHassel. Tre composizioni nelle quali l’elettronica non appare come un semplice complemento tecnologico, ma come una possibilità di ripensare la natura stessa dello strumento. La serata si apriva dunque con una domanda implicitamente assai cara alla poetica del Bari Piano Festival: che cosa rimane del pianoforte quando il suo suono non è più confinato alla cassa armonica, ma può essere moltiplicato, deformato, prolungato, trasformato?

Di Virgilio ha affrontato questo repertorio con un atteggiamento lontano tanto dalla spettacolarizzazione della tecnologia quanto dall’accademismo. In Isabelle Eberhardt Dreams of Pianos, il lavoro di Mazzoli, ispirato alla figura dell’esploratrice e scrittrice svizzera Isabelle Eberhardt, ha assunto una dimensione quasi onirica: il pianoforte sembra talvolta affiorare da una materia sonora più vasta, nella quale il gesto strumentale perde i suoi contorni consueti e si trasforma in traccia, eco, memoria.

È un aspetto importante, perché proprio qui il rapporto fra strumento ed elettronica smette di essere una questione tecnica e diventa drammaturgia dell’ascolto. L’elettronica non “aggiunge” semplicemente qualcosa al pianoforte: ne mette in discussione la riconoscibilità, lo obbliga a confrontarsi con una sorta di alter ego acustico.

Con Bestiary di Kate Moore il discorso si è spostato verso una dimensione più immaginifica. Il titolo stesso suggerisce un universo di forme, creature, metamorfosi. Il pianoforte è diventato materia mobile, capace di evocare una pluralità di presenze, mentre il trattamento elettronico ne ampliava le possibilità dinamiche e timbriche. Di Virgilio ha mostrato una particolare attenzione proprio a questo confine: quello nel quale il gesto pianistico resta chiaramente percepibile ma, nello stesso momento, sembra generare qualcosa che non appartiene più soltanto al pianoforte.

Bruna Di Virgilio

Ancora diverso il paesaggio di Camouflage di Dan VanHassel, dove il rapporto fra suono strumentale e live-electronics assume una funzione quasi mimetica. Il pianoforte si nasconde e si rivela, si sovrappone alla propria trasformazione elettronica, produce una continua oscillazione fra presenza e dissolvenza.

La prova di Bruna Di Virgilio ha avuto il merito di non cercare facili effetti. In un repertorio che potrebbe facilmente cadere nella dimostrazione delle possibilità offerte dalla tecnologia, la pianista ha privilegiato invece l’ascolto. Una scelta tutt’altro che secondaria, perché la musica elettronica contemporanea richiede all’interprete una forma di controllo che non è soltanto strumentale: bisogna governare il rapporto fra gesto, tempo, risposta del sistema e percezione dello spazio. Il suo percorso artistico, del resto, attraversa musica contemporanea, improvvisazione, performance, teatro musicale e live electronics, e questa pluralità di esperienze sembra riflettersi nella naturalezza con cui ha abitato il programma.

Il passaggio a Lorenzo Definti ha prodotto, apparentemente, una brusca inversione di rotta. In realtà, ascoltati uno dopo l’altro, i due concerti hanno mostrato una sorprendente continuità.

Lorenzo De Finti

De Finti, pianista e compositore svizzero residente a Milano, è musicista difficile da collocare dentro una definizione univoca. La sua musica nasce dall’incontro fra formazione classica, jazz europeo, sensibilità melodica, energia rock e una particolare attenzione al colore. Ma soprattutto nasce dalla composizione. In una recente intervista ha indicato fra i propri riferimenti musicisti come Tord Gustavsen, Shai Maestro, Bugge Wesseltoft e Colin Vallon, insieme a figure della musica classica del Novecento come Arvo Pärt e Henryk Górecki.

Il suo Lullabies from an Unknown Time è, in questo senso, un progetto perfettamente rappresentativo della sua poetica. Nato anche dall’esperienza della pandemia, il lavoro prende la ninnananna non tanto come genere musicale quanto come archetipo: una musica capace di accompagnare il passaggio dalla veglia al sonno, dalla realtà al sogno, dalla certezza all’indefinito. Le note di copertina del progetto insistono proprio su questa funzione della melodia come orientamento dentro una condizione di smarrimento.

Al Fortino, però, questa idea ha acquistato un significato ulteriore. Privato della tromba di Fabrizio Bosso che compare come ospite nell’album del 2023, De Finti ha dovuto assumere interamente su di sé il peso narrativo del progetto. Lullabies from an Unknown Time, nella sua versione solistica, non è allora soltanto la riproposizione di un repertorio: è un processo di riduzione all’essenziale. Ed è proprio l’essenzialità a costituire la cifra più convincente della serata.

Definti non sembra interessato a dimostrare quanto possa suonare il pianoforte. Al contrario, sembra voler stabilire quanto poco sia necessario perché il pianoforte cominci a raccontare. Le sue frasi melodiche sono spesso brevi, sospese; gli accordi non cercano la monumentalità, ma la risonanza; le pause hanno un peso quasi pari a quello dei suoni.

Lorenzo De Finti

Il pianista costruisce così una sorta di geografia dell’intimità. Le composizioni non procedono necessariamente secondo una logica narrativa tradizionale: sono piuttosto stanze comunicanti, frammenti di memoria, piccole forme nelle quali il tempo sembra rallentare. Il titolo, Lullabies from an Unknown Time, diventa allora una dichiarazione estetica: non ninnananne appartenenti a un passato riconoscibile, ma musiche provenienti da un tempo senza coordinate.

Il rischio, naturalmente, è quello della contemplazione fine a se stessa. Definti lo evita grazie a una scrittura nella quale il lirismo non esclude la tensione. Sotto la superficie apparentemente quieta delle melodie rimane sempre una vibrazione, una inquietudine sottile. Il silenzio non è assenza di movimento, ma parte del movimento stesso.

È probabilmente questo il tratto più interessante del suo pianismo: la capacità di costruire intensità senza ricorrere necessariamente all’accelerazione, al volume o alla complessità virtuosistica. La dinamica può crescere anche quando il gesto rimane minimo. Un accordo lasciato risuonare più a lungo del previsto, una linea melodica interrotta, una variazione armonica quasi impercettibile possono diventare eventi musicali.

Lorenzo De Finti

In questa prospettiva, il Fortino Sant’Antonio ha funzionato quasi come un secondo strumento. Gli spazi della struttura storica, affacciata sul mare, hanno favorito quella dimensione di ascolto ravvicinato che il progetto richiede. Il pianoforte non aveva bisogno di essere trasformato: bastava lasciargli il tempo di propagarsi.

E qui ritorna il filo che aveva unito, all’inizio della serata, Di Virgilio e Definti. Due musicisti diversissimi, due poetiche lontane, due idee differenti di contemporaneità. La prima passa attraverso l’espansione del suono; il secondo attraverso la sua sottrazione. Ma entrambi hanno mostrato che il pianoforte contemporaneo non coincide necessariamente con un repertorio o con una tecnica: è, prima di tutto, un modo di interrogare lo strumento.

La scelta di collocare i due appuntamenti nello stesso luogo e nella stessa serata è dunque tutt’altro che casuale. È una delle qualità del Bari Piano Festival di Arciuli: costruire accostamenti che non siano semplicemente successioni di concerti, ma percorsi d’ascolto. Il cartellone della nona edizione, del resto, attraversa jazz europeo, musica contemporanea, elettronica, letteratura e repertorio classico, utilizzando i luoghi della città come parte integrante dell’esperienza musicale. E il 25 agosto questa vocazione è emersa con particolare chiarezza.

Emanuele Arciuli e Cristò Chiapparino

Bruna Di Virgilio ha mostrato il pianoforte come macchina timbrica, organismo aperto alla trasformazione tecnologica. Lorenzo De Finti lo ha invece restituito alla sua dimensione più ancestrale: un uomo davanti a ottantotto tasti, qualche melodia, il silenzio intorno. In mezzo, la parola di Cristò Chiapparino ha ulteriormente ampliato il campo, confermando l’idea di un festival nel quale la musica non è isolata dal resto della cultura, ma dialoga con essa.

Alla fine, ciò che rimane del recital di De Finti è soprattutto una qualità di ascolto. Non la ricerca dell’effetto, ma la capacità di creare uno spazio mentale. Le sue lullabies non promettono necessariamente il sonno: sembrano piuttosto accompagnare verso quella zona liminale nella quale le cose smettono di essere immediatamente decifrabili e proprio per questo diventano più profonde.

È una poetica che può apparire fragile in un’epoca musicale spesso dominata dalla sovrabbondanza. Ma è una fragilità solo apparente. Perché sottrarre, quando si ha qualcosa da dire, è forse una delle forme più difficili di virtuosismo.

E Lorenzo Definti, al Fortino Sant’Antonio, ha dimostrato di conoscerla bene.
Alceste Ayroldi

*Le foto sono messe a disposizione in siti pubblici dall’organizzazione del festival.

 

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