Bari, 24 agosto 2026 – Bari Piano Festival, Pane e Pomodoro
Ci sono concerti che si limitano a occupare uno spazio all’interno di un festival e altri che, per la loro stessa natura, sembrano spiegare il senso del festival che li ospita. Quello di Amaro Freitas, il 24 agosto alle 19, sulla spiaggia di Pane e Pomodoro, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
La scelta del direttore artistico Emanuele Arciuli si è rivelata particolarmente felice non soltanto per il valore del musicista brasiliano, ma per la sua perfetta coerenza con la fisionomia di questa nona edizione del Bari Piano Festival. Un festival che ha scelto ancora una volta di sottrarre il pianoforte alla dimensione rassicurante del recital tradizionale, facendone uno strumento di attraversamento fra generi, culture, linguaggi e tecnologie. Il programma 2026 accosta infatti jazz, musica contemporanea, elettronica, letteratura e arti visive, trasformando anche i luoghi della città – dal mare alla pietra dei monumenti – in parte integrante dell’esperienza musicale.
In questo disegno, Freitas non era dunque un ospite eccentrico, una parentesi brasiliana inserita in un cartellone pianistico. Era, al contrario, uno degli interpreti più convincenti di quell’idea di pianoforte contemporaneo che Arciuli ha posto al centro del festival.
Nato a Recife nel 1991, nel Pernambuco, Amaro Freitas si è imposto nell’ultimo decennio come una delle personalità più originali del jazz brasiliano e internazionale. La sua formazione affonda nella tradizione musicale del Nord-Est brasiliano, nel frevo, nel baião, nel maracatu e nelle diverse matrici ritmiche afro-brasiliane, ma guarda contemporaneamente al jazz moderno, da Thelonious Monk a John Coltrane, da Charlie Parker a Chick Corea. Il risultato non è però una semplice miscela di influenze: è una grammatica personale nella quale ritmo, armonia e timbro vengono continuamente rimessi in discussione. Il Bari Piano Festival lo presenta significativamente come erede della tradizione pernambucana e, insieme, come musicista attratto dal pianoforte preparato di John Cage e dalle possibilità più radicali dello strumento.
Dopo Sangue Negro del 2016 e Rasif del 2018, è con Sankofa del 2021 che la sua poetica assume una dimensione più esplicitamente identitaria: il titolo richiama un concetto della cultura Akan legato alla necessità di tornare al passato per recuperare ciò che è stato dimenticato. Nel disco Freitas affronta la storia, la memoria e le figure della cultura nera brasiliana attraverso una scrittura ritmica di impressionante complessità. Malakoff, scelto per aprire il concerto barese, proviene proprio da «Sankofa».

L’esecuzione di Malakoff ha immediatamente chiarito che cosa significhi, per Freitas, suonare in solo. Il pianoforte non è semplicemente il luogo nel quale vengono distribuite melodia e armonia: è una macchina ritmica completa. La mano sinistra costruisce ostinati e fondamenta, quella destra interviene con figure percussive, accordi spezzati, improvvise accelerazioni. Il risultato è una sorta di poliritmia incorporata nella tastiera, nella quale la tradizione del Pernambuco viene filtrata attraverso una concezione modernissima del pianismo.
Angico ha proseguito il percorso, ampliando la dimensione improvvisativa. Qui è emersa con particolare evidenza una caratteristica fondamentale dell’arte di Freitas: la capacità di trasformare una cellula minima in un organismo musicale in continua espansione. Nel solo, il musicista non dispone della rete offerta da contrabbasso e batteria; deve costruire da sé il tempo, suggerirlo, interromperlo, ricomporlo. È una pratica che porta alle estreme conseguenze quella vocazione alla simultaneità già evidente nei suoi dischi.
Con Dona Eni il concerto è tornato alla stagione di «Rasif». Il brano, presente nell’album del 2018, è costruito attorno a un ostinato e a una pulsazione di matrice baião, ma Freitas ne fa qualcosa di molto lontano dal semplice recupero folklorico. La musica è ritmica e ipnotica, ma anche angolare, imprevedibile; il suo pianismo sovrappone accompagnamento e fraseggio fino a rendere difficile distinguere il ruolo dell’una dall’altro. Rasif rappresenta del resto una tappa decisiva nell’elaborazione di questo linguaggio: il jazz non viene sovrapposto alla musica brasiliana, ma sembra emergere direttamente dalle sue strutture ritmiche.
E poi, quasi a dichiarare che nessuna tradizione può essere considerata un recinto, sono arrivati i due standard della serata. Prima ’Round Midnight, di Thelonious Monk. Poi Human Nature, composta da Steve Porcaro e John Bettis e resa celebre da Michael Jackson.
Due brani lontanissimi per origine, funzione e immaginario, ma accomunati dalla capacità di essere diventati parte della memoria musicale collettiva.

La scelta di ’Round Midnight è apparsa quasi inevitabile. Monk rappresenta infatti uno dei riferimenti più fertili per comprendere il pianismo di Freitas: il senso dello spazio, la deformazione della pulsazione, l’uso delle pause, il rapporto fra precisione e imprevedibilità. Ma Freitas non ha cercato di imitare Monk e neppure di travestirlo da musica brasiliana. Lo ha attraversato con il proprio linguaggio, lasciando che la composizione diventasse materiale per una nuova lettura.
Ancora più significativa è stata Human Nature. Portare nel cuore di un recital jazzistico un brano associato alla voce e all’immaginario di Michael Jackson significa mettere in discussione la stessa idea di repertorio. Non esiste più una separazione netta fra standard jazz, popular music e materiale contemporaneo: esiste piuttosto una memoria musicale condivisa, che l’improvvisatore può prendere, deformare e restituire.
I due standard hanno dunque svolto una funzione tutt’altro che ornamentale. Sono sembrati quasi due finestre aperte sulla stessa poetica: ’Round Midnight verso la storia del jazz; Human Nature verso la popular music globale. In entrambi i casi, Freitas ha dimostrato che l’appropriazione creativa è più interessante della fedeltà filologica.
Poi il viaggio ha cambiato latitudine.
Con Amazônia, legato al recentissimo progetto «Criolo, Amaro e Dino», pubblicato nel gennaio 2026, Freitas ha portato nel recital un’altra dimensione della propria ricerca. Il disco nasce dall’incontro con il rapper e cantautore brasiliano Criolo e con il cantante luso-caboverdiano Dino d’Santiago e mette in relazione jazz, rap, soul, musica brasiliana e matrici africane. Amazônia (A-i’ahu) è la penultima traccia dell’album e testimonia come il pianista continui ad allargare il proprio campo d’azione oltre la definizione convenzionale di jazz. (Amazon Music)
Ma è con Uiara che il concerto ha raggiunto il proprio centro concettuale.
Il brano appartiene a «Y’Y», il quarto album di Freitas, pubblicato nel 2024, e rappresenta uno dei momenti più radicali della sua ricerca sul rapporto fra pianoforte, ambiente e memoria. Y’Y nasce dopo un soggiorno a Manaus e dall’incontro con la comunità indigena Sateré Mawé; l’intero progetto guarda alla foresta amazzonica, ai grandi fiumi del Nord del Brasile e a una concezione della natura non come semplice paesaggio, ma come presenza ancestrale.

A Bari, tuttavia, Uiara ha assunto una dimensione ancora più concreta rispetto alla registrazione discografica. Freitas ha utilizzato il pianoforte come un vero oggetto sonoro, intervenendo sulle corde con materiali e dispositivi non convenzionali e affiancando allo strumento piccoli oggetti capaci di produrre rumori, risonanze e vibrazioni. A questo ha aggiunto l’elettronica e i loop, costruendo progressivamente una trama acustica nella quale diventava possibile riconoscere, o almeno immaginare, l’acqua, il vento, il movimento della vegetazione, il fruscio della foresta.
Non si trattava di una imitazione naturalistica. Freitas non voleva riprodurre il rumore della foresta come farebbe una colonna sonora. Cercava piuttosto di evocare una condizione percettiva: quella di essere immersi in un ambiente nel quale ogni suono sembra generare un altro suono. In questo senso l’elettronica non è apparsa come un elemento aggiunto per aggiornare artificialmente il recital. È diventata parte della drammaturgia del brano. I loop dilatavano la materia prodotta dal pianoforte, mentre gli oggetti sonori ne moltiplicavano le possibilità timbriche. Lo strumento cessava così di essere una macchina melodico-armonica per diventare una sorta di ecosistema.
La scelta è particolarmente coerente con «Y’Y», un album che la critica ha letto proprio come un allontanamento dal jazz brasiliano più muscolare dei primi lavori verso una musica più meditativa, ambientale e contemplativa, pur mantenendo una tensione ritmica sotterranea.
La sequenza Uiara – Viva Naná – Y’Y ha rappresentato, da questo punto di vista, il cuore del recital.
Viva Naná, anch’esso da «Y’Y», è l’omaggio a Naná Vasconcelos, uno dei grandi artefici della modernizzazione della percussione brasiliana e figura fondamentale per comprendere l’idea di attraversamento culturale che appartiene alla musica di Freitas. La dedica non assume però la forma della citazione nostalgica. Vasconcelos è evocato come una presenza, come una radice dalla quale continuare a partire. La percussione, nel lavoro di Freitas, non è infatti un elemento esterno al pianoforte: è già dentro il suo modo di concepire la tastiera.
Con Y’Y, la title track, il discorso si è fatto ancora più ampio. Il brano è uno dei nuclei concettuali dell’album, insieme a Uiara e Viva Naná, e porta nel pianoforte la relazione fra acqua, foresta e memoria. Nella versione discografica il progetto si arricchisce anche delle presenze di musicisti come Shabaka Hutchings, Jeff Parker, Brandee Younger e Hamid Drake; il recital barese ha invece riportato quella materia alla dimensione fisica e solitaria del pianoforte.
Gloriosa ha introdotto una diversa temperatura. Sempre proveniente da «Y’Y», è una pagina più lirica e luminosa, dedicata alla madre del pianista. Nell’album la presenza dell’arpa di Brandee Younger accentua la qualità cantabile del brano. A Bari, privata dell’ornamento dell’ensemble, la melodia ha potuto rivelare una diversa fragilità: quella di una musica che, dopo avere attraversato ritmo, ancestralità e sperimentazione, torna alla dimensione elementare del canto.
La chiusura con Shibuya ha infine riportato il recital verso una dimensione più urbana e contemporanea, confermando la natura aperta di una scaletta che non voleva essere la semplice riproduzione di «Y’Y», ma una sintesi personale delle diverse stagioni creative del pianista. E proprio qui sta uno dei meriti maggiori del concerto barese.

Freitas non ha presentato un programma rigidamente discografico. Ha costruito una traiettoria: Sankofa, Rasif, il nuovo progetto con Criolo e Dino, quindi Y’Y. Una traiettoria che racconta il passaggio dalla centralità del ritmo e delle radici pernambucane verso una concezione sempre più ampia del suono, nella quale natura, memoria, elettronica e improvvisazione diventano elementi di una stessa poetica.
La presenza di ’Round Midnight e Human Nature ha funzionato come un ulteriore elemento di raccordo. Due standard provenienti da universi differenti, inseriti non per interrompere il racconto ma per allargarlo. Monk e Michael Jackson, il jazz storico e la popular music globale, diventano così due ulteriori coordinate dentro una geografia musicale nella quale Freitas rifiuta qualsiasi gerarchia precostituita.
È questo, probabilmente, il senso più profondo della scelta di Emanuele Arciuli.
Il Bari Piano Festival non ha semplicemente invitato un grande pianista brasiliano. Ha collocato Freitas all’interno di una riflessione sul pianoforte come strumento capace di parlare il presente. Il giorno successivo, il programma avrebbe proposto Bruna Di Virgilio con un progetto esplicitamente dedicato a pianoforte e live electronics, seguito da Lorenzo De Finti: una continuità che conferma come l’elettronica, la sperimentazione e il jazz non siano corpi estranei alla vocazione del festival, ma parti di una medesima ricerca.
E allora anche la collocazione di Freitas a Pane e Pomodoro assume un significato particolare. Il mare di Bari, il tramonto, il paesaggio aperto diventavano quasi un controcampo naturale per una musica che parla di fiumi, foreste e acqua. Non un semplice sfondo scenografico, dunque, ma un luogo nel quale la relazione fra suono e ambiente acquistava una concretezza quasi teatrale.
Freitas ha mostrato che il pianoforte può essere percussione, corda, risonanza, rumore, memoria, loop elettronico e canto. Può dialogare con Monk e Michael Jackson, con Naná Vasconcelos e con la tradizione del Pernambuco, con la foresta amazzonica e con l’elettronica contemporanea. Soprattutto, può tornare a essere un luogo di scoperta.
Il pianoforte di Freitas non ha raccontato semplicemente l’Amazzonia, ha cercato di ascoltarla. E nel farlo ha ricordato che il jazz, quando è davvero contemporaneo, non è una forma chiusa né un repertorio da conservare: è ancora, prima di tutto, un modo di interrogare il mondo attraverso il suono.
Alceste Ayroldi
*Le foto sono di proprietà dell’organizzazione del Bari Piano Festival
