«Pinball», Marius Neset

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Si chiama «Pinball» l’ultimo lavoro discografico di Marius Neset. Ne parliamo con lui.

Ascoltando la sua musica non si direbbe che lei sia norvegese.

Penso che sia il risultato del mio bagaglio musicale. Sono cresciuto in una famiglia che ascoltava musica continuamente, e ogni genere di musica. I miei genitori avevano una mentalità aperta e niente era giusto o sbagliato musicalmente parlando. Penso che questo comportamento mi abbia contagiato.

La sua musica tiene a mente sia il jazz della tradizione che quello più contemporaneo. Quali sono i suoi riferimenti jazzistici?

Per quanto riguarda i sassofonisti, ne ho ascoltati quanti più possibile. In particolare, Coleman Hawkins, Lester Young, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Michael Brecker, ma anche tanti altri. Poi, vi sono altri grandi musicisti dai quali ho tratto ispirazione, come Keith Jarrett, Pat Metheny e Bill Evans. Poi, ci sono anche riferimenti extra-jazzistici, come i Beatles, Johan Sebastian Bach, Igor Stravinsky, ma anche i Weather Report e molti altri ancora.

Comunque, sembra che non sia insensibile alla musica classica contemporanea.

Penso che abbia ragione, trovo la mia scrittura sempre più dettagliata, così come avrebbero fatto i compositori di musica classica. Ma il mio modo di intendere la musica è ancora jazz, nel modo in cui ci sarà questo spazio per la libertà di espressione e spontaneità quando suoniamo. Penso che questa combinazione possa essere davvero interessante e possa creare energia e freschezza che è così difficile trovare in altri generi musicali. Sto ascoltando un sacco di compositori di musica classica, così come tanti altri generi di musica; in realtà la maggior parte della musica che ascolto è abbastanza lontana da ciò che faccio.

Invece, parlando di «Pinball» si ascoltano diversi riferimenti a musiche di altri paesi. E’ un aspetto sul quale sta lavorando oppure si tratta di una coincidenza?

No, penso si tratti solo di una coincidenza.

A proposito di «Pinball», vorrebbe parlarci del suo combo?

E’ la band con la quale suono da qualche anno. Sono tutti musicisti estremamente ritmici, requisito necessario per poter suonare ciò che facciamo. E’ un sogno poter scrivere per questi musicisti, perché loro possono suonare qualsiasi cosa io scriva e, allo stesso tempo, farne uscire qualcosa di nuovo. Succede sempre qualcosa di nuovo ogni volta che suoniamo.

Tra gli ospiti ci sono anche Brantelid e Sørensen agli archi che conferiscono un suono orchestrale. Una caratteristica che sembra interessarla parecchio.

Si, certamente. Sentivo da tempo il violino e il violoncello nella mia testa e pensavo che potessero dare dei bei colori alla musica. Mi piace avere la possibilità di avvicinarmi a un suono orchestrale se penso che la musica ne abbia bisogno. Inciderò un disco e penso sempre che sarà un disco che non ho mai fatto prima. Ma non penso che ripetere ciò che si è fatto sia la cosa giusta, per questo intendo sviluppare il discorso intrapreso. Lo farò, e ho già maturato questa musica così anche il gruppo,  che avrà alcuni nuovi elementi e trovo molto interessante come ogni cosa si stia sviluppando con naturalezza.

La sua voce strumentale, la sua tecnica sono immediatamente riconoscibili. Come ha creato il suo stile personale?

Penso sia solo una questione di esperienza e di tanti anni di pratica, suonando tutti i generi musicali. Così, tutto viene naturale.

Come si è evoluto il suo stile rispetto al passato?

Cerco sempre di migliorare e di imparare dagli errori che commetto. Probabilmente sono molto più attento e dettagliato nelle mie composizioni e molto più critico verso me stesso. Allo stesso tempo, cerco di non pensarci troppo, ma di lasciare che la musica mi prenda completamente.

Qual è la formazione culturale di Marius Neset?

Vengo da una bella città chiamata Bergen, patria di tanti grandi musicisti e compositori come Edvard Grieg e Ole Bull.

Lei ha suonato il pianoforte, la chitarra, la batteria e il basso prima di scegliere il sassofono. Come mai ha optato per quest’ultimo?

Effettivamente non saprei dirlo, ma i miei genitori mi comprarono un sassofono; mio zio lo suonava e a me piaceva quel suono. Poi, ho ascoltato Charlie Parker, che mi ha fatto fare davvero tanto pratica!

Qualcuno degli strumenti che ha suonato in passato ha influenzato il suo modo di suonare il sassofono?

Ritengo che il pianoforte mi abbia dato molto senso armonico; la batteria ha contribuito notevolmente nel senso ritmico. Comunque, penso che ogni cosa si faccia influenzi il modo di suonare.

Albert Einstein disse: «Il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti». Lei nasconde qualcosa?

Potrebbe essere, non sto usando tutto ciò che conosco della musica in tutto quello che faccio. Penso che avere il giusto orecchio per capire esattamente di cosa abbia bisogno la musica in quel momento, sia qualcosa che si possa raggiungere quando si diventa più vecchi.

Lei ha trent’anni. Essere considerato uno tra i migliori e più interessanti sassofonisti al mondo è un onore o un onere?

Non ci penso molto. Non posso pensarci perché sono concentrato sulla musica. Cerco solo e sempre di essere me stesso e fare qualsiasi cosa sento giusta al momento. Naturalmente, sono onorato quando la gente si diverte con la mia musica e i critici musicali parlano bene di me.

Perché ha scelto proprio il jazz?

Per la libertà che esprime. E’ questo che mi ha attratto sin dall’inizio: ho sempre improvvisato, e mi sono emozionato e divertito nel creare musica nell’immediatezza del momento.

Quali sono le sue considerazioni sul futuro del jazz?

Penso che abbia un gran futuro. Ci sono un sacco di eccellenti giovani musicisti in tutto il mondo, e un sacco di cose interessanti che stanno venendo fuori.

Molti ritengono che il futuro del jazz sia in Scandinavia. Lei cosa ne pensa?

Il futuro del jazz è ovunque. Ci sono tantissimi grandi musicisti in tutto il mondo.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Al momento ho terminato di registrare altri due nuovi album che saranno pubblicati uno quest’anno e l’altro nel 2017. Cerco di proiettare il mio pensiero sempre più avanti e di agire sufficientemente in anticipo, di modo che possa ottenere ciò che desidero da ogni mio progetto.

Alceste Ayroldi