«Amori sospesi», Pierluigi Balducci, Nando Di Modugno, Gabriele Mirabassi

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«Amori sospesi» (Dodicilune) è il titolo del disco che vede impegnati Pierluigi Balducci, Nando Di Modugno e Gabriele Mirabassi. Gli intervistati hanno risposto alle nostre domande all’unisono.

Quali sono i vostri «Amori sospesi»?

Ognuno di noi ha nella propria storia personale, memoria o coscienza di amori sospesi intimi e privati. Ma, in fondo, l’amore in se stesso genera, accanto alla gioia, una tensione verso l’oggetto dell’amore stesso, quindi un stato di «sospensione». In questo senso tutti gli amori sono sospesi. Da questa idea nasce il titolo di uno dei brani inediti. In seguito, lo abbiamo voluto come titolo dell’intero lavoro, perché è particolarmente suggestivo e sembra rendere il senso di malinconia e nostalgia che domina nel nostro disco, qualcosa che nelle note di copertina è stata definita una sorta di «Attesa di un nòstos, di un ricongiungimento affettivo, alla terra, alla famiglia, che nessuno dei migranti, di ogni latitudine ed epoca, sa se e quando avverrà». Ed in un certo senso, la musica che suoniamo è musica di migranti.

Un linguaggio musicale che parla con l’idioma del Sud del mondo. E che sembra dire: è inutile affannarsi nell’imitare gli statunitensi, perché si può fare improvvisazione anche attingendo dal proprio bagaglio culturale.

Il nostro trio parte da una forte affinità sentimentale con il Sudamerica, terra in cui alcuni grandi interpreti – Egberto Gismonti è uno di loro –  hanno trovato un mirabile equilibrio tra la musica popolare e la musica colta. Un equilibrio che piace tanto anche a noi. Amiamo questo continente in cui magicamente il mondo delle danze e del folklore e quello della musica colta dialogano con una naturalezza incredibile, e dove le radici africane, quelle indie e quelle europee si sono intrecciate senza pregiudizi fino a costituire l’ossatura dell’identità nazionale di questi popoli. Tra l’altro, il mondo dello choro, a cui spesso alludiamo, rappresenta in modo esemplare come, nella stessa epoca in cui negli Stati Uniti nascevano ragtime e blues, piccoli gruppi musicali di dopolavoristi generavano una musica legata anch’essa come il blues al pianto (choro, appunto, significa pianto) e alla malinconia, musica fortemente influenzata sia dal folklore europeo che da quello africano. E il Brasile, come l’Argentina del tango e un po’ tutto il Sudamerica, tanto ha ricevuto dagli emigranti italiani. Quando ci rivolgiamo al Sudamerica, è un po’ come se recuperassimo molto di una italianità migrante, popolare, nomade, che in patria il dominio della lirica e dell’opera hanno in parte cancellato. Un terzo e altrettanto importante motivo per cui ci sentiamo affini al mondo musicale dell’America del Sud è proprio nella valenza principalmente affettiva che la musica riveste: musica che ha senso in quanto capace di trasmettere emozioni, brividi intensi, musica nella quale l’aspetto delle competenze e capacità tecniche quasi scompare.

Una scaletta di brani tra composizioni originali e alcune rivisitazioni, senza scivolare negli standard. Una scelta condivisa?

Tutte le scelte del trio sono state fortemente condivise. Il gruppo è nato quasi come una dichiarazione di stima reciproca e insieme come atto di amore per i brani che di volta in volta ciascuno di noi proponeva. Per questo il trio non ha leader e il repertorio è stato deciso e provato nei primi concerti con una spontaneità, una naturalezza e un’immediatezza davvero eccezionali. Considerata questa unità di intenti nel volerci rivolgere al mondo dell’America del Sud, se per standard si intendono le canzoni della popular music americana o del mondo di Broadway progressivamente finiti nel repertorio del jazz vicino al suo centro geografico, gli Stati Uniti, non avrebbe avuto senso inserirli. Abbiamo comunque inseguito, sia nella scelta dei brani originali che di quelli altrui, una forte connotazione melodica e una grande ricchezza armonica, caratteristica che unisce noi Italiani o altri popoli latini come i portoghesi, proprio alla musica popolare brasiliana.

Tra i brani altrui, colpisce la scelta di Minuano Part II di Pat Metheny e Lyle Mays, che nell’economia sonora del disco calza a pennello. Perché questa scelta?

Minuano è un brano che abbiamo spesso eseguito nei nostri primi concerti: inizialmente non pensavamo di inciderlo perché ci sembrava un po’ fuori dalla linea stilistica degli altri brani, ma in un secondo momento abbiamo preso in considerazione l’ipotesi di eseguire solo la prima parte,  più vicina allo spirito del lavoro. Questa introduzione è in realtà una melodia splendida e abbastanza articolata, tale da poterla considerare autosufficiente, come un brano a sé stante. Abbiamo poi constatato come funzionasse l’accostamento di questa Intro con Fryderyk, il brano dedicato a Chopin: ciò ha fugato definitivamente i nostri dubbi.

Poi, troviamo Henry Mancini con I girasoli e Maria Schneider con Choro dançado. Chi ha scelto questi brani e perché?

Eccolo, Mancini, un altro americano di origine italiana! I Girasoli sono semplicemente una melodia stupenda, commovente, nella quale abbiamo colto non solo una intensità  melodica vicina alla nostra, ma anche una certa maestosità tipica di certi temi dei grandi compositori russi della seconda metà dell’ Ottocento. Si tratta del tema principale della colonna sonora dell’omonimo film di Vittorio De Sica, che è deve il suo nome ai campi di girasoli della Russia, dove la protagonista (Sofia Loren) arriva al termine di un lungo viaggio dall’Italia in cerca di suo marito (Marcello Mastroianni), che era appunto dato per disperso e si presumeva fosse scomparso in occasione della ritirata dell’ Armir nel 1942, quando quei campi erano ricoperti di una infinita distesa di neve. Un film che lascia una profonda amarezza, perché l’amore non trionfa, resta imploso, lasciandoci nell’evidenza quasi intollerabile di una perdita d’amore. Choro dançado è un altro esempio di incontro fra mondi: una delle più grandi compositrici e arrangiatrici nordamericane, alle prese con una sua interpretazione dello choro. Sono le sintesi fra i mondi ad affascinarci.

Pensate che, come spesso accade, qualcuno insorgerà e dichiarerà a gran voce che questo non è jazz?

E’ una questione che non ci tocca. Di sicuro, c’è molta improvvisazione sia nel disco che nei nostri concerti dal vivo, e molto interplay, che è un altro elemento caratteristico della prassi jazzistica. E’ però altrettanto evidente che decliniamo l’improvvisazione jazzistica secondo accenti e modalità propri di persone nate a Perugia o a Bari, intrise di musica classica e di Chopin e di Puccini come di Ellington e Rollins, e imbevuti di un bagaglio culturale di chi vive a Perugia o a Bari. Per alcuni sarà jazz, per altri non lo è, ma non è con le etichette che si valuta la bellezza o la bruttezza di un prodotto musicale.

Due ospiti in altrettanti brani: Mônica Salmaso e Cristina Renzetti, quest’ultima impegnata in Azul di Pierluigi Balducci e Marta Raviglia. Perché proprio loro due?

La cantabilità è un elemento fondamentale nel nostro repertorio e nella nostra estetica. Così, pensando di invitare degli ospiti nel nostro lavoro, la scelta è caduta naturalmente su delle bellissime voci:  Cristina Renzetti è un’artista che sentiamo particolarmente affine alla nostra sensibilità e, per la sua estrema duttilità vocale, ci è sembrata la scelta migliore che potessimo fare per un brano come Azul; di Monica Salmaso siamo tutti e tre sinceri ammiratori. Ha scelto lei di eseguire En la Orilla del Mundo, fra una rosa di brani che le avevamo proposto: con nostra grande gioia.

Pensate che questo progetto troverà terreno fertile tra gli organizzatori e direttori artistici italiani?

Ce lo auguriamo vivamente. Per il momento a poche settimane dall’uscita del disco, siamo felici di notare che al termine dei nostri concerti, riusciamo sempre a trasmettere emozioni profonde a un pubblico trasversale, ampio, composto anche da persone che si ritenevano distanti o addirittura inadeguate al jazz. Ci piace verificare che questo pregiudizio crolla miracolosamente quando anche questo pubblico non composto da intenditori si ritrova a tu per tu con un trio come il nostro, animato dalla voglia di toccare emotivamente il suo pubblico.

Alceste Ayroldi