«L’importante è cambiare»: parla Ibrahim Maalouf

Il trombettista franco-libanese, autentica star in Francia e nipote del grande scrittore Amin Maalouf, celeberrimo anche da noi, suonerà nei prossimi giorni in Italia: giovedì 12 ottobre all’Auditorium Parco della Musica – per il Roma Jazz Festival – e, nell’ambito di JazzMi, venerdì 13 ottobre al Teatro Dal Verme di Milano. Presentiamo un estratto dell’intervista che ci ha concesso a Parigi nelle scorse settimane e che appare, in versione integrale, sul numero di ottobre di Musica Jazz.

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IBRAHIM_MAALOUF©YANN_ORHAN

Monsieur Maalouf, se dovesse scegliere qualche tappa significativa del suo percorso, utile per presentarla ai nostri lettori, da dove comincerebbe?
È dura perché ho cominciato da giovanissimo, verso gli otto, nove anni. Suonavo Vivaldi, Albinoni, musica barocca, soprattutto italiana e in parallelo suonavo molta musica araba e di provenienza mediorientale. Mio padre, Nassim Maalouf, ha inventato una tromba per eseguire i quarti di tono. Mi sono ritrovato presto fra due mondi, ambedue classici ma con caratteristiche diverse. Avendo iniziato da bambino, il percorso è per forza di cose molto lungo, gli incontri sono numerosi e altrettanto numerosi sono i periodi. Potrei parlare dell’apprendimento con mio padre, che racchiude il mio DNA, le basi di quello che faccio oggi. Potrei parlarle degli anni passati in conservatorio a Parigi, altamente istruttivi, durante i quali mi perfezionai e presi parte a diversi concorsi internazionali. Potrei parlarle degli anni passati a collaborare come ospite partecipando a colonne sonore, a dischi di pop francese e d’oltremanica, a lavori di artisti messicani e americani. Interpretando la musica di altri, ho imparato a conoscermi e appreso il mestiere. Potrei parlarle del percorso da produttore in seguito alla fondazione della mia etichetta, nel biennio 2004-2005. Potrei parlarle della scelta di autoprodurmi fin da subito, facendo tutto da solo. Fasi diverse l’una dall’altra, che hanno definito chi sono oggi e cosa tento di fare.

IBRAHIM_MAALOUF©YANN_ORHAN

Partirei proprio dall’ultima, che può aiutarci a comprendere il perché delle sue scelte imprenditoriali. Perché decise e senza alcuna esperienza di mettersi in proprio?
A dire il vero non mi piace criticare le case discografiche. Però devo ammettere che mi dicevano tutte le stesse cose: «Ibrahim, quello che fai è fantastico, ma non sappiamo come venderlo». Oppure: «Ci piace, ma non possiamo metterti sotto contratto. Non abbiamo artisti simili e non sapremmo come catalogarti». Ho sentito frasi del genere decine e decine di volte. È stata dura. A 24, 25 anni, accettare una simile realtà è molto difficile, soprattutto quando vivi di speranze e sogni di entrare nel mondo della musica; un mondo affascinante, abitato da professionisti che ammiri. Quando pensi di essere a un metro dal traguardo, tutte le porte si chiudono all’improvviso. E le domande non cessano di tormentarti: «Perché non c’è spazio per me? Forse perché sono diverso? E in che cosa sono diverso?». Ho vissuto una situazione alquanto bizzarra. E così decisi di aprire una porta tutta mia. «Non sapevano che fosse impossibile, allora l’hanno fatto» recita una citazione attribuita a Mark Twain. Per me era la stessa cosa, non avevo altra scelta e non sapevo a cosa andassi incontro. Quando ho pubblicato il mio primo album, «Diasporas», avevo trentamila euro di debiti: e trentamila euro, all’epoca, erano davvero tanti. Pagavo 400 euro di affitto e lavoravo in una piccola orchestra semi-professionale che mi permetteva di racimolare 3 o 400 euro al mese. Mi dissi: «O la va o la spacca», non ho altre possibilità. Se fosse dipeso dalle case discografiche, avrei dovuto aspettare altri vent’anni. Ho osato mettermi in gioco e puntare tutto su di me.

Cosa le viene in mente ripensando a quella scelta?
Che è stata una follia dettata proprio dal fatto di non avere scelte. Impossibile fare altrimenti. Non so come sarebbe andata a finire se «Diasporas» non avesse avuto un minimo di successo di pubblico e se la stampa non gli avesse dato un buon riscontro. Non lo so davvero. Ho corso un rischio enorme. Avevo molta fiducia in me stesso e mi dicevo che valevo qualcosa, che tutti quegli anni di studi non erano passati invano. La musica mi faceva vibrare, non era cosa da poco.

Crede a un’identità musicale?
No, e le spiego perché. Il libro con cui sono cresciuto, è Les identités meurtrières di mio zio, Amin Maalouf. L’ho letto e consultato diverse volte. Penso che l’identità sia in continuo movimento e mi soddisfa sentire che la mia identità personale evolve costantemente. Al contrario, mi spaventa parecchio l’idea di un’identità originaria, fondante e fondamentale; un’identità coercitiva che ti costringe a tornare sempre a casa in cerca di certezze. Cambiare mi rassicura, in musica vale lo stesso. I diciassette o diciotto dischi che ho realizzato sono tutti molto diversi fra loro. Esprimono un’identità mutevole. Se l’identità cambia di continuo, ogni volta non più sono la stessa persona e quindi non posso rifare la stessa cosa. Mi sembra evidente.

E commercialmente? È riuscito a imporre una sua identità?
Ancora più complicato. Gli attori coinvolti nella vendita, dai distributori ai rivenditori al dettaglio, rimangono perturbati dal cambiamento. Basta una piccola variazione per far saltare algoritmi, codici, playlist calcolate sulla base della precedente uscita discografica. Ogni proposta manda in tilt il giochino, e di conseguenza chi vende fa fatica a trovare un denominatore comune.

Quindi tocca a lei giustificare la nuova proposta?
O al mio team. Ci spingiamo oltre e cerchiamo di spiegare che il punto in comune, il denominatore necessario, sono io, non c’è bisogno di perdersi in troppe chiacchiere. E cerchiamo anche di spiegare che non mi piace barricarmi in una comfort zone. Mi esprimo come meglio credo. Anche con i giornalisti, con i quali, in linea di massima, ho un ottimo rapporto, un po’ di pedagogia è tuttora necessaria. Per esempio, se hanno apprezzato «Kalthoum» – un disco orientato verso il jazz e interpretato da un quintetto di musicisti affermati – faranno fatica ad accettare «S3ns», che non ha nulla a che vedere con «Kalthoum», e diranno: «Peccato, Maalouf ci piaceva nel 2015 mentre ora…». Appunto, ora non è più lo stesso Maalouf, è un’altra persona! Consideratelo come un nuovo artista e non come il Maalouf di «Kalthoum»! C’è sempre la tentazione di fare paragoni. Il mercato è difficile anche per questo motivo.

Giornalisti a parte, mi sembra che lei sia riuscito a coalizzare un bel seguito di pubblico…
Non lo so, e neanche so se e come ci sono riuscito, ma sono molto felice di vedere che il pubblico segue i cambiamenti e soprattutto dà l’impressione di comprenderli. Questo mi permette di riempire delle grandi sale da concerto. Non dappertutto, però. In Italia, per esempio, il pubblico mi conosce poco, ma in Francia e in altri Paesi, se suono il repertorio di «Kalthoum», e nel pubblico in sala qualcuno aveva particolarmente apprezzato il rock anni Settanta di «Illusion», rimarrà comunque soddisfatto. L’anima è la stessa, passa lo stesso messaggio, cambia solo il modo di esprimersi. Un grande attore che recita in una serie televisiva ha pubblico anche se legge a teatro una poesia di Baudelaire. Nessuno gli rimprovererà di non recitare le battute della serie, perché sa che l’attore può interpretare più ruoli. Il pubblico è intelligente. E io ho tendenza a fidarmi delle persone, o almeno ci provo.

Ho l’impressione che «Kalthoum» conti parecchio per lei. Se sì, per quale motivo? E quali altri dischi sono stati importanti?
La direzione giusta per me è non fare mai la stessa cosa, me lo ripeto ogni volta. Dopodiché capisco cosa intende. Confermo che «Kalthoum» non è tirato in ballo a caso. Si tratta di un programma che suonerò per il resto della mia vita.

Insisto. Perché proprio quel disco?
Perché ci sono esperienze ed esperienze. Alcune di esse ci toccano, altre sono esperienze necessarie per fare esperienza. Per esempio, i miei primi due lavori, «Diasporas» e «Diachronism», erano un’esigenza vitale, mentre il terzo album, «Diagnostic», racchiude i miei riferimenti. «Wind» omaggiava Miles Davis e soprattutto il cinema; «Illusion» una necessità, un lavoro essenziale, che proveniva dalle viscere. «Kalthoum» è tutta la mia infanzia, la mia vita. Ascolto quel disco da sempre. Con «Kalthoum» rendo omaggio alle donne della mia famiglia, alla mia cultura d’origine, a mio padre che mi ha insegnato tutto. Rendo omaggio al femminismo perché la cantante egiziana Oum Kalthoum era una donna molto indipendente in un paese arabo, per nulla sottomessa. Era una donna forte, di potere, aveva tutti ai suoi piedi. Dentro a tutte queste esperienze ci sono semplici progetti e altri che esprimono necessità vitali. Ma per far sì che questa differenza fra progetti e necessità vitali emerga, occorre fare tutte le esperienze. Per questa ragione lavoro contemporaneamente a più dischi. Nove, in questo momento.

Nove dischi? Faccio fatica a seguirla…
Nove allo stesso tempo, ma forse quello che ora chiamo Nove non uscirà mai, o forse Tre non uscirà mai. Come le dicevo, tutti questi esperimenti – o esperienze – sono indispensabili, fanno parte della ricerca. Studiamo Pitagora per i teoremi, la musica, l’astronomia, la scoperta delle frequenze e così via, ma chissà quanti altri esperimenti ha condotto che non sono andati a buon fine. L’industria musicale ci ha messo in testa che bisogna alternare dischi e tour secondo regole che non so dove stiano scritte. Osservando tanti artisti con cui lavoro, mi rendo conto che molti di loro pensano che sia l’unica strada percorribile, senza però riuscire a imboccarla. Si trovano costretti a dover partire in tour e magari non ci vogliono andare perché rischiano di non vedere la famiglia per settimane. Ed è pure peggio quando si trovano costretti a dover entrare in studio con l’obbligo e la pressione di dover registrare un disco. La musica non si inventa così, schioccando le dita e affittando uno studio. Quanti libri nascono da note sparse buttate giù alla rinfusa nel corso di anni? Un bel giorno quelle note cominciano a prendere forma, capisci che puoi tirare fuori qualcosa di interessante, ti serve solo un po’ di tempo e magari ti metti a fare dell’altro. E il tempo passa di nuovo. Non si scrive sotto pressione, non si compone sotto l’ordine di altri. Il modo in cui l’industria ha obbligato gli artisti a lavorare non è naturale. E gli artisti che vediamo frequentemente, che creano e si danno da fare sono spesso persone che lavorano come me, in totale autonomia. Riflettono di continuo, che siano in famiglia, in studio, in viaggio per un concerto, perché godono di grande libertà.

Trovate l’intervista completa sul numero di ottobre di Musica Jazz.

Luca Civelli