Nicola Conte: l’eleganza della musica

Ospiti di prestigio - Logan Richardson, Gianluca Petrella, Theo Croker - per «Let Your Light Shine On», il nuovo disco del popolare produttore, chitarrista e dj.

415
Nicola Conte Bari 2017

Nicola Conte è uno che non lascia niente al caso. A partire dal suo look (polo di fattura inglese John Smedley, mocassini Church, pantaloni Dondup, con le tasche lungo la cucitura, 19 centimetri di diametro nel punto in cui poggiano sulla scarpa) a finire alla sua casa (un concentrato di modernariato minimale, invasa da dischi in vinile, con una splendida vista sul lungomare di Bari, la città in cui è nato e in cui vive). Non ci si deve però far trarre in inganno. Nicola non cura soltanto i particolari più superficiali del suo immaginario. È persona di letture raffinate e nella musica rasenta la maniacalità al punto da spingersi fino a Johannesburg per incidere la title track del suo ultimo disco, e non solo per sentire gli odori della musica delle townships ma per immergersi in un mondo del quale, da un po’ di tempo, sta esplorando i contenuti. I suoi compagni di viaggio sono stati Logan Richardson e Gianluca Petrella, quest’ultimo un vecchio sodale, con il quale Conte porta avanti un percorso iniziato alcuni mesi fa con l’incisione di un 12 pollici intitolato «African Spirits» e che approda oggi al recentissimo «Sun Song/Nigeria», entrambi su etichetta Schema, e naturalmente al sorprendente «Let Your Light Shine On» in uscita questo mese per MPS.

«Let Your Light Shine On» ha una molteplice chiave di lettura. La prima è direi letterale, è un qualcosa che ha a che fare con il ritorno della spiritualità che oggi è preponderante in un certo tipo di jazz. La seconda è che la musica contenuta nel disco ha secondo me qualcosa
di liberatorio. Va detto che i titoli dei tuoi dischi sono sempre molto studiati in funzione della musica che vi è contenuta. In questo caso, poi, l’Afro-beat che si mischia al soul, per quanto mi riguarda una delle miscele più attraenti nella musica, da sempre…
Tengo molto ai titoli. Devono in qualche modo anticipare il contenuto del disco. Sono un biglietto da visita. Il titolo è una chiave di lettura che si muove su due piani, in orizzontale e in verticale. Questo è sicuramente riferito alla percezione di appartenere a qualcosa che è oltre noi, più in alto di noi. L’idea che ci sia un’entità spirituale che, tradotta nelle varie religioni, in qualche modo funga da collante per tutti gli esseri umani è quella che ha ispirato tutto il concept dell’album. La luce è una sorta di invocazione alla ricerca di una spiritualità positiva…

L’incipit è fantastico, sembra Fela Kuti. E poi gli interventi vocali… Lo dico senza piaggeria: sembra che tu, in questo disco, abbia trovato un punto di equilibrio tra la qualità della musica e il potere di attrazione che essa può esercitare presso un pubblico, il più ampio possibile. È stata una cosa voluta?
È un po’ complicato rispondere a questa tua domanda. L’approccio che ho avuto, anche rischiando di incartarmi, è stato il meno razionale possibile. Ho cercato di individuare dei colori e delle atmosfere che si ricollegassero ai momenti di suggestione che alcuni, molti, dei miei ascolti hanno provocato dentro di me. Probabilmente quello che dici è vero ma viene fuori da questo passaggio. Nello stesso tempo mi sono posto il problema di non chiudere la musica dentro strutture troppo vincolanti, lasciando ai musicisti coinvolti degli ampi spazi di libertà. Parlare di qualcosa di studiato a tavolino non è esatto ma credo che il mio istinto e la mia esperienza abbiano naturalmente spinto nel senso di quell’equilibrio di cui tu parli. Non ci avevo ancora pensato, però…

Nicola Conte in studio

Quello che colpisce nei tuoi dischi, a parte la musica, è il parterre degli ospiti coinvolti, che è sempre di altissimo profilo. Quelli coinvolti in questo lavoro sono alcuni dei nomi più in vista della scena moderna. C’è Theo Croker, il nipotino di Doc Cheatham, e molti altri ancora…
Tutti i musicisti coinvolti hanno contribuito a colorare il disco in una maniera molto personale. Ho deciso di andare in studio con un gruppo base al quale avrei aggiunto pochi altri elementi. Sono i musicisti con i quali, per affinità personale e per capacità artistica, ho sviluppato negli anni un feeling importante. Nello stesso tempo sono quelli che pensavo potessero realizzare quello che avevo in mente. La ritmica è la migliore che ho avuto negli ultimi anni: Teppo Makynen alla batteria, Luca Alemanno al contrabbasso, Abdissa Assefa alle percussioni e, naturalmente, Pietro Lussu al pianoforte. Sono musicisti capaci di viaggiare in sintonia tra le dinamiche e le strutture dei brani che abbiamo realizzato, contribuendo a dare quella carica che in questo genere di musica è molto importante. Nello stesso tempo sono capaci di essere molto profondi. Tra i solisti la presenza di Gianluca Petrella è stata fondamentale. Lo considero una sorta di alter ego dei miei ultimi progetti. Mi da sicurezza perché so che la sua presenza copre uno spettro sonoro molto ampio aggiungendo alla musica una forte carica emotiva che è anche, e soprattutto, libertà espressiva. Logan Richardson è stato importante per il suo approccio che lascia trasparire profonda conoscenza della tradizione al servizio della modernità: non è mai scontato nell’improvvisazione ed è capace di condizionare con i suoi assoli la direzione che la musica deve intraprendere. Magnus Lindgren, musicista molto sofisticato, è capace, con le sue doti strumentali, soprattutto al flauto, di essere molto incisivo, ma rispetto a Logan è più prevedibile, senza per questo volerne parlare con un’accezione negativa. La presenza di Logan è servita molto a creare qualcosa di inaspettato. La combinazione di questa line-up di fiati ha fatto venir fuori il suono che avevo in testa. Un suono scuro, non molto squillante, black nella sua accezione più vera, un suono africano. Avrei cercato di utilizzare di più Theo Croker ma i nostri agenti non sono stati capaci di organizzare le cose a puntino, per cui ci siamo dovuti rincorrere e alla fine il suo contributo è stato limitato rispetto agli altri. Alla fine sono molto contento del risultato ottenuto, perché non avevamo molto tempo a disposizione per registrare ma devo dire di essere andato in sala di incisione con le idee chiare, e questo ha favorito una certa velocità di realizzazione di tutto il progetto. I brani sono stati registrati quasi live, c’è stato poco editing e poco overdubbing, e credo che questa spontaneità di esecuzione un po’ si senta.

Pietro Lussu è un personaggio chiave nella tua musica. Suona con te da sempre e, a mio avviso, è uno dei pianisti più espressivi e intensi, e nello stesso tempo, tra i meno valorizzati di tutto il panorama peninsulare…
Con lui ho sviluppato un affiatamento particolare. Pietro è sempre stato capace, con il suo modo di suonare il pianoforte, di creare degli scenari sonori straordinari. È uno di quei musicisti che hanno un senso dell’armonia molto intenso, e la sua musicalità è qualcosa che appartiene al suo codice genetico. È un pianista estremamente sofisticato e, nello stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura afroamericana. Ha un incipit ritmico con un approccio percussivo molto coinvolgente. Poter disporre di un pianista come lui ti da la possibilità di sapere che tutta una serie di movimenti ritmici saranno eseguiti nel modo giusto. Quando penso al groove sul pianoforte il mio pensiero va immediatamente a lui.

Luca Alemanno…
Luca è perfetto per la musica del mio ultimo disco. È molto black. Ha una presenza molto vicina a quella di un afro-americano. Il suo è un approccio molto istintivo. Un bassista come Luca mi permette di spingere la musica all’infinito sapendo che è in grado di dare carica ritmica recependo, come una spugna, qualsiasi input che gli viene dal solista o da qualsiasi altro nella band. Luca segue ma anche indica la strada da percorrere con una preparazione musicale straordinaria, con un orecchio raffinato. Credo che bassisti così in Italia oggi non ce ne siano.

Nicola Conte nella sua casa

Carolina Bubbico…
Non avevamo ancora parlato delle cantanti. Carolina è una mia scommessa. Credo che abbia un talento molto spiccato. Una parte di esso non è ancora espresso perché lei, finora, si è mossa in certi ambiti secondo me non perfettamente confacenti alla sua espressività. Ho pensato di darle la possibilità di potersi esprimere in una dimensione molto più libera, non condizionata rigidamente dalla forma canzone, dal cantato in italiano. In definitiva ho pensato di utilizzarla in un modo diverso da quello in cui era abituata a lavorare sino ad allora. In più Carolina è capace di scrivere degli ottimi arrangiamenti per cui è stata molto utile e da quel punto di vista ha svolto un ruolo molto importante. Oltre a tutto questo è una bravissima cantante con un bellissimo timbro. Si è perfettamente amalgamata con le altre cantanti del disco come Bridgette Amofah, contribuendo a conferire all’insieme una dimensione internazionale assolutamente sprovincializzata.

Tu sei un dj, un musicista e anche un produttore. E tra i dj, i musicisti, i produttori, a quali ti senti più vicino?
Oggi a quello che sta accadendo sulla scena londinese, gente come Ezra Collective, Yussef Kamaal, Nubya Garcia. Quello che accade in America mi interessa un po’ meno. Mi piace Robert Glasper ma non tutto, Kamasi Washington più come approccio che dal punto di vista strumentale, mi interessa Taylor McFerrin. Nell’elettronica gli americani lavorano molto bene. Mi piacciono Madlib, Theo Parrish, Carl Craig, gente capace di muoversi bene anche al di fuori del proprio mondo unendosi a gruppi che suonano dal vivo. Gente che è stata capace di «umanizzare» un mondo che rischiava di diventare troppo omologato. Mi piacciono gli assemblatori di suoni: il compianto J Dilla è uno che mi ha influenzato molto. Tra i produttori, per quanto molti dei nomi che ti ho fatto lo siano a loro volta, secondo me Don Was con la Blue Note sta facendo un lavoro molto interessante, come non si vedeva da anni. Da questo punto di vista aggiungo che, sul versante anglosassone, Gilles Peterson con la sua etichetta, la Brownswood, sta facendo un lavoro altrettanto interessante. In Sud Africa c’è una scena jazz molto interessante che secondo me esploderà: sono tutti musicisti di alto livello, giovani, con dei contenuti musicali forti di cui ancora non si sa molto. Per esempio, il pianista che ha partecipato alle registrazioni del mio disco, Nduduzo Makhathini.

In un business sovraffollato come questo, come si fa ad attrarre l’attenzione su di sé? Credo sia molto difficile e credo che il marketing abbia un ruolo importante…
Sicuramente, e aggiungo che sei costretto ad avere una corretta gestione del marketing, altrimenti non vai da nessuna parte. Tutte le case discografiche hanno fatto notevoli passi indietro sugli investimenti e sul mettere a disposizione struttura, personale e fondi per promuovere un album. Per cui, o fai da solo o sei spacciato. Ma credo che riuscire a fare qualcosa che abbia una propria forza interiore sia probabilmente il metodo migliore per attrarre l’attenzione.

Nicola Gaeta

(foto: Mariagrazia Giove – Estratto dall’intervista pubblicata sul numero di maggio 2018 di Musica Jazz)

Leggi la recensione del disco «Let Your Light Shine On» di Nicola Conte & Spiritual Galaxy