«MOVIN’ ON»: INTERVISTA A LUCREZIO DE SETA

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«Movin’On» è il titolo del nuovo album del nuovo quartetto del batterista romano Lucrezio De Seta. Ne parliamo con lui.

«Movin’On»: titolo a parte, mi sembra che qualcosa stia cambiando nella tua musica. O mi sbaglio?
Non so se esiste una mia musica, ad essere sinceri, ma certamente il concetto di cambiamento ha un ruolo di primaria importanza quando decido di fare un disco.
Con il senno di poi forse avrei dovuto intitolare questo disco più opportunamente «Movin’Back», data la mia giovanile e fatale infatuazione per il jazz, che solo negli ultimi quindici anni ho ripreso a coltivare seriamente e con la necessaria dedizione, dopo una carriera passata a suonare di tutto e di più. Ma siccome preferisco sempre guardare avanti ho creduto nel «Movin’On» più che nel «back». Il passato fondamentalmente mi annoia, per cui il titolo così come va più che bene.

Come è nato questo quartetto?
Da circa un paio di anni suono con Leonardo De Rose, contrabbassista di rara sensibilità e disponibilità, conosciuto a causa di un qui pro quo con chi gestiva le prenotazioni del mio studio di registrazione e che in sostanza fece saltare la sessione per il suo disco solista. Non ero coinvolto nelle registrazioni, ma ci scambiammo alcune telefonate in cui venne fuori una simpatia immediata. Dopo circa sei mesi si rifece vivo, questa volta per propormi di vederci in sala e provare a suonare assieme. Iniziammo così a suonare qualunque cosa, dagli standard più classici alle nostre composizioni originali, alternando pianisti e sassofonisti veramente eccezionali. Ci vedevamo ogni settimana per la nostra jam fissa a cui invitavamo chi aveva piacere a partecipare; è così che conobbi Ettore Carucci, uno dei miei pianisti preferiti in assoluto. Di quei musicisti con cui non devi discutere di nulla, basta staccare il tempo e tutto fila alla perfezione sin dal primo beat, il tutto sempre con la voglia di sperimentare e vedere la musica da un punto di vista «privilegiato», «elevato», piuttosto che limitato dagli schemi del manierismo stilistico e di genere. Dopo diverse occasioni live, incoraggiati dal crescente affiatamento, fissammo una data per entrare in studio, così, dall’ oggi al domani. Successe per caso che Leonardo ospitava a casa sua in quei giorni Gianni Denitto, che non avevo avuto ancora il piacere di conoscere, che accettò di partecipare alle sessions in studio dando forma ad una della più belle band che abbia mai avuto, ma che in realtà si è formata per dinamiche spontanee. Insomma, una tipica storia di jazz fatta di incontri casuali e non, da cui scaturisce inevitabilmente musica.

Con un ospite, un tuo «concorrente»: Michele Rabbia. Perché questa scelta?
Michele non sarà mai un mio concorrente! Lui è un artista, un mago delle suggestioni acustiche, in lui albergano un Dottor Jekyll delle onde sonore e un Mr Hyde in grado di far suonare anche un masso di granito con le sue sole mani. Io sono solo un batterista che sogna di diventare musicista. Due livelli assolutamente lontani e che arrivano a sfiorarsi solo nel momento in cui si capisce quando e dove farsi da parte per lasciare spazio all’altro. E poi lui è uno dei miei punti di riferimento artistici più alti che possa avere, non ci ho pensato due volte a chiamarlo per chiedergli di abbellire la mia In medio stat virtus che, dopo il suo contributo, è diventata una delle migliori tracce del disco.

Un sound che guarda al passato, ma è lanciato verso il futuro. Hai avuto qualche riferimento storico?

Se suoni jazz non puoi non averne… A tale proposito si potrebbero aprire dibattiti e discussioni che farebbero impallidire i più grandi e violenti concistori della chiesa cristiana, ma li evitiamo volutamente. Posso dire che, capisaldi del genere a parte, ascolto da sempre di tutto, senza esclusioni di sorta. Il bello poi è che un musicista è quello che ascolta e tutto quello che ti ha riempito le orecchie nella tua vita non può che uscire fuori in una forma o nell’altra quando ti esprimi con sincerità. Se poi questo diventa una rielaborazione o, ancora meglio, una evoluzione di ciò che già esiste, meglio ancora! Il concetto di «Movin’On» come vedi mi è particolarmente caro.
Due cover. La prima è espressamente una dedica a Kenny Wheeler o faceva già parte del tuo patrimonio musicale? Avevi già preventivato di inserire nell’album Smatter?
Negli anni Ottanta ero un fan del grande Peter Erskine, a cui devo molto, il quale fra le sua tante collaborazioni può vantare anche una sostanziale militanza nei progetti di Kenny Wheeler. E’ così che ho iniziato ad ascoltare i suoi dischi, imparandone ad apprezzare l’estetica elegante e sempre attenta alla melodia oltre che alla fluidità delle costruzioni armoniche. Quando abbiamo registrato Smatter eravamo a metà aprile e nulla ci avrebbe fatto pensare che di li a pochi mesi sarebbe venuto a mancare questo gigante del jazz moderno, quindi il suo inserimento nel repertorio è del tutto fortuito; tanto quanto è voluta la mia scelta di mettere la traccia come prima del disco al posto di un più strategico brano mio…

Poi, c’è uno standard: You Don’t Know What Love Is. Hai un particolare legame con questo brano?
Lo stesso che mi lega a tutti gli standard che conosco. Sono come degli amici con cui stai bene e con cui è facile e piacevole passare insieme il tempo. Registrarlo in una versione più moderna è stato uno spasso, anche se risulta uno dei brani più impegnativi quando lo suoniamo dal vivo, a causa della necessità di tenere sempre alta l’intensità generale senza però mai esagerare con le dinamiche.

E, infine, Suresh The Sarodist: ce ne parleresti?

Questo brano è un contributo di Gianni. La storia racconta che nei suoi tanti viaggi per il mondo abbia incontrato questo personaggio in Nepal che si chiama Suresh. Una sorta di santone musicista che suona il sarod, uno strumento tipico nepalese che mi fa venire in mente la tiorba, con tutte quelle corde e bordoni, però compresse nelle dimensioni di una chitarra. Il brano è una melodia tradizionale che Suresh ha voluto insegnare a Gianni che a sua volta a insegnato a noi innescando una catena positiva di strabiliante energia.
Bellissimo. In questo brano  ci sono momenti di improvvisazione collettiva di cui sono particolarmente fiero. Grazie Gianni e grazie Suresh!

Quali sono, a tuo avviso, i punti di forza di questo disco?

La sincerità e la semplicità. Due principi che vorrei sempre più approfondire in futuro.
Sogno di riuscire un giorno a fare musica senza la coscienza di quello che so o che ho studiato, ma solo con la consapevolezza di dove sia possibile andare con la capacità di liberarsi dal giogo del sapere.

E quelli di debolezza?
Un disco è come una sorta di figlio. Cosa vuoi che ti risponda se non: nessuno!
Di natura sono un insopportabile autocritico, credimi. Non ne lascio passare neanche una.
Ma se a quarantaquattro anni ho deciso di produrre un disco da leader non posso che crederci al 110%.

Quanto hai tenuto presente nelle composizioni delle tue precedenti esperienze?
Beh, probabilmente la gran parte di esse: non si può prescindere o perlomeno, nonostante tutti gli sforzi che posso fare per evitarlo, il vissuto personale alla fine esce; tanto più perché la musica che fai è sostanzialmente improvvisazione, come il jazz. E la cosa, a essere totalmente sincero, non mi dispiace per niente.

Il tuo passato non parla solo un linguaggio jazzistico. Sei approdato prima al jazz o al pop? Chi o cosa ti ha spinto verso il jazz?
Come ho accennato già precedentemente il jazz è uno dei mie primi amori dopo la musica punk e l’hard rock. Sono nato nel 1970, quindi se come me eri un soggetto completamente refrattario a qualunque tipo di musica cantata italiana, in quegli anni avevi l’imbarazzo della scelta in quanto la musica internazionale era di altissima qualità. Iniziai appassionandomi al rock e cominciai a suonare con alcuni compagni di scuola cover dei Clash, P.i.l. e, più tardi, Police, Genesis, King Crimson. Poi un giorno trovai una cassetta di mio fratello lasciata incautamente incustodita sul tavolo del soggiorno. La misi su e scoprì mondi ritmici e sonori che mi fecero l’effetto della prima cotta sentimentale. Non me ne riuscivo più a staccare, la mettevo e rimettevo cercando di suonarci sopra seguendo quelle strutture e quelle sonorità a me a quei tempi totalmente sconosciute. Una folgorazione! Si trattava di «Heavy Weather» dei Weather Report e correva l’anno 1982, quindi cinque anni dopo la sua originaria pubblicazione. Di seguito incappai in Pat Metheny, attraverso il quale ritrovai Jaco Pastorius sul suo «Bright Size Life», e così conobbi Bob Moses. Di lì passare a Ornette Coleman, Charlie Haden, Keith Jarrett, i V.s.o.p. e solo dopo Miles Davis, Coltrane, Gillespie, Monk, Parker, Ellington e via dicendo fu una cosa assolutamente naturale.
Da totale autodidatta quale mi considero, ho seguito il filo che collegava tutti questi grandi nomi ripercorrendo la storia fondamentalmente al contrario. E’ per questo che credo che i giovani debbano ascoltare la loro musica prima ancora di quella che vorrebbero i loro professori di conservatorio. Così facendo personalmente mi sono innamorato, progressivamente e profondamente, tanto del jazz quanto della musica classica.

Hai voluto creare anche una tua casa discografica l’Headache Production. Una scelta economica o artistica?
E’ lo stesso motivo per cui ho da subito iniziato a mettere da parte dei soldi che guadagnavo con le serate per costruirmi il mio primo studio di registrazione. Alcuni la chiamano mania del controllo, io preferisco considerarlo il mio lasciapassare per la libertà espressiva.
Il lato economico è solo una rimessa continua, ma fa parte del gioco. Se le case discografiche chiudessero tutte a causa dei mancati guadagni credo che comunque ci sarebbero dei pazzi come me che le terrebbero in vita perché va fatto e basta e non credo che la carta stampata, soprattutto se di settore, se la passi molto meglio.

Con la crisi del mercato discografico, perché stampare un disco? Non sarebbe stato meglio e più economico affidarsi solo alle piattaforme digitali?
Si, hai ragione e io sono un convinto sostenitore del digitale, come di qualunque nuova opportunità che ci offre la tecnologia. Con i dovuti distinguo, s’intende, ma nel complesso credo che non esista una tecnologia cattiva, ma solo utenti che la usano malamente.
Il motivo per cui però stampo ancora cd fisici è perché nel caso di quelli da me pubblicati e prodotti, si tratta sempre di opere che non finiscono con la digitalizzazione di una sequenza di bit e byte che rappresentano l’onda sonora della musica in essa contenuta, ma di veri oggetti d’arte. Da sentire, ma anche da guardare, toccare, leggere e con cui farsi compagnia durante i pochi momenti che ci sono rimasti da dedicare all’ascolto. Tutte le copertine della mia etichetta sono opere grafiche e pittoriche create da artisti partendo dall’ascolto della musica. Poi c’è il relativo successo dei vinili, ad esempio, che dimostra che c’è ancora chi vuole vivere le emozioni che conosciamo noi over 30 legate all’esperienza del disco fisico.
Con gli mp3, ti puoi inventare quello che vuoi. Si tratta alla fine di dati immagazzinati su un supporto di archiviazione di massa che non ti da nulla se non accendi il pc o l’iPod…

Cosa c’è scritto nell’agenda di Lucrezio De Seta? A quali progetti stai lavorando?
Troppe cose, ma è sempre stato così. Di differente rispetto a dieci anni fa è che oggi tutto quello che ho in cantiere ha almeno un 50% di impegno creativo in prima persona, quindi ho messo da parte il mio essere session man disponibile sul mercato per chiunque volesse «affittarmi». E stata una scelta maturata dopo vent’anni di attività da turnista, di cui vado molto fiero e che mi ha dato la possibilità di costruire tutto quello che sono oggi. Sono molto grato a quel periodo della mia vita, ma era arrivato il tempo di andare avanti e voltare pagina. Per cui: I’m Movin’On!…Fra le tante cose in cantiere posso citare il nuovissimo progetto che mi vede impegnato con il Majaria Trio insieme a Nando Citarella e Paolo Damiani nella rilettura delle arie operistiche e antiche in chiave etno-jazz, o il trio con Vittorio Mezza con cui dobbiamo registrare a breve, poi il quartetto Eco-Project con William Lenihan (chitarra classica), Jean Philippe Morel (contrabbasso) e Antonio Figura (pianoforte) che sta diventando un’opera monumentale con cui vogliamo coinvolgere tutta la multimedialità del mondo, poi un quartetto con Massimo Pinca (contrabbasso) dalla Svizzera o, sul versante più elettrico, il nuovo disco dei Virtual Dream. Insomma di cose da fare ce ne sono un bel po’ e spero, nonostante la stanchezza degli anni che passano, che tutto questo non cambi mai.

Alceste Ayroldi