PAOLO ANGELI: ATTRAVERSANDO IL MEDITERRANEO CON UN PUGNO DI SALE

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Parliamo di «Sale quanto basta». Lo reputi un disco «salato»?

Assolutamente sì. È un lavoro che sintetizza il mio presente e va di pari passo con la mia ricerca per affinare la conservazione del pesce sotto sale, realizzando la bottarga o le alici nella mia casa di Barcellona. E’ una riflessione sul mio vivere sospeso tra le sponde del Mediterraneo. È evidente che voglio custodire ciò che amo della mia terra di origine, ma la voglia di trasformazione che alimenta la mia vita in ambito urbano è più urgente.

Con questo album sembra che tu voglia tornare alle origini. Ti eri allontanato troppo da questo versante?

Penso che sia un album che anticipi quanto succederà nel prossimo. La componente sarda è sempre più presente ma metabolizzata in chiave contemporanea. Non ho paura di distruggere un canto in Re con un frastuono punk e non mi spaventa se a fine concerto mi si dica che la mia vocalità è troppo legata alla tradizione. In questo senso mi sento vicino alla filosofia di Mingus e  Shepp: penso alla musica come un confronto creativo tra modernità e tradizione. Vivo nel solco tracciato da Fred Frith e seguo l’evoluzione della musica sarda sognando una traiettoria simile a quella avvenuta nel flamenco. L’improvvisazione libera mi permette di far dialogare tutte queste pulsioni e continua ad avere un ruolo determinante nel processo creativo e nei live. Gran parte dei brani nasce da spunti improvvisati e registrati per poi essere elaborata in un secondo tempo. Nel progetto in studio ho realizzato le composizioni che hanno ampie aree improvvisate all’interno, ma la costruzione dell’album è studiata. Ho registrato senza overdubs in cinque ore e fatto il missaggio in due giornate.

La fusione di sonorità e stili è ciò che ti caratterizza?

Mi stancano le barriere tra gli stili, amo praticare a casa percorsi ortodossi ma mi annoio nel riproporli dal vivo. L’ibrido è la mia dimensione più congeniale. Non mi sono mai sentito libero come in questo periodo: suono quello che mi piace e non mi pongo il problema di essere per forza radicale, un aspetto che ha caratterizzato una fase della mia vita.

Chi ti ha insegnato a cantare?

Ho avuto la fortuna di avere un grandissimo maestro: Giovanni Scanu. L’ho incontrato nel 1993, lui aveva ottantasette anni, e ho passato nove anni «a bottega». Il canto è stato il naturale sviluppo di questa conoscenza. La frequentazione dei momenti informali nella settimana santa (Castelsardo e Cuglieri) e le lunghe cantate «a tasgia» hanno fatto il resto.

Descrivi come musicalmente stimolante l’ambiente in cui hai vissuto, fatto di suoni e rumori d’ogni tipo.

Sono cresciuto a Palau vicino a un faro, con il mare negli occhi. A cinque anni mi sono trasferito in una casa alla periferia del centro urbano. Adagiato nello stazzo di Multineddu, un vecchio autobus, usato nel dopoguerra come cattedra agraria mobile, aveva cambiato funzione diventando sia pollaio sia il luogo ideale per conservare i meloni. Nello stesso autobus costruivamo batterie con fustini di detersivo. Rientrati a casa, con il peso di un sacco di iuta colmo di angurie sulle spalle, usavamo la chitarra di mio padre come carretto. Questo è il quadro che sintetizza la leggerezza del mio primo incontro con la musica.

 Quanto è rimasto nella tua musica delle tue esperienze passate?

Ho interesse a realizzare qualcosa che mi piaccia, che sia legato al mio presente, che mi sorprenda. Le cover degli Who suonate a sedici anni nel campo sportivo del mio paese, gli anni dei collettivi universitari, le derive nella musica improvvisata con giganti del calibro di Evan Parker, Fred Frith e Jon Rose, gli ascolti e l’incontro con Pat Metheny, le riflessioni sulla musica colta e popolare del Novecento hanno la stessa importanza. Chiaramente l’incontro simultaneo tra Giovanni Scanu e Fred Frith è stato il momento più intenso, spassoso e completo della mia vita musicale. Da qui nasce la mia ricerca-gioco sull’elaborazione della chitarra sarda.

A proposito della chitarra sarda preparata: come ti è venuta in mente?

Di fatto si tratta di un work in progress, alimentato dalla voglia di essere multistrumentista sullo stesso strumento. Risolvevo le mie crisi sognando di diventare un violoncellista o di sorreggere la base di un gruppo partendo dal primo strato, quello della batteria. Dopo periodi di pratica su altri strumenti ritornavo alla condivisione con la chitarra. Ogni dubbio e crisi generava una trasformazione e, tra il 1994 e il 2001, si è definito quest’ibrido grazie all’artigiano Francesco Concas, di fatto molto simile a quello che utilizzo oggi in concerto.

Una chitarra che ha riscosso tanto successo da farne desiderare una anche a Pat Metheny. 

Pat mi ha ascoltato nel 2001 a Sant’Anna Arresi. Alla fine mi ha travolto con un fiume di domande. Nel 2003 abbiamo costruito due chitarre gemelle nella liuteria Stanzani, con la collaborazione di Francesco Concas e dello Studio Mta. Da quel momento Pat ha utilizzato la chitarra, modificandola ulteriormente, per i live di Orchestrion.

A Ayroldi