George Benson: niente paragoni con Nat King Cole

Benson si è cimentato con la musica di Nat King Cole fin dall'età di otto anni, quando registrò la propria versione di «Mona Lisa» accompagnandosi con l'ukulele

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George Benson - foto Riccardo Crimi
George Benson - foto Riccardo Crimi

Signor George Benson, il suo progetto su Nat King Cole è nato con il tour del 2009. Perché ha atteso quattro anni prima di registrare il disco?
Per mettere a punto l’album. In verità, non avevo nessuna intenzione di registrarlo. L’unica cosa cui avevo pensato era che un giorno avremmo potuto girare un video e metterlo a disposizione del pubblico. Poi, però, ho ricevuto molte richieste di registrare l’album. Ho esitato, perché pensavo che sarei stato paragonato a Nat King Cole, il che sarebbe stato inutile e non mi sarebbe piaciuto. Comunque, credo che il progetto sia uscito abbastanza bene. Mi ero ripromesso di non pubblicare la registrazione se non fosse riuscita bene. Però, man mano che il lavoro procedeva, andava sempre meglio e alla fine abbiamo ritenuto che fosse venuta abbastanza bene da essere consegnata al mercato.

Come nasce il suo amore per Nat King Cole?
Cominciai ad ascoltarlo quand’ero ragazzo: sul disco ho messo persino una versione di Mona Lisa che registrai a soli otto anni cantando e suonando l’ukulele. Nat King Cole mi ha sempre incuriosito, perché era uno degli artisti più lineari, più intelligenti e più sofisticati della sua epoca, sia come cantante sia come musicista. Era fantastico: uno dei più bravi di tutti i tempi. Quindi già da ragazzino mi resi conto che non era come gli altri, tanto che volevo essere come lui e iniziai fin d’allora a emularlo.

george benson
La copertina dell’album «Inspiration: A Tribute To Nat King Cole» di George Benson

Quindi «Inspiration: A Tribute To Nat King Cole» è un ritorno alle origini?
Sì, mi ha permesso di vivere dal di dentro quel mood che i musicisti vivevano tanti anni fa e mi ha aiutato a capire il motivo per cui sono diventati così bravi a comprendere meglio quello che facevano. Il bello è che tutti i musicisti si sono perfettamente sintonizzati con quest’idea e hanno saputo valorizzare quel periodo, riuscendo a dar voce a tutto ciò che di importante ci è venuto da quell’epoca.

Tornare indietro potrebbe aiutarci a trovare una strada per risolvere molti problemi, anche socioeconomici…
L’umanità è stata sempre molto imprevedibile. Naturalmente, abbiamo suonato quando c’erano le guerre, eventi sociali importanti, la politica, le tensioni religiose; così ogni anno è stato attraversato da qualche grande evento e ogni epoca riflette queste cose nelle forme artistiche, compresa la musica, grande forma d’arte che comunica con tanta gente. Dunque trovo normale esprimere idee che rispecchino la propria epoca: ne siamo parte e non possiamo sottrarci. Ma si può raccontare una storia in modo eloquente anche senza esasperare o aggiungere altri problemi ma anzi cercando di appianarli. Ecco, io cerco di usare la mia musica in questa maniera.

Sembra che ci sia un legame tra la sua carriera e quella di Nat King Cole: entrambi avete cambiato qualcosa nel modo di intendere il jazz e probabilmente l’avete avvicinato a un pubblico più ampio. Lei ha la sensazione che la gente si stia allontanando dal jazz?
Non proprio. Diciamo che ogni epoca produce risultati diversi. I musicisti di oggi sono molto sofisticati, perché hanno più materiale da ascoltare rispetto a quand’ero ragazzo. Io sono cresciuto ascoltando e vivendo i grandi musicisti, probabilmente alcuni dei migliori nella storia della musica, ma dal punto di vista numerico ne potevamo ascoltare meno di oggi, anche in termini di varietà di generi e stili. Secondo la mentalità attuale si può azzardare qualsiasi incrocio si desideri: se sei un musicista jazz e vuoi usare elementi di rhythm’n’blues o gospel o musica contemporanea o qualsiasi altra cosa, è permesso.

Ha scelto Randy Waldman e la Henry Mancini Orchestra. Aveva già in mente un suono particolare?
Veramente no. Cercavo di catturare il sound dell’epoca di Nelson Riddle, che era molto sofisticato nella scrittura e nell’orchestrazione. Ciò che scriveva sembrava raccontasse la sua storia personale, che era particolarmente significativa. Randy Waldman ha capito tutto ciò e molto bene, perché aveva lavorato con Barbra Streisand e dunque ha molta esperienza in quel campo. Insomma, era l’uomo giusto!

Come solisti ha voluto anche Till Brönner e Wynton Marsalis. Perché proprio loro?
In verità è stato il produttore a suggerire l’idea. Non sapevo se potessero essere interessati ma, quando ho sentito i loro interventi, ho subito pensato che il risultato è stato brillante! Hanno aggiunto raffinatezza al progetto e hanno suonato in maniera fantastica, dando luce al lavoro grazie anche al modo in cui hanno interagito con esso e al grande spirito d’improvvisazione.

George Benson a Monte-Carlo Summer Festival 2009 – foto Umberto Germinale/Phocus

Ha prestato particolare attenzione agli arrangiamenti, rispettando il sound di Nat King Cole ma mettendovi tutta l’anima di George Benson. Era il suo principale obiettivo?
La mia idea era solo ricordare l’eleganza che esisteva tanti anni fa. Nat King Cole mise in risalto quell’epoca irripetibile per la musica. Era uno dei pochi cantanti e musicisti – come Frank Sinatra, Billy Eckstine e altri – che la resero un periodo speciale. Volevo che il pubblico potesse sentire nuovamente tutto ciò e volevo anche dare a Nat King Cole il suo giusto posto nella storia della musica e tenerlo sempre bene a mente. Per questo abbiamo cercato di rimanere nella tessitura che rifletteva meglio quella di Nat. Sai che era un vero baritono, una voce molto setosa: era speciale, perché non era un cantante normale, aveva un ottimo fraseggio, immagino perché era anche un musicista. Io ho qualcosa di simile nel fraseggio ma non posso avere esattamente la voce di Nat perché sono un tenore; però ci ho provato e mi sono divertito!

Ascoltando «Inspiration: A Tribute To Nat King Cole» ci si accorge quanto lei si sia divertito ed emozionato. Come fa un musicista come lei, che ha tanti progetti e tanti dischi alle spalle, a mantenere questa grande vitalità?
Soprattutto mi piace quello che faccio nella vita e ho avuto l’opportunità di lavorare con musicisti fantastici da tutto il mondo. Sono dunque loro a stimolarmi e in testa mi frulla sempre qualcosa! Sono circondato dalla musica ogni giorno e suono ogni giorno: dunque sono entusiasta di portare avanti le mie nuove idee e ho l’opportunità di fare nuovi dischi e realizzare nuovi progetti. La mia vitalità è frutto della musica che ho attorno.

Quando ha deciso di diventare musicista?
Subito. Mia madre mi cantava sempre tante canzoni; cantava di continuo ma non era una professionista: cantava mentre ascoltava i dischi. Dunque conoscevo le parole, la musica e le armonie di molte canzoni ancor prima di iniziare la scuola. Quando lo scoprirono mi chiamarono subito: «Ehi, piccolo George, vieni qui e canta qualcosa per noi». Pertanto, la mia carriera mi fu consegnata dal pubblico: fu lui a chiedere di me.

Lei ha collaborato con tantissimi grandi musicisti. C’è qualcuno che ricorda con maggiore piacere?
Oh! Ci sono molte persone eccezionali in giro. Ho lavorato con il più grande cantante della nostra epoca: Luciano Pavarotti. È stato uno dei momenti più belli della mia carriera: stavo accanto a lui sul palco e sentivo la sua voce, con quella gola incredibile, molto, molto potente! Fu un grande piacere per me essere là e ascoltarlo così da vicino e stargli accanto anche personalmente.

Secondo lei chi sono i più interessanti musicisti al momento?
È difficile dirlo: ce ne sono così tanti… Mi piace molto McCoy Tyner, perché la sua musica è semiclassica e ha un approccio molto astratto, che secondo me funziona bene in ogni epoca.

Alceste Ayroldi

George Benson sarà a Marostica il 17 luglio per l’unica data italiana del suo tour.
https://www.musicajazz.it/george-benson-il-17-luglio-a-marostica-lunica-data-italiana/