Martin Tingvall «Pax»

«Pax» è il nuovo disco del trio formato dal pianista svedese Martin Tingvall, dal contrabbassista cubano Omar Rodríguez Calvo e dal batterista tedesco Jürgen Spiegel

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Pace. Un concetto che dovrebbe essere universalmente riconosciuto, ma non è così. Martin, cosa ti ha attratto di questo concetto e quando hai capito che sarebbe diventato il tema centrale dell’album?
Bella domanda! In realtà è stato un processo lungo, che è iniziato durante la realizzazione del precedente album, «Birds». L’incipit e l’ispirazione di questo disco era il canto degli uccelli e io ho sviluppato altre melodie partendo dal canto. Ma durante questo periodo è scoppiata la guerra in Ucraina e sono successe anche altre cose. Quasi naturalmente questi eventi mondiali sono entrati anche in «Birds», come SOS che è un segnale di aiuto o un appello alla pace. Sfortunatamente gli sviluppi nel mondo hanno preso una piega ancora più negativa, così ho deciso di dedicare quest’album alla pace. Se c’è qualcosa di importante in questo momento, penso che la maggior parte delle persone sarebbe d’accordo nel volere una cosa sola: meno violenza e che le guerre cessino. Perché, in realtà, ora gli eventi stanno prendendo una piega sempre più negativa. Noi siamo solo una piccola band: non siamo i Rolling Stones, siamo i Tingvall Trio e, tra l’altro, non utilizziamo i testi nella nostra musica. Ma ritengo che sia importante fare una dichiarazione per dire: cosa possiamo fare? Possiamo far riflettere le persone su ciò che tutti noi possiamo fare come individui per progredire nella pace. Ed è per questo che il nostro ultimo album è dedicato alla pace. Siamo in tour da sei mesi per promuovere questo disco e ogni giorno la tensione nel mondo aumenta. Quindi, è un album dai toni positivi, che  guarda con fiducia al futuro. C’è un brano intitolato The End, il cui monito sarebbe che, se tutto va storto, solo allora non abbiamo futuro. Ma noi crediamo nel bene delle persone, crediamo nella pace, crediamo di poter cambiare lo stato attuale delle cose. E questo vale non solo per l’Ucraina, ma per molte altre realtà. Se dovessi citarne alcune, ne dimenticherei un centinaio. 

È successo con Israele e in tante altre situazioni, per questo credo sia meglio parlarne in generale. È un album che deve ispirare sensazioni positive, ma con la raccomandazione che non possiamo continuare in questa direzione. Credo sia importante che tutti prendano posizione. Non sono abituato a fare politica, non lo sono mai stato. Mi interessa la musica e, in particolare, la musica strumentale: è questo il mio mondo.  Ma stanno succedendo così tante cose nel mondo in questo momento per le quali non si può chiudere gli occhi e  non vedere cosa sta succedendo. 

Penso che sia molto importante che ogni artista, in questo particolare momento storico, prenda posizione per dare un segnale e spingere le persone a riflettere sulle conseguenze della guerra.
Esatto. E la musica è forse uno dei linguaggi più internazionalmente diffusi e importanti che esistano. Tutti possono capirla e ascoltarla in modo diverso. E forse alcune persone che non hanno mai ascoltato il Tingvall Trio o che non seguono molto questo genere musicale, la ascoltano in modo diverso. Penso che ci siano molti modi per affezionarsi a un ritmo o a una melodia intensa, o semplicemente per ricevere uno stimolo. 

«Pax» trasmette un forte senso di introspezione. Quanto consapevolmente hai cercato di seguire una direzione più contemplativa e minimalista?
Con assoluta consapevolezza. L’album ha un forte senso di introspezione, d’altro canto mi è sempre piaciuta la semplicità. Se hai una melodia forte devi darle spazio. Questo è il mio processo di composizione, ma è molto importante anche il modo in cui sviluppiamo la canzone, gli arrangiamenti insieme. Ritengo sia un album molto orchestrale, infatti l’ho composto e pensato in diverse tonalità. Ascoltandolo, si potrebbe immaginare che sia stato concepito per un’orchestra sinfonica. Proprio il brano Pax ho sempre pensato che potesse essere molto bello se ci fossero stati dei corni inglesi o degli archi. E, magari, anche una voce meravigliosa a cantarlo. 

Qual è stato il processo compositivo?
In generale partiamo da qualcosa di essenziale, un tema o una melodia, poi la sviluppiamo con ritmi diversi e con diverse armonie e, di seguito, la riprendiamo nuovamente. Ed è così che si forma qualcosa di nuovo, che rende vivo il brano. La riuscita del disco è anche merito del tecnico del suono Stefano Amerio, perché produce un suono fantastico.

Martin Tingvall «Pax»
Tingvall Trio ®Steven Haberland

Quindi, il processo di scrittura, in questo caso, è stato diverso rispetto alle precedenti composizioni del Tingvall Trio?
Sì, è un’evoluzione. Ho sempre amato la melodia e siamo sempre noi tre, siamo sempre gli stessi. Lo scorso anno  ho lavorato molto con la musica da film e, quando hai suoni diversi per la testa, quando hai fatto delle esperienze diverse, naturalmente si sentono; così come le esperienze maturate da Jürgen e Omar. 

Il silenzio o lo spazio tra le note hanno un ruolo nelle tue composizioni?
Sì, le pause hanno un ruolo, ma penso che in questo Miles Davis era un genio. Non è semplice farlo, perché devi avere almeno ottant’anni per suonare sapendo dosare con maestria pause e silenzi. Oggi la maggior parte dei musicisti suona diversamente, velocemente: i giovani  sono tecnicamente brillanti, di altissimo livello. Ma la musicalità, saper sviluppare una melodia, sono cose che si imparano con il tempo.  Quando avevo venti o trent’ anni mi dicevano che suonavo tante note e mi consigliavano diversi ascolti per calmare il mio impeto. Col tempo, mi sono accorto che non si deve essere molto rumorosi o frenetici per esprimere grandi emozioni. 

Ovvio che devi provare, anche tante volte, perché non tutto quello che fai è fantastico. Non bisogna necessariamente mostrare i muscoli per emozionare il pubblico. Il mio primo eroe del pianoforte è stato Bill Evans: e lo è ancora. Lui suonava con così tanta energia, ma con un tocco unico. La musica ha bisogno di spazio. E per trovarlo c’è bisogno di un percorso, come quando leggi un libro corposo. A volte hai bisogno di enfatizzare, altre di attenuare i diversi colori della musica. Una cosa che mi ha sempre interessato, e forse è il mio punto di forza nella composizione, è la drammaturgia. Come costruisci una melodia? Come costruisci un brano? Come sviluppi un album o un concerto completo al fine di sorprendere il pubblico, ma anche te stesso?  È la drammaturgia che te lo consente. E questo è il lavoro di una vita, non si finisce mai di imparare: ma è così interessante. La magia nasce nei dettagli, nelle piccole cose  che, messe insieme, fanno la differenza. E Bill Evans aveva tutto questo. 

Omar Rodríguez Calvo e Jürgen Spiegel hanno influenzato in qualche modo la tua musica?
Jürgen e Omar hanno un grande spazio nel trio. E non potrebbe essere diversamente, visto che suoniamo insieme da oltre vent’anni. Sviluppiamo sempre tutto insieme: gli accordi, la linea di basso, la tonalità. Molti gruppi di jazz, ma anche diverse band di altri generi musicali, cambiano abbastanza spesso i membri: noi non lo abbiamo mai fatto, né intendiamo farlo. Penso che il nostro punto di forza, il nostro elemento distintivo sia il sound design. E anche vero che non sono molte le band che hanno mantenuto gli stessi membri originali per oltre vent’anni. Di solito cambiano continuamente i componenti, ma noi ci siamo riusciti. E proprio per questo, e grazie alle nostre solide basi, possiamo anche interagire e ascoltare i cambiamenti molto rapidamente: questo ci rende molto uniti. Ovviamente ci sono anche altri gruppi che curano molto le tessiture musicali, che sono bravissimi e che io adoro, ma la solidità dello stare assieme da tempo penso possa fare la differenza. Secondo la mia esperienza ci vuole molto tempo per conoscersi davvero, in profondità. E non ci sono scorciatoie per questo:  bisogna suonare insieme. Può sembrare un’affermazione banale, ma è lo stesso con una squadra di calcio. Si può avere una squadra che gioca in serie B, ma che è comunque un gruppo molto affiatato, che va a giocare contro il Milan e vince, perché c’è l’affiatamento e la motivazione. Per noi, ovviamente, la musica è la motivazione. Quando arrivo con un nuovo brano e dico: «Ascoltate questo, mi sembra fantastico», lo suono e chiedo: «Che ne pensate?». A volte mi rispondono: «Martin, dobbiamo essere sinceri, non va bene». Siamo sempre molto schietti. Allora lasciamo perdere e proviamo qualcosa di nuovo, perché tutti devono amare le canzoni per ottenere il massimo, dobbiamo divertirci molto. Dobbiamo pensare che questi brani siano fantastici per ottenere il massimo.

Il jazz è creato al momento ed è come le onde dell’oceano: se si muovono insieme, il flusso scorre, tutto va bene, ma nel momento in cui qualcuno esce dal flusso o non è a tempo tutto si arena. L’obiettivo primario è stare sempre bene insieme. Poi, se qualcosa non è al cento per cento come dovrebbe essere, ma la vibrazione c’è, la musica è molto più forte dei singoli dettagli. 

Pensi che questi siano i motivi per cui la tua collaborazione con Omar e Jürgen e sia così duratura?
Sì, siamo sempre stati ottimi amici, anche a livello personale. Posso dire che andiamo sempre d’accordo. Poi è anche importante divertirsi, anche sul palco, sfidarsi, vedere cosa succede. A volte devi essere coraggioso. Intendo dire, non suonare in modo troppo sicuro, perché nel momento in cui inizierai a suonare con troppa sicurezza, sarà tutto finito. Un paio di anni fa ho suonato con una big band, la SWR Big Band, una delle orchestre più famose al mondo. E Magnus Lindgren, che è un compositore e arrangiatore molto bravo, ha scritto gli arrangiamenti delle mie composizioni per la big band; io ho suonato come solista, ma senza Omar e Jürgen, bensì con un altro bassista e batterista. È stato molto interessante, un mondo completamente diverso. 

TIngvall Trio «Pax»
TIngvall Trio «Pax»

Quando componi hai in mente una struttura o scrivi semplicemente la musica e la arrangi solamente in seguito?
Non sempre, a volte, mettiamola così. Scrivo musica ogni giorno da quando ho iniziato a suonare, ma la maggior parte di questa musica non è utilizzabile. Potrebbe trattarsi di frammenti, di alcune modifiche o semplicemente di una frase o di una melodia.  Ma a volte mi siedo, la melodia mi viene in mente tutta intera e in cinque minuti è pronta. Penso che l’improvvisazione e la composizione siano molto vicine. Devo sentirmi libero. Mi capita che mi viene in mente una melodia e la registri sul mio telefono o su un altro dispositivo. A volte, prima di andare a dormire, mi viene in mente qualcosa e devo scriverla o memorizzarla da qualche parte. Insomma, non mi siederei mai al pianoforte dicendo: ora scriverò una canzone per i Tingvall Trio per poi mettermi al lavoro, perché penso che se lo facessi sarebbe già troppo tardi. La composizione è un flusso, quindi ho bisogno di sentirmi libero e suonare e vedere cosa ne viene fuori. Ogni mattina mi siedo al pianoforte e provo a suonare cose che non ho mai suonato prima. Come se fosse un compito, anche solo per provare la tecnica o trarre ispirazione. Reputo il mio approccio importante. Se suono per il trio, mi immergo automaticamente nel mondo del trio. Se suono musica classica mi dedico a quella, se suono musica pop o altro, parto da lì. Alla fine è un lavoro impegnativo e molte volte devo ascoltare migliaia di idee, la maggior parte delle quali sono pessime. Però, mi diverto molto a provarci. Adoro questo procedimento, mi piace: è così divertente per me sedermi al mio pianoforte a coda. È un bel pianoforte e adoro il suo suono meraviglioso.

A volte registro ciò che mi è venuto in mente e, nell’immediatezza, penso: è davvero geniale. Evviva! Poi, due giorni dopo, lo riascolto e dico: lo butto via!  Mi sento come un bambino che gioca con i Lego:  gli piacciono sempre e non importa se costruirà una nave o un’astronave o qualcos’altro: ciò che conta è il processo creativo, il mettere assieme le cose.  Rifletto e ascolto quella melodia così intensa, forse la più profonda che abbia mai composto e la confronto con i veri maestri per vedere se sono almeno riuscito ad avvicinarmi a ciò che loro hanno realizzato.

Si parla sempre più spesso dell’intelligenza artificiale applicata alla musica, qual è la tua opinione al riguardo?
Non si può cambiare la tecnologia, quella che abbiamo adesso: penso sia un processo inarrestabile. Direi che per la musica dal vivo, non importa se è pop, rock, jazz, classica o altro, la musica dell’essere umano, fatta dagli umani, sarà sempre amata dal pubblico. Anche la danza, che è molto vicina all’espressività della musica o il teatro dove si recita davvero nel qui e ora, credo che queste forme d’arte non moriranno mai. La difficoltà sta nel fatto che prima si faceva musica commerciale con l’orchestra, e ora si fa musica commerciale con l’intelligenza artificiale. Ora, se sei bravo a lavorare con l’intelligenza artificiale, puoi ovviamente creare molte cose artificiali. E questo comporta anche alcuni problemi, ovviamente. Quanto, quando puoi dirlo? 

Quando depositi una canzone alla GEMA [Gesellschaft für musikalische Aufführungs und mechanische Vervielfältigungsrechte, la società di gestione collettiva tedesca per i diritti d’autore, ndr] per il riconoscimento dei diritti d’autore devi specificare se si tratta di intelligenza artificiale oppure no.

Una cosa che mi preoccupa un po’ è che forse in futuro, se ci sarà così tanta intelligenza artificiale in circolazione, le persone non sentiranno la differenza tra ciò che è stato creato da una macchina e ciò che è stato creato da un essere umano, perché anche le voci si possono modificare. Tuttavia, bisogna cercare di rimanere positivi e chiedersi: come posso trarne il meglio? Come si può lavorare assieme alla AI? Ma da un altro punto di vista è anche un po’ inquietante, perché i confini sono molto sfumati. Cosa va bene, cosa non va bene e come si può affrontare la questione? È un argomento difficile.

Quindi, se parlassi con l’intelligenza artificiale e le dicessi: «Per favore, scrivimi una composizione come quella del Tingvall Trio, ma un po’ diversa, che sia simile a Vergen e Pax e che sia una miscela delle due», sono sicuro che il sistema di intelligenza artificiale creerebbe qualcosa di interessante, molto velocemente. Però, se una band suonasse questo brano, sarebbe giusto o sbagliato? D’altra parte, dovrei sentirmi lusingato, dovremmo sentirci lusingati, perché qualcuno è interessato a ciò che abbiamo fatto.

L’anno scorso ero impegnato a comporre musica per film e serie tv e ho comprato una tastiera che suona come con una band: bassi, archi, tutto. E potevo dare, con facilità, la sensazione in musica di ciò che si vedeva sullo schermo. Poi, per renderlo un po’ più umano, ho inserito il pianoforte; altrimenti aggiungo la batteria vera, oppure canto o faccio qualcosa per rendere il tutto più umano. Quindi uso l’intelligenza artificiale, ma è sempre Martin che compone e suona. 

Purtroppo però, soprattutto per i più giovani e i più piccoli, spesso è molto difficile distinguere la realtà dalla creazione dell’intelligenza artificiale. Guardano un video e non si rendono conto della differenza.
Sì, hai ragione. Ma penso che dobbiamo continuare a fare quello che stiamo facendo, cercando di migliorare sempre e di dare il meglio di noi. Per quanto riguarda la musica jazz, la cosa più importante è riuscire a far tornare il pubblico a vedere i concerti, a percepire l’energia che si crea tra la band, la musica e il pubblico. Nessuna intelligenza artificiale può competere con questa energia, perché è così potente. Quando faccio un bel concerto e scendo dal palco, all’inizio sono stanco, ma poi la mia energia rimane molto alta per un paio di settimane e riesco a trovare nuove ispirazioni. Torno a casa e compongo nuova musica, perché mi piace farlo. È come una dipendenza, in senso positivo.

A proposito, in che modo l’energia del pubblico influenza la tua performance?
Come ho detto, la scorsa settimana abbiamo suonato due volte al Fabrik di Amburgo, martedì e mercoledì. Martedì, al primo concerto c’erano un po’ più di giovani, molti tra i venticinque e i trent’anni. E naturalmente loro hanno reagito con entusiasmo: «Wow, sì, evviva!». E poi anche le altre persone intorno hanno iniziato a partecipare attivamente; quindi si è creata un’atmosfera fantastica. Non è né migliore né peggiore di altre, ma ovviamente abbiamo iniziato a suonare in una direzione leggermente diversa. È una reazione automatica. La seconda sera il pubblico era più maturo, più civile, più attento e non parlava molto. Quindi l’atmosfera era diversa. Quando abbiamo suonato in Sudafrica molto tempo fa, sono letteralmente impazziti. Hanno cantato in coro nel teatro il ritornello di un brano.  A un certo punto vedo una coppia che balla come a un veglione di Capodanno, una signora meravigliosa con suo marito, entrambi anziani: fantastico.

Tingvall Trio
Tingvall Trio ®Steven Haberland

Quale direzione artistica ti piacerebbe esplorare in futuro?
Sarebbe molto interessante realizzare un progetto orchestrale. Magari con il Tingvall Trio e un’orchestra. Non deve essere necessariamente un’intera opera sinfonica, ma sarebbe più in un’ottica classica. Mi piacerebbe molto, comunque ho molti sogni: sarebbe anche interessante lavorare con un coro. Per il pianoforte sto anche componendo musica, più classica, anzi neoclassica, ma più articolata. Mi piace molto, ma questo è un terreno nuovo ed è come un mare immenso: e sto lentamente entrando in questo universo. 

Come vedi il futuro del Tingvall Trio nei prossimi anni?
Difficile da prevedere. Abbiamo iniziato tanto tempo fa. Penso che il nostro viaggio sia più intenso quando suoniamo dal vivo, quindi dobbiamo continuare a esplorare nuovi confini, provare cose diverse. Personalmente sarebbe interessante realizzare un album minimalista, di sicuro non noioso, ma con cambiamenti ancora più piccoli, che producano, però, effetti ancora più grandi. Bisogna essere coraggiosi, lasciare che la musica segua la musica. Come trio abbiamo imparato molto, ma abbiamo ancora tantissimo da imparare, perlomeno io di sicuro. Ma una cosa che intanto ho già imparato è che non è necessario arrivare al culmine. La cosa più importante, l’unica cosa che conta, è che sia ottima musica, almeno per noi. Mi piacerebbe riuscire ad avere un suono personale, riconoscibile tanto da poter dire: questo è Martin Tingvall. Se riusciremo a essere coraggiosi, allora sono certo che arriveranno cose positive. Non succede sempre: il più delle volte non va bene, ma se non ti arrendi alla fine trovi qualcosa di positivo, almeno credo.

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