Lana Meets Jazz, Lana, dal 13 al 18 giugno 2023

di Giuseppe Segala

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Sweet Alps di Ewald Kontschieder

Quest’anno, la temperatura dell’atmosfera al festival Lana meets Jazz è stata più clemente, rispetto a quella rovente del 2022. Ma il clima sugli scenari suggestivi della rassegna non cambia, piuttosto migliora nel corso degli anni. Nella cittadina alle porte di Merano risulta sempre più vincente e convincente il felice connubio tra momenti dedicati alla fruizione dei concerti e lavoro didattico che si dipana lungo tutto l’anno, con il risultato di un pubblico fedele, numeroso e sempre più competente, ma anche di giovani forze che crescono e si dedicano alla creazione ed esecuzione di musica. Si è generato così un meccanismo virtuoso, per merito soprattutto del lavoro dei direttori artistici, Helga Plankensteiner e Michael Lösch, che insieme all’Associazione Sweet Alps e al contributo di forze pubbliche e private, realizzano la manifestazione ormai da undici anni.

Sweet Alps Orch
di Ewald Kontschieder

L’apertura della manifestazione, alla biblioteca di Lana, ha messo in bella evidenza questa linea, con il concerto di apertura degli allievi, The Youngsters e la successiva, applaudita esibizione della Sweet Alps Orchestra, in un’edizione particolarmente ricca di pregevoli solisti provenienti dalla scena italiana, austriaca e germanica, quali Matthias Schriefl alla tromba, Klaus Dickbauer e Achille Succi al sax alto e clarinetti, Florian Bramböck al tenore, Glauco Benedetti alla tuba, oltre agli stessi Plankensteiner e Lösch, fondatori della band nel 2005, in occasione del festival Jazz and Other di Bolzano. In un repertorio di Lösch, rinnovato e riarrangiato per l’occasione, si sono mescolati elementi tipici della banda tirolese, dei Balcani, di Africa e America Latina, con splendida compattezza degli insiemi e pregevoli interventi dei solisti.
Gli altri concerti a cui abbiamo assistito, possono essere accomunati sotto il criterio della narrazione in musica, con ispirazioni e approcci differenti, ma pur sempre efficaci. Il quartetto Animali Notturni, nato da un’idea del contrabbassista bolzanino Marco Stagni, riuniva ancora musicisti provenienti dall’area italiana e germanofona, con Matteo Cuzzolin al sax tenore, Philipp Osanna alla chitarra e Max Plattner alla batteria. La suggestione di una passeggiata nella notte fa scaturire titoli quali Foxy, un free rock scatenato e articolato; Il coniglio, una rumba ebbra e posticcia alla maniera di Marc Ribot; The Owl, che ruota attorno a una densa atmosfera blues e free, dove il tenore di Cuzzolin evoca Archie Shepp e Dewey Redman. In Appartenenza risalta invece la matrice sotterranea e forte di Charlie Haden, importante per Stagni. Un lavoro convincente, in cui i quattro si trovano ben sintonizzati e stimolati, sotto la sensibile guida del contrabbassista, con un punto di forza particolare nel lavoro di Plattner, batterista ricco di energia ma anche di sottili sfumature, tessitore di costanti variazioni attorno ai tempi di base.

OoopopoiooO duo
di Danilo Codazzi

La narrazione del duo Ooopopoiooo, formato da Vincenzo Vasi e Valeria Sturba, si distribuisce in una miriade di stimoli, tra i quali la matrice jazz è solo una delle componenti, passando attraverso rock urbano, pop, frammenti minimalisti, musica contemporanea. Lo spirito connettivo però è quello dell’improvvisazione costante, della sorpresa che spunta dietro a ogni spigolo. A questo contribuisce lo strumentario affollato dei due musicisti, che si coagula a tratti sui suoni elettronici, sottilmente surreali dei theremin, su basso elettrico e violino, ma si frantuma pure nell’intromissione di fischietti, piccole tastiere e altri giocattoli sonori, piccole percussioni, voci. L’effetto è di ricorrente straniamento, che non abbandona però una propria regola costruttiva, in un dosaggio oculato e intelligente. Tra i momenti di rilievo, la connessione a distanza di Ellington e Mingus, con Mood Indigo e Portrait in Three Colors; un omaggio a Luciano Berio, ricco di ironia; l’irresistibile tarantella dedicata a un grande dell’improvvisazione, quale è Tristan Honsinger: Elettromagnetismo in libertà.
Una serata intera del festival è stata dedicata agli allievi della Scuola Musicale e ai giovani che si dedicano allo studio del jazz, con l’esibizione della Big Band giovanile germanica di Kaufbeuren, ospite del festival anche per seguire un laboratorio sul celebre Afro Blue di Mongo Santamatia, condotto dal batterista Matteo Giordani. La jam session finale, aperta a tutti gli allievi della scuola, è stata preceduta dall’esibizione di alcuni giovani insegnanti, che da qualche anno danno vita a un trio interessante, The Mask, già apprezzato lo scorso anno in brani originali. Si tratta di Matteo Scalchi alla chitarra, Andrea Ruocco al contrabbasso e Alessandro Ruocco alla batteria, in quest’occasione alle prese con celebri standard, con ospite l’allievo talentuoso Markus Moser al sax tenore.

Tinissima a Lana
Foto Christian Miorandi
Tinissima a Lana
Foto Christian Miorandi

La chiusura del festival ha presentato il Tinissima Quartet di Francesco Bearzatti, formazione ormai ben rodata da sedici anni di attività e da quattro registrazioni. L’ultimo lavoro, del 2020, dedicato all’epopea leggendaria di Zorro, si alimenta nell’esibizione dal vivo dell’energia inesauribile portata da Giovanni Falzone e della particolare alchimia tra le personalità coinvolte, con Danilo Gallo al basso elettrico e Zeno De Rossi alla batteria. Ispirazione che non accenna a sbiadire, dopo tanti anni di lavoro insieme. La leggenda del paladino degli sfruttati nella California spagnola viene descritta dalla musica di Bearzatti con temi di colore messicano, modellati sugli intervalli spavaldi, sui contrasti muscolari di sax tenore (o clarinetto) e tromba, sempre complementari nelle loro differenze. L’energia che percorre la performance come un flusso costante e inesauribile, si stempera a tratti in episodi di intenso lirismo. A maglie aperte, ricco di spazi interiori e di timbri in contrasto è l’apporto di De Rossi, mentre Gallo crea efficaci fondali timbrici e tessuti armonici, a volte di carattere metropolitano, ruvidi e dissonanti. La cornice del maso storico Goldegg, casa fortezza di origini medioevali, contribuisce alla suggestione di una chiusura preziosa.
Giuseppe Segala