«2020 Sec Alive». Intervista a Bowrain

Bowrain, al secolo Tine Grgurevič, musicista e compositore sloveno, ci parla del suo ultimo lavoro discografico e di molto altro.

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Bowrain foto di Tjasa Gnezda

Inizierei subito con il risolvere la curiosità relativa al tuo alias Bowrain. Cosa significa e perché lo hai scelto?
Bowrain, ovvero RainBow. Nel 2013 avevo bisogno di un alias quando stavo producendo il mio album di debutto «Far Out». E’ stata mia sorella che mi ha dato l’idea di usare questo nome e da allora è rimasto con me. Sono consapevole che è abbastanza strano avere un nome d’artista del genere, ma immagino di essere una persona piuttosto strana…

Sei nato nel 1983, ma hai già maturato diverse esperienze artistiche. Innanzitutto, dalla Slovenia ti sei spostato per studiare prima a Rotterdam e poi a Philadelphia. Cosa ti ha spinto verso queste due differenti direzioni?
Ho vissuto a Rotterdam e Amsterdam tra il 2005 e il 2016, dove ho studiato pianoforte jazz. Nel 2009 ho anche vissuto a Filadelfia per sei mesi, sempre per motivi di studio. Dopo aver terminato il mio master ad Amsterdam nel 2010, ho deciso di continuare a vivere lì e, così, è successo che sono rimasto fino al 2016. È stato fantastico vivere all’estero per un lungo periodo di tempo, penso che abbia contribuito a darmi una mente più aperta. Nel 2016 ho deciso di stabilirmi a Lubiana e devo dire che è stata la decisione giusta. Mi piace la qualità della vita qui e, se sei fortunato, puoi portare avanti i tuoi progetti all’estero: questa è un’ottima combinazione. Da allora ho realizzato diversi progetti. I più importanti sono stati in Portogallo (Lisbona, Guimarães, Azzorre), Berlino e Johannesburg. Dal momento che la pandemia di COVID-19 viaggiare è stato letteralmente impossibile, nell’ultimo anno ho impiegato del tempo per investire nel mio studio dove sto producendo il mio nuovo album «Wakeupcall».

Hai già diversi dischi all’attivo, ma in Italia non sei molto conosciuto. E’ stata una tua scelta o una casualità?
Ovviamente non è stata una mia scelta. È solo un caso, suppongo. Mi sono esibito in Italia qualche volta (Trieste, Milano e Venezia). Ho avuto la fortuna di far parte della Biennale di Venezia nel 2015 dove mi sono esibito nel padiglione sloveno per l’installazione dell’artista visuale Jaša. Il progetto era molto coinvolgente, quindi in quel periodo ho vissuto a Venezia per tre mesi. Ho anche avuto la fortuna di far parte del festival Linecheck a Milano nel 2018. Spero di entrare ancor più in contatto con la scena musicale italiana, perché sento che ci sono molti grandi festival e molto apprezzamento per il jazz o la musica influenzata dal jazz.

Forse prima di «2020 Sec Alive» dovresti dirci della band The Brother Moves On. Cosa ha a che fare Bowrain con questa band?
Ho incontrato i ragazzi della band The Brother Moves On al festival Druga Godba di Lubiana. Il gruppo era senza un membro, quindi sono stato cooptato e mi sono esibito con loro senza aver, effettivamente, provato alcunché. Si è creata una magia sul palco e più tardi abbiamo fatto altri concerti a Johannesburg e un piccolo tour europeo a Bruxelles, Copenaghen, Londra e di nuovo a Lubiana. Il concerto alla Church Of Sound di Londra è stato molto speciale, perché ho avuto l’onore di esibirmi insieme ai fantastici Shabaka Hutchings and The Ancestors. È stato fantastico per me far parte di questa band sperimentale rock, jazz, afro-fusion. La musica di The Brother Moves On non ha nulla a che fare con la mia musica, ma penso che entrambi abbiamo guadagnato molto da questa collaborazione. Grazie a loro ho viaggiato in Sudafrica per un breve periodo di tempo e questo è stato molto stimolante. Artisticamente Johannesburg è una città vibrante e mi piace soprattutto l’apertura mentale delle persone quando entrano in contatto tra loro. Qui in Europa siamo troppo individualisti.

E cosa ha a che fare il tuo album live con questo gruppo?
Dopo il mio ultimo concerto a Londra con The Brother Moves On era chiaro per me che il mio prossimo album sarebbe stato collaborativo. Diciamo solo che ho cercato di costruire una piccola comunità attorno al mio progetto. Oltre a questo, sentivo il suono orchestrale nella mia testa, quindi avevo bisogno di molti musicisti (eravamo quattordici musicisti alla fine!). Ho usato un campione vocale del cantante principale di The Brother Moves On Siybonga Mthembu nel mio album, all’inizio della canzone Enter The Bow. Il ritornello della canzone parla chiaramente di comunità ed è l’unica canzone dell’album in cui tutti i musicisti suonano insieme.

Perché un disco live?
Le registrazioni dal vivo sono speciali, perché hanno dentro la magia del pubblico. Non è possibile creare la stessa magia nello  studio. Inoltre, l’idea di una sola e unica possibilità rende i musicisti più pronti e preparati. A meno che tu non odi davvero esibirti, credo che sia molto più eccitante per un musicista essere sul palco di fronte al pubblico piuttosto che in studio. Senza contare ai cambi di passo che troviamo, come per esempio in While We Were Sleeping, che è anche un singolo.

Dato che abbiamo parlato di come è iniziato questo album, passiamo alla musica che ascolti. Fin dall’inizio, c’è una forte matrice sinfonica, c’è la musica classica contemporanea, che è sicuramente il tuo marchio. Ci sono sintetizzatori, effetti rumorosi, improvvisazioni jazz, echi della tradizione folcloristica. Come hai concepito questo disco? Le canzoni sono state scritte appositamente per questo lavoro?
Sì, tutte le canzoni tranne Silenzio sono state scritte per questo progetto. Era un progetto in cui dovevo scrivere una partitura per realizzarlo. Per la maggior parte delle canzoni abbiamo avuto solo una settimana per provare la musica, ma con musicisti professionisti questo non è un problema. Con la musica, c’è la sottile linea di confine quando il tecnicismo prende il sopravvento sulla musicalità. Questo è quando la musica smette di essere musica e diventa uno sport e ovviamente non lo voglio. Penso di aver scelto i musicisti giusti per questo progetto e quando riascolto la registrazione posso dire che tutti hanno avuto un ruolo importante in questo progetto.

 Perché hai scelto proprio While We Were Sleeping come singolo?
Ci sono anche altri due singoli tratti dal disco: I Don’t Believe e Back To (the) Nature. Per quanto riguarda While We Were Sleeping, ho fatto una rielaborazione della canzone insieme alla cantante sloveno-tedesca Lili Kongo (Lilly). Questo è successo molto dopo che il disco era già uscito, quindi era chiaro che doveva diventare un singolo. Lili Kongo ha dato alla canzone un’energia e un’atmosfera completamente diverse da Zvezdana Novaković che canta nella versione originale. Immagino di aver scelto questa canzone per i suoi testi. L’idea è nata poco prima della pandemia globale come riflesso del mondo addormentato nell’ultimo decennio della crisi ambientale, politica ed economica. La nuova realtà sembra un sogno e ci sentiamo come se non avessimo più il controllo di ciò che sta accadendo, ma in fondo sappiamo che c’è ancora tempo per un cambiamento. Il cambiamento è necessario e possibile, ma richiede molta energia, solidarietà, apertura mentale e, tuttavia, modestia. Dobbiamo resistere alla paura e all’individualismo ad ogni costo.

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Foto di Urska Boljkovac

 Acceptance, invece, ci riporta ai fasti dell’acid jazz. Sembra ottimo al fianco di While We Were Sleeping, ma entrambi sembrano fare parte di un altro disco. Era questo l’effetto che volevi?
Sì, lo volevo. Viviamo nel 2021 quindi tutto può succedere anche nella musica. A questo punto l’album si ferma e diventa più rilassato prima di passare alle ultime due canzoni. Ma è interessante che tu parli dell’acid jazz, perché non ho mai ascoltato musica acid jazz in vita mia.

Così come un capitolo a parte merita Silenzio, che tutto è fuorché silenzioso! Perché hai voluto dare questo titolo al brano?
Silenzio è l’unico brano di questo progetto che non è nuovo. L’ho scritto per un’altra occasione per la mostra Silenzio: Eternal Loopholes And Braided Line di Meta Grgurevič del 2017. Quindi, il titolo è stato preso da lì, ma penso che sia abbastanza attuale al giorno d’oggi. Il silenzio è uno degli elementi più importanti della nostra vita e le persone che non hanno nulla di importante da dire (i politici, ad esempio) dovrebbero imparare a rimanere in silenzio e ascoltare. Sento che il mondo oggigiorno sta urlando ovunque. Ma tornando alla musica, hai ragione questa versione della canzone non ha affatto pause. C’è un’altra versione della stessa canzone sul mio canale Youtube dove mi esibisco in trio (con Mario Babojelić e Robert Nitschke). E questa è diversa e giustifica il titolo!

C’è un filo rosso che lega i brani di questo tuo lavoro?
Probabilmente c’è. Penso di avere due approcci diversi. Uno è il mio lato improvvisato, da cui nasce l’amore per il jazz, e l’altro è la ricerca di strutture che forma il mio lato di compositore. Tutto il resto sono solo strumenti che sto usando. Il pianoforte è stato per molto tempo il mio unico strumento. Poi si è unito l’uso dell’elettronica; sintetizzatori, laptop, effetti… Nell’ultimo anno sto lavorando anche sulla mia voce, che è lo strumento più elementare e allo stesso tempo il più difficile di tutti. È difficile sentire la tua voce e ci vuole tempo prima che tu la accetti come il tuo suono. Penso che tutti, a un certo punto, dovrebbero cantare e ballare: è una cosa molto naturale da fare. Questo mi riporta di nuovo in Sudafrica, dove la musica è sempre stata collegata alla danza e al canto.

Eseguirlo dal vivo sarà complicato. Hai già pensato come sostituire l’orchestra per i live?
Dalla pandemia di COVID-19 tutto ciò che ha a che fare con la musica dal vivo è stato difficile. Avremmo dovuto ripetere il concerto una volta, ma la pandemia lo ha reso impossibile. Nel frattempo, ho iniziato a lavorare su un nuovo album «Wakeupcall», quindi «2020 Seconds Alive» rimarrà solo un progetto avvenuto nel 2020. Non lo ripeterò. È un bel ricordo di un concerto dal vivo prima della pandemia. Il mio prossimo progetto coinvolgerà anche musicisti dal vivo, quindi preferirò lavorarci sopra e andare avanti nel mio lavoro.

Un’altra domanda riguardante questo disco. Perché hai scelto di produrlo solo in digitale?
In realtà, il disco è stato pubblicato anche su Cd dall’ etichetta slovena Nika. All’inizio non mi aspettavo che diventasse un disco fisico, ma poi Dario Rot, patron della label, era interessato a pubblicarlo e così l’abbiamo fatto.

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Foto di Urska Boljkovac

Qual è il tuo obiettivo come artista?
Questa è una domanda difficile, in realtà. Perché è così semplice e allo stesso tempo così ampia. Probabilmente non c’è un unico obiettivo, perché noi artisti ci reinventiamo costantemente. Ha a che fare con il nostro stile di vita artistica. Penso che ogni artista voglia potersi sviluppare, crescere. Il bello di questa professione è che sei da solo. Crei la tua realtà e questo è il tipo di libertà di cui hai bisogno, per essere in grado di creare. Inoltre, vuoi essere ascoltato e visto pubblicamente, perché anche questo fa parte della tua professione. Stai comunicando con il mondo il tuo punto di vista, la tua visione, il tuo suono, i tuoi pensieri. Alla fine della giornata, ogni mio processo artistico si conclude con il dare via la mia musica al pubblico (concerto dal vivo, pubblicazione digitale, concerti in streaming, o altro). Ogni progetto ha un periodo di contemplazione prima della sua realizzazione. A volte ci vogliono diversi anni prima che la prima idea si trasformi in un intero progetto. Ma quando sei alla fine, la sensazione è fantastica e vale la pena ripetere il processo.

Quando devi comporre segui delle regole?
Nessuna regola è la migliore. L’intuizione è la mia unica guida. Certo, ci sono cose che si ripetono nel mio lavoro, ma queste non sono sicuramente regole ma piuttosto ossessioni, interessi o reazioni a situazioni di vita quotidiana.

Come hai vissuto – e vivi – la situazione causata dalla pandemia COVID-19? Quali sono le tue riflessioni in merito?
Ora ho trentotto anni e la pandemia di COVID-19 è stata sicuramente la più grande sfida della mia vita fino ad ora. Poco prima che ne fossimo colpiti, il mio progetto «2020 Seconds Alive» è stato eseguito a Lubiana. Sognavo sempre di più di realizzare questi progetti. Poi tutto è cambiato e ho attraversato un periodo difficile per rendermi conto che potrebbe non essere più lo stesso. Non lo sappiamo davvero. È la grande lezione che abbiamo imparato tutti. Le nostre vite saranno costantemente soggette a cambiamenti. Lo avvertiamo già con i cambiamenti climatici. Il COVID-19 è una conseguenza del cambiamento climatico causato dall’uomo. Ed è inevitabile che altre sfide come questa ci riguardino. Penso che la risposta politica al virus sia stata eccessiva. È spaventoso vedere come in alcuni paesi (compresa la Slovenia) i governi stiano utilizzando la pandemia per creare la politica della paura, della divisione e dell’odio. Colpisce le persone e provoca sempre più conflitti. Il lato positivo è che è bello vedere che le persone non tacciono ed escono per le strade per protestare. Le proteste sono diventate una cosa comune ed è molto positivo vedere nei giovani aumentare la consapevolezza e la voglia di lottare per i loro diritti civili fondamentali. Io stesso faccio parte della protesta Fridays bike del venerdì contro il nostro governo. È un rituale per me e cerco di farlo il più possibile. A questo punto l’attivismo è diventato parte della mia vita e non credo che riuscirò ad abbandonarlo, soprattutto con la nostra attuale situazione politica in Slovenia.

Qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione jazzistica?
L’improvvisazione è il momento cruciale della creatività. Senza l’improvvisazione, niente può essere prodotto. Sono decisamente un improvvisatore, altrimenti non sarei stato coinvolto nella musica jazz. Ma oggigiorno è difficile comprendere pienamente il significato della parola jazz. Per un europeo come me il jazz e l’improvvisazione sono la stessa cosa, ma forse per qualcun altro la parola jazz significa solo connessione alla tradizione jazz americana. A un certo punto ho studiato anche gli standard del jazz americano, ma sicuramente non li sento come la mia musica.

Qual è il disco di cui non puoi fare a meno?
Ce ne sono tanti, ma cerco di essere sempre attento alla musica del momento. Comunque, tra tutti «Film of Life» di Tony Allen.

C’è un libro che hai letto che ti ha particolarmente colpito?
L’ultimo grande libro che ho letto è stato il romanzo Persone normali di Sally Rooney. Sto anche aspettando che mi arrivi il nuovo libro di Rutger Bregman. Ho adorato il suo Utopia per realisti.

Quali sono i tuoi programmi futuri?
Il mio piano futuro è smettere di pianificare! La pianificazione può essere così problematica per l’arte perché puoi perdere lo slancio quando pianifichi troppo. Preferirei dire che sto organizzando le cose piuttosto che pianificarle. Oltre al mio prossimo album, che richiederà un po’ di tempo, la mia attenzione in questo momento è sul progetto di collaborazione Not Exactly Lost con il musicista Luka Uršič – Kalu, che ha anche cantato nell’album «Seconds Alive 2020». Mi sto preparando per un concerto dal vivo a Lubiana nel prossimo giugno e vorrei anche pubblicare della musica in digitale entro quest’anno.
Alceste Ayroldi