JAZZ ON THE ROAD FESTIVAL 2019 Brescia, 5, 6 e 7 luglio 2019

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Jazz On The Road Festival 2019

La prima delle tre serate conclusive di Jazz On The Road, nella bella cornice di Piazza Tebaldo Brusato (vi rimandiamo alla presentazione già pubblicata, per il resto del programma: https://www.musicajazz.it/jazz-on-the-road-2019/), ha visto alternarsi nel doppio concerto il quartetto Scarfoy, per l’apertura, e il quintetto di Giovanni Guidi per l’evento principale.

I quattro giovani componenti di Scarfoy (Carlo Cherubini: chitarra; Pierfrancesco Pasini: tastiere; Giovanni Sorlini: basso; Alain Morandi: batteria) hanno proposto una musica piacevolmente innervata di energia, dalle coordinate elettriche ben definite, entro modelli storicizzati, ma sostenuta con piglio sempre convincente e fluido, ben gradito dal pubblico.

Jazz On The Road Festival 2019 - Giovanni Guidi

Il quintetto di Giovanni Guidi (Giovanni Guidi: pianoforte; Francesco Bearzatti: tenore; Roberto Cecchetto: chitarra; Joe Rehmer: contrabbasso; João Lobo: batteria), alle prese con il repertorio del recente disco ECM «Avec Le Temps», ha offerto al pubblico una performance intensa, che è riuscita a superare alcuni dei momenti che rendono l’album più esangue.

In particolare, la presenza di Rehmer in sostituzione di Thomas Morgan (per quanto se ne sia rimpianta una certa maggiore finezza) ha conferito alla musica più nerbo, sebbene talora poco indirizzato. Il leader ha esposto la sua poetica consueta, secondo un canovaccio che alterna enunciati melodici improntati al lirismo e momenti più convulsi.

Bearzatti, davvero energico, si è ricavato una posizione di libertà entro gli assi di bilanciamento del gruppo, finendo per essere snodo fondamentale di ogni sviluppo. Da posizione anche simbolicamente defilata, Cecchetto ha gestito una regia tanto discreta quanto efficace. Infine la vigorosa prestazione resa da Lobo ha indotto a ulteriori (e forse oziose) riflessioni sulle scelte estetiche di Eicher, in fase di ripresa e post-produzione e di quanto viene messo su disco (e dell’oblio così spesso riservato agli aspetti ritmici).

La musica, alfine, poste le precisazioni che precedono, si è rivelata inserita in un contesto schiettamente ECM-ish (seppure non in senso deteriore) quindi, fatalmente, destinata a dividere più che ad unire.

Nella serata di sabato 6 luglio, tutta dedicata alla chitarra, si sono esibiti il Less Is More Trio (Edoardo Morselli: chitarra; Levi Alghisi: basso elettrico; Umberto Odone: batteria) e, come evento principale, il trio di Julian Lage, molto atteso (Julian Lage: chitarra; Jorge Roeder: contrabbasso; Kenny Wollesen: batteria).

I tre giovani musicisti italiani si sono resi protagonisti di una performance davvero sorprendente, per scioltezza, brillantezza tecnica (in un contesto di livello davvero eccellente, una menzione particolare, forse perché di solito meno scontata, va al batterista Umberto Odone), capacità di coinvolgere i non pochi spettatori in una cornice fortemente comunicativa.

Il concerto ha dunque introdotto nel modo migliore la seconda parte della serata, di grande richiamo.

Julian Lage Trio

Lage si è esibito con un gruppo che sta tra vecchio e nuovo. Infatti, sebbene i due partner siano entrambi, per il chitarrista, sodali di lunga data, il trio che ne deriva non è né quello dell’ultimo album (l’eccellente «Love Hurts»), nel quale alla batteria siede Dave King, né la cellula di base del precedente «Modern Lore» (ove Roeder era sostituito da Scott Colley).

Il programma proposto, messo a punto durante un sound-check lungo e certosino, si è alla fine incentrato sul nuovo «Love Hurts», in modo niente affatto previsto (anzi, inizialmente si annunciava il contrario).

Sulla caratura dei singoli componenti del trio crediamo che non ci sia nulla da osservare: quel che invece si lascia sottolineare è il valore aggiunto che deriva dall’affiatamento e dalla coesione e da un atteggiamento del leader, che sembra aver definitivamente afferrato il proprio destino (tutto questo si osservava proprio a proposito dell’ultimo album, di sicuro più incisivo del disco precedente, ipotizzando che vi assumesse principalmente peso la prestazione di King: ma visto il concerto, viene naturale pensare che tutto rimonti dall’attuale fase artistica di Lage, contrassegnata da una pienezza vitale e contagiosa).

Sicché nell’ora e mezza del concerto, la musica si è sempre offerta in modo assolutamente spontaneo, carica di energia positiva, elettrizzante e robusta, sempre giocosa e divertita, sia quando sono stati esplorati versanti più propriamente jazzistici (la colemaniana Tomorrow Is The Question, The Windup, di Keith Jarrett), sia quando il mood prescelto è stato quello dell’«Americana music» (Atlantic Limited) o dei sottotesti blues, oppure quello d’una maggiore rilassatezza (Love Hurts, Encore (A) – ancora di Jarrett -, Crying), a volte quasi di impianto «cinematografico».

Si sa che tra i tanti eroi possibili i guitar heroes sono sempre (i più) giovani e belli, ma Lage lo è davvero e, malgrado il dato consolidato di una carriera già brillante, aveva evidentemente ancora spazi per affinarsi, affermandosi come un punto di riferimento assoluto. Roeder si è confermato un partner superlativo, sia in termini di rocciosa solidità, sia per aspetti di forbita inventiva. Wollesen è stato vulcanico, letteralmente irrefrenabile, come sa e vuole essere nei momenti migliori. In definitiva: un concerto senza punti deboli, che il folto pubblico ha giustamente gradito: gli assenti avevano torto.

Nella serata finale del 7 luglio, l’attesa per l’esibizione solitaria di Fred Hersch è stata ben preparata dal concerto del quartetto di Simone Bigioli (Simone Bigioli: pianoforte; Massimo Pietta: tromba; Gabriele Guerreschi: contrabbasso e basso elettrico; Michele Zuccarelli: batteria). Proprio questo progetto, che si sostanzia nella rielaborazione di celebri arie da «Il Barbiere di Siviglia» (condotta in modo davvero apprezzabile nella sua dimensione strutturale e non come semplice «jazzificazione» di enunciati melodici), permette di aprire una breve digressione generale sul modo di operare dell’Associazione Jazz On The Road e soprattutto del suo “collettivo” New Way.

Il collettivo si fa, nel corso dell’anno, luogo di raccolta virtuale delle istanze musicali presenti sul territorio, poiché ad esso sono invitati a partecipare musicisti e gruppi che l’Associazione ha ritenuto meritevoli di attenzione dopo averli ascoltati. Dalla sintesi della discussione nascono poi i progetti (originari, oppure nati dalla confluenza di più idee poste a confronto) che saranno effettivamente presentati nel corso del Festival, come avvenuto nella scorsa edizione e nell’attuale.

E così è stato anche per il quartetto di Bigioli, la cui idea base discende dalla tesi di laurea discussa dal pianista. Il concerto dei quattro giovani, si diceva, è stato più che apprezzabile, soprattutto per gli aspetti di nitore formale, coniugati a una naturale eleganza.

Jazz On The Road Festival 2019 - Fred Hersch
Fred Hersch

Fred Hersch, grande atteso e attrazione principale di questa sedicesima edizione del Festival, ha iniziato il proprio concerto con cronometrica precisione, aprendolo con una dedica a João Gilberto (Olha Maria, vero cavallo di battaglia del pianista, e Brigas, Nunca Mais). Il recital è proseguito, quindi, secondo quell’idea cara all’Artista (non soltanto per i concerti, ma per una visione generale del jazz), che prevede l’individuazione di quattro grandi gruppi di «cibo musicale»: musica brasiliana, appunto; grandi composizioni di jazz (scritte da musicisti jazz, su cui improvvisare); American Popular Songbook (canzoni con testi, che i musicisti jazz amano suonare); composizioni proprie.

Sono così scorse, lungo l’ora e mezza dell’esibizione, Embraceable You, Estate, All Of Me (decisamente e piacevolmente destrutturata), U.M.M.G., In Walked Bud.

Per il resto, particolarmente meritevoli di attenzione le appassionate versioni di Plainsong, Havana, Everybody’s Song But My Own (di Kenny Wheeler), The Nearness Of You (distillato del concetto di ballad, tra le sue mani) e Begin Again (dal recentissimo album con la WDR Big Band diretta da Vince Mendoza).

Come spesso avviene, il momento del bis è stato riservato a And So It Goes, di Billy Joel, di incantata e assorta bellezza.

Un’insistita sottolineatura delle doti che rendono Hersch un Artista unico si rivelerebbe esercizio retorico discutibile: in epoca di accesso diretto e istantaneo alle fonti, chiunque voglia potrà sperimentarle in proprio, dacché di parole al riguardo ne sono state spese molte (e forse inutilmente).

L’unicità che invece piace porre in evidenza è quella di un uomo che sa esporre con gentilezza tutto il proprio potenziale emotivo, seguendo naturalmente lo spunto di una condivisione generosa e persino commovente, che lo porta a non rifiutare nulla del contatto con il pubblico, per quanto possa essere faticoso. Chiunque lo abbia desiderato ha potuto, alla fine del concerto, salutarlo, scambiare con lui una parola, un saluto o un sorriso, ottenerne un autografo o un punto di vista sulla musica. Non è un caso che ciò sia avvenuto nel contesto di un festival che ha in sé caratteristiche connaturate di umanità e di condivisione del tutto analoghe e che forse proprio per questo lo ha più volte ospitato. E in una città come Brescia, che d’una accogliente prossimità si può ben fregiare.

In un mondo in cui molto spesso ogni cosa si pone al servizio dell’ego, proprio delle parole di Hersch si deve fare tesoro: «Da solo, in trio, in ensemble… quello che voglio è scomparire, voglio solo Musica».

Sandro Cerini