Hobby Horse: una somma che dà sempre un risultato diverso

di Eleonora Sole Travagli

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Hobby Horse (foto di Lorenzo Desiati)
Hobby Horse (foto di Lorenzo Desiati)

Gli Hobby Horse arrivano al sesto album, in una rigorosa coerenza di fondo che pochi gruppi possono vantare.

Hobby Horse è una favola contemporanea a tinte noir. C’era una volta un cavallino a dondolo che, tutto solo, viaggiava attraverso terre inesplorate: a spianargli la via erano tre maghi chiamati Dan Kinzelman, Joe Rehmer e Stefano Tamborrino. Musica Jazz tiene d’occhio le loro alchimie da un po’… Le lande in cui si imbatte il piccolo cavallino, in una sorta di continuum sonoro, sono ora vaste e luminose, proiettate verso orbite spaziali, ora inospitali ed oscure, talvolta infestate da demoni che impastano l’inconscio più profondo. E quando, a un tratto, pare che l’oscurità ingoi tutto, voci lontane giungono in soccorso come un’ancora di salvezza cui potersi, forse, aggrappare… Sono il sassofono ed il clarinetto basso di Kinzelman a tessere, con incalzanti melodie, mutevoli sentieri armonici che il nostro ignaro protagonista imbocca senza esitazione; Rehmer, cultore di vini oltre che creativo bassista, li anticipa, delineandoli, con chirurgica precisione, mentre ritmi compulsivi e scosse magmatiche, che fanno un baffo all’Ouverture Solennelle 1812 di Čajkovskij, si innestano audaci grazie a un funambolico Tamborrino alla batteria. Questi sciamani stanno incantando, da diverso tempo ormai, il panorama della musica creativa e non solo; di fatto si tratta di una triade magica, unita da un lungo sodalizio musicale e in primis umano. Il loro ultimo lavoro s’intitola «Helm» ed è edito da Auand (cd) e Rous Records (vinile). Sono loro stessi a parlarcene, svelandoci molto altro.

«Helm» alza il sipario con l’omonimo brano aperto da Joe. L’incedere cauto del basso ricorda vagamente una Pantera Rosa sospettosa che zampetta radente ai muri di una nebbiosa metropoli. Su di esso si innestano incalzanti la melodia dello strumento a fiato e il ritmo della batteria. Chiedo a voi tutti: quali sono gli elementi innovativi di Helm rispetto ai lavori precedenti?
Dan: Forse non percepisco «Helm» come innovativo, piuttosto evolutivo. Quello che considero il centro vero del nostro lavoro non è il linguaggio che utilizziamo in qualsiasi momento, ma il processo che lo genera, e sento che questo processo è sempre evolutivo. Rispetto ai lavori precedenti, in «Helm» sento maggior elasticità nei ruoli, un contributo sempre più paritario alle composizioni e all’arrangiamento, la scomparsa quasi totale di autorialità individuale a favore di un movimento corale del trio. Queste caratteristiche sono cresciute e si sono sviluppate, ma le sento in forma embrionale già a partire dal primo disco («Trevi», 2010). Perciò, nonostante il linguaggio sia diverso rispetto ai dischi precedenti, sento che faccia parte dello stesso flusso e che sia consequenziale a quello che siamo come individui.
Joe: Abbiamo fatto varie sedute in studio lavorando a casa tra l’una e l’altra. Le idee erano abbastanza chiare sin dall’inizio, soprattutto nel voler costruire due parti che si adattassero ai lati A e B di un lp. L’approccio ai suoni, agli strumenti e all’uso delle voci si avvicina a «Rocketdine» ma, secondo me, è più raffinato.
Stefano: All’interno del mosaico temporale denominato Hobby Horse non riesco realmente a osservare la tessera che abbiamo da poco poggiato e a definirla innovativa rispetto a quella che l’aveva preceduta. Il nostro percorso è sempre stato caratterizzato da un incedere di poche certezze, forse compiendo dei passi in direzioni non ancora calpestate dai nostri piedi ma attingendo sempre dal nostro passato e da quello altrui, mettendoci in discussione ma non per questo scendendo a compromessi. Guardo alla nostra musica come guardo a noi tre, con il nostro modo di essere umani, e per questo puoi capire che mi è
difficile definire un’innovazione. Ciò che vedo è semplicemente la nostra somma, che semplicemente darà sempre un risultato diverso.

Ampio spazio è riservato alla poesia e così alla voce, che si amalgama vorticosamente alla musica con il ripetersi ossessivo di ritmi e parole. In questa ostinazione trova spazio il mutamento che spiazza piacevolmente l’ascoltatore. Tra i brani di «Helm», per lo più composizioni originali cui tutti avete contribuito in diversa misura, figurano due rivisitazioni che riconducono a un particolare luogo, l’Inghilterra, e a un particolare contesto storico-culturale: Born Again Cretin di Robert Wyatt ed Evidently Chickentown del poeta punk John Cooper Clarke. Ci raccontate il perché di queste scelte?
Stefano: La Gran Bretagna è stata ed è tuttora fondamentale nel circolo geografico dei miei ascolti personali (il caso vuole che gli ultimi due dischi che ho ascoltato oggi siano dei Joy Division e di Squarepusher) ma non avevo mai fatto caso a com’essa si fosse silenziosamente insinuata nel nostro repertorio. Hai perfettamente ragione. Ti faccio notare inoltre che anche nel nostro secondo disco «Eponymous» figurava un’altra cover, proveniente dalle medesime lande e a opera di Nick Drake. Penso che l’unico filo conduttore risieda nella poesia di tutti e tre gli artisti citati, forse una poesia che va oltre l’uso della parola. Attraverso quest’ultima ci siamo incontrati con Andrea Bosetti, l’autore del testo di The Go Round del quale Dan saprà dirti di più.
Dan: Tendenzialmente non cerchiamo di spiegarci le scelte finché non le abbiamo fatte. La sensazione nell’atto di scegliere è che sortiscano in maniera istintiva. Se uno di noi propone un brano lo proviamo, e se viene in maniera decente, lo facciamo senza porci tante domande; per cui, qualsiasi analisi postuma io possa elaborare sarà sicuramente approssimativa. Gli ultimi dischi, tuttavia, si sono rivelati in qualche modo concettuali, ma questo fatto sembra emergere sempre con naturalezza nel processo produttivo; non partiamo con l’idea di fare un disco su un concetto specifico. Personalmente non ho considerato tanto la provenienza geografica di questi brani quanto il clima culturale che li ha generati; lo trovo interessante perché mi sembra esprimere qualcosa di cui abbiamo bisogno adesso: rabbia, sconforto e ribellione. Questo disco parla del crescente ruolo della tecnologia nel nostro quotidiano e della graduale rinuncia all’autonomia intellettuale che lo accompagna. Il risultato è un’anestesia generale: la comodità vince sul pensiero critico. Purtroppo non posso approfondire l’argomento ora, perché devo fare molti selfies col mio nuovo cellulare…

Hobby Horse «Helm»
Hobby Horse «Helm»

L’elettronica gioca un ruolo fondamentale, forse in misura ancor maggiore rispetto ad altri progetti. Penso al fluxus che segue e amplifica l’atmosfera «bloody» di Evidently Chickentown o il ritmo cadenzato di Cascade, che scandisce i diversi temi dello strumento a fiato. Come scegliete di volta in volta i dispositivi da usare, quali sono, e con quali criteri – se esistono – interagite tra di voi con essi?
Dan: Tutto succede in maniera molto istintiva, e spesso, per mezzo del gioco. Molta dell’elettronica che senti sul disco è nata in maniera spontanea, a volte anche da «cazzeggi» che si sono poi rivelati efficaci (per fortuna ho preso l’abitudine di non fermare quasi mai la registrazione). I miei strumenti elettronici sono per me dei giocattoli, mi permettono di ritrovare un tipo di ingenuità che trovo difficilmente con il sassofono ma che mi piace molto. Il brano di Stefano che hai citato, Amundsen, è il risultato di una registrazione fatta a casa mia, di notte, nell’ inverno del 2017, tutto improvvisato. Spesso Stefano si inventa mondi paralleli con grande disinvoltura: per fortuna quella volta stavamo registrando…
Joe: Le scelte sono guidate dalla musica stessa. Cerchiamo di fare le cose nel modo più «musical-naturale» possibile, senza tanti criteri.
Stefano: La scelta della strumentazione elettronica è personale e passa attraverso un gioco d’azzardo che abbiamo intrapreso già dalla seconda volta in cui ci siamo incontrati. Si tratta di un gioco nel quale ognuno di noi si assume l’imprescindibile rischio del fallimento. Questo «gioco» o per meglio dire «approccio» ci permette di relazionarci con la musica non solo per mezzo del nostro strumento musicale ma in modo totale, come individui. Abbiamo cominciato portando sul palco flauti a coulisse, melodiche e percussioncine varie, poi ci siamo fatti prendere la mano ed abbiamo incrementato con giocattoli. Dopo un paio di concerti avevamo perso totalmente il controllo della situazione finendo per presentarci ai nostri live con un furgone pieno di strumenti dai quali noi stessi non sapevamo cosa aspettarci. Forse l’apice di questa esplorazione dell’ignoto si è raggiunto nel periodo in cui solevo accendere una radio a sorpresa durante l’esecuzione di uno o più brani. L’essere disposti a perderci, a perdere il controllo, ci ha permesso di scoprire meravigliose vie alternative. Ultimamente ho ridotto il mio setup a un microfono filtrato attraverso dei pedali da chitarra. Così è nata Amundsen, dove ciò che ascolti è solo una stratificazione della mia voce filtrata attraverso dei pedali. Medesima origine condivide il fluxus che ascolti in coda al disco.

Stefano, se dovessi raccontare un brano di «Helm» a un bimbo, come faresti?
No, grazie. Io odio i bambini. Non è vero: i bambini sono tutti dei geni e hanno sempre le idee migliori. Caspita, ci vorrebbe una vita per raccontare un brano alle orecchie di un bambino. Forse dovrei innanzitutto diventare adulto. Dunque, caro bambino, prima di tutto sento il dovere di porti una domanda: ti è mai capitato di voler raccontare qualcosa a qualcuno senza riuscire a spiegare realmente la meraviglia di quel che provavi? Come se le parole non ti fossero sufficienti ad esprimere sino in fondo quel che desideravi. Questo è dovuto al fatto che non tutte le parole sono state ancora inventate. Esiste un laboratorio in cui alcuni meticolosi scienziati lavorano quotidianamente alla ricerca di tutte le parole che servono a esprimere quel che abbiamo dentro. Quel laboratorio è la vita e gli scienziati sono tutti coloro che come me e te sentono il bisogno di raccontare quei significati che le parole non sono ancora capaci di contenere. Il lavoro che ti attende in qualità di uomo di scienza è duro ma sappi che in egual misura sarà divertente. Le parole che scopriamo non sono sempre fatte di lettere, talvolta si compongono di pennellate, altre di colpi di scalpello su una pietra che diventa statua, certe altre ancora le parole si compongono di passi che si moltiplicano sino a comporre una danza. Io ho scelto di raccontare la mia storia attraverso le note e sono dunque diventato musicista. Sarei poco coerente se provassi a raccontarti la musica attraverso le parole in quanto tu sai bene quanto queste siano il limite che mi ha spinto ad allontanarmi dal linguaggio parlato e ad abbracciare quello suonato. Ti invito, quindi, se vorrai conoscere qualcosa in più riguardo ad Hobby Horse, ad ascoltare uno dei nostri dischi e a non dimenticare di farmi sapere le parole che avrai imparato nel frattempo.

Poi il nostro indomito cavallino, come un cavaliere inesistente, si trasforma in Ghost Horse – un cavallo fantasma – ma, al contrario dell’antieroe calviniano, quando alziamo l’elmo di sostanza ce n’è, eccome! Ghost Horse è di fatto un’estensione a sestetto di Hobby Horse, che vede oltre a voi Glauco Benedetti alla tuba, Filippo Vignato al trombone e Gabrio Baldacci alla chitarra baritona. Com’è nata l’idea di raddoppiare il trio?
Dan: Joe è stato il primo a immaginare un’unione tra Dan Kinzelman’s Ghost (il mio quartetto di fiati e percussioni) e Hobby Horse. Ne abbiamo parlato per anni ma non eravamo convinti. Poi Novara Jazz ci ha proposto una residenza, un’occasione per allargare il trio, così abbiamo colto la palla al balzo. Abbiamo coinvolto Filippo, Glauco e Gabrio perché ci interessavano i loro suoni e sentivamo di poter dialogare con loro con la stessa libertà che caratterizza il trio. C’è anche un discorso umano molto importante, nel creare un gruppo. Mi interessa far musica con persone con cui sento una continuità tra il dialogo musicale e quello umano e, per fortuna, con loro tre questa cosa avviene con forza.
Joe: Ghost Horse è un’idea che avevamo in testa da tanto tempo. Il pensiero di aggiungere Gabrio al trio mi ha sempre incuriosito, in più Dan aveva già il quartetto Ghost in cui avevo suonato qualche volta venendo a contatto con il repertorio. Ci è sembrato logico quindi unire i due gruppi per realizzare una cosa stra-potente! Alla fine, grazie alla residenza di Novara Jazz, è nato Ghost Horse e con Glauco e Filippo abbiamo trovato il suono che cercavamo.

Eleonora Sole Travagli