Emanuele Cisi: No Eyes

di Nicola Gaeta

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Emanuele Cisi (foto di Alessandro Talarico)
Emanuele Cisi (foto di Alessandro Talarico)

Il sassofonista torinese Emanuele Cisi ci parla del suo omaggio «non convenzionale» alla musica e alla personalità di Lester Young, uno dei grandi maestri del jazz.

Lester Young trascorse il suo ultimo anno di vita lasciandosi morire al rallentatore in uno squallido alberghetto di Manhattan, l’Alvin, proprio di fronte al Birdland. Non aveva ancora compiuto cinquant’anni. La sua vita ha fornito parecchio materiale a registi e scrittori. È stato uno dei maggiori sassofonisti di ogni tempo e con lui il jazz ha un debito infinito, ben al di là dell’iconografia rappresentata dal suo inseparabile pork pie hat: il suo stile ha influenzato generazioni di sassofonisti, a partire da Stan Getz per arrivare a Mark Turner. Il poeta David Meltzer, tardo esponente della Beat Generation, scrisse No Eyes proprio ispirandosi al personalissimo slang di Pres, che usava questa espressione per dire: «Non mi interessa». A questa poesia si è ispirato Emanuele Cisi per concepire un autentico atto d’amore dedicato a Lester Young. Colpisce il trasporto con cui il sassofonista torinese ha trattato una materia che erroneamente molti considerano ormai masticata e digerita. In «No Eyes – Looking At Lester Young» spicca la straordinaria capacità di rileggere in maniera completamente moderna alcune delle pagine più toccanti del jazz ma anche la delicatezza nell’avvicinarsi a un mondo del quale è necessario cogliere l’aspetto più viscerale e malinconico.

Mi sono accorto che, da qualche tempo, molti jazzisti guardano con interesse a figure non così ovvie da un punto di vista stilistico. Fino a pochi anni fa i riferimenti della quasi totalità dei trombettisti erano Miles Davis e Chet Baker, mentre oggi è sempre più frequente sentirli citare Booker Little o Louis Armstrong. A suo tempo – correggimi se sbaglio – anche tu eri un coltraniano di ferro, e credo che per te Coltrane rappresenti ancora oggi un faro. Eppure adesso ci sorprendi con questo magnifico omaggio a Lester Young. Che succede? È una moda oppure è solo l’esigenza di un artista che, maturando, cerca di scoprire, o meglio, riscoprire sonorità antiche?
Ti posso rispondere soltanto per quel che riguarda la mia ricerca personale. Fin da quando ero giovane, tra i «vecchi» sassofonisti, Lester Young è stato colui che ha colpito maggiormente la mia sensibilità di musicista, insieme a Ben Webster. Ma Lester mi affascinava di più. Ricordo una frase di un mio vecchio amico, un personaggio storico dell’underground torinese venuto a mancare un po’ di anni fa, un poeta e cultore di jazz, Peppo Parolini, vero pusher di informazioni, personaggio chiave della vita culturale della città dalla fine degli anni Sessanta fino ai Novanta. Una sera, dopo avermi ascoltato (all’epoca ero «in fissa» per Ben Webster), mi chiese come mai suonassi come i «vecchi». Io risposi che mi piaceva Webster, e lui disse: «Ma Ben Webster è un emotivo, devi lasciarlo perdere, è Lester Young che devi seguire. Lui è un intellettuale». Quella sua esortazione, un po’ brutale, mi rimase impressa e in qualche modo mi influenzò. Con gli anni ho capito che Peppo aveva ragione. Lester Young mi ha colpito da subito per il suo fascino intrinseco, per il suo suono «diverso», per il suo essere poetico ma senza fronzoli. Quando suonava sembrava esserci e non esserci, era discreto. Tra i cosiddetti «vecchi» l’ho sempre tenuto nel cuore. Una decina d’anni fa ho iniziato ad approfondire e ad ascoltare i maestri della scuola tristaniana e del cool, come Warne Marsh che è stato una mia grande passione, come Lee Konitz, e loro citavano proprio Lester Young come fonte primaria della loro ispirazione affermando che Pres aveva inventato il jazz moderno. Ho ascoltato le sue cose sempre più a fondo e devo dire che nella mia sensibilità Lester ha occupato uno spazio via via maggiore. Ho iniziato anche ad accorgermi che nel modo di suonare di tutti quelli che conosco, me compreso, vi sono tracce del suo stile. Nel 1938 lui già suonava quello che oggi suoniamo tutti quanti. È stato veramente il fondatore del linguaggio moderno del jazz. Adoro ovviamente anche Coleman Hawkins, considerato il vero inventore del sax tenore, ma paragonato a Hawk Lester Young sembra un marziano. Già all’epoca il suo suono era modernissimo. Come hai detto prima, io mi sento un figlio di Coltrane, sono cresciuto con la sua musica e, assieme a Rollins, lo considero in assoluto una delle mie più grandi influenze. Però in qualche modo Lester Young si è fuso insieme a lui nel mio modo di concepire la musica. È strano ma sento che è così. Per completare la risposta credo che oggi si tenda a riscoprire cose che forse erano passate un po’ nel dimenticatoio, perché in un marasma di suoni come quelli attuali riferirsi a questi musicisti del passato serve a fare chiarezza. È dall’ascolto di quei musicisti che veniamo fuori tutti. Qualche volta anche inconsciamente.

Ma che cosa ti ha spinto a realizzare concretamente «No Eyes»?
Cresceva in me il desiderio di dedicare un atto d’amore a Lester Young. Il via me l’ha dato un libro. Mi piace molto leggere, in particolare le biografie dei giganti di questa musica, e ho letto tutto il possibile su Lester Young. Un giorno ho scoperto su Amazon un libro di David Meltzer, uno degli ultimi poeti della Beat Generation e morto qualche anno fa, intitolato appunto «No Eyes», un poemetto pubblicato nel 2000 e dedicato all’ultimo anno di vita di Lester Young. Al ritorno da una tournèe in Francia – dopo aver rilasciato un’intervista che è possibile sentire su YouTube e che io ho utilizzato nel disco – con il fisico minato dall’alcol, Young lasciò la famiglia per ritirarsi a vivere, completamente solo, in un fetido albergo di Manhattan, l’Alvin, che si trovava davanti al Birdland, e lì si lasciò morire. Senza mangiare, ma bevendo gin e fumando marijuana. Lester non faceva uso di droghe pesanti, al contrario di molti suoi colleghi, altro fatto che contribuisce a renderlo singolare. Passava il suo tempo davanti alla finestra della sua stanza sbirciando i musicisti che entravano e uscivano dal Birdland. È come se lentamente si stesse staccando dalla realtà. Il libro, in realtà, è un insieme di meditazioni sulla vita di Lester Young. Quello che mi ha colpito è che David Meltzer, nello scriverlo, ha utilizzato esclusivamente lo slang, famoso e unico, di questo grande sassofonista; slang che contribuisce ancora oggi ad alimentarne il mito. Lester sapeva farsi notare, aveva una cura maniacale nel modo di vestire, il suo pork pie hat divenne un marchio di fabbrica così come il suo modo di parlare. Sembra che sia stato lui il primo a utilizzare il termine «cool» negli anni Trenta, con l’accezione con cui viene usato ancora oggi. Dava dei nomi particolari agli oggetti e il suo linguaggio era assolutamente criptico e incomprensibile. Alcuni vecchi musicisti, che hanno a loro volta conosciuto musicisti più anziani che hanno suonato con lui, mi hanno raccontato che Lester chiamava «Lady» tutti quanti i colleghi: Lady Ellington, Lady Basie, Lady Gordon eccetera. David Meltzer ha messo questo slang in chiave poetica facendo un lavoro meticoloso e, a suo modo, straordinario: un’evocazione di figure, di momenti, di situazioni, di personaggi, e in definitiva, del mondo di Lester Young. Ho pensato, dopo averlo letto, che sarebbe stato bello far diventare questi testi – o almeno una parte di essi, già musicali di suo – dei brani di un disco. A me piace definire questo lavoro, più che un omaggio, un’evocazione di Lester Young, che non è stato un grande compositore come Duke Ellington ma è stato un grande interprete. Quindi ho incluso nel disco tre brani a sua firma: Tickle Toe, Jumpin’ At The Woodside e Jumpin’ With Symphony Sid. La coda di quest’ultimo brano è un estratto di quella intervista cui ho fatto cenno prima. E poi il mio lavoro è consistito nell’estrapolare alcune delle frasi criptiche dello slang diester, come nel primo brano che ho chiesto a Roberta Gambarini di cantare.

Da sinistra: Dino Rubino, Roberta Gambarini, Emanuele Cisi, Greg Hutchinson, Rosario Bonaccorso (foto di Alessandro Talarico)
Da sinistra: Dino Rubino, Roberta Gambarini, Emanuele Cisi, Greg Hutchinson, Rosario Bonaccorso (foto di Alessandro Talarico)

Il tuo lavoro è pieno di riferimenti anche indiretti alla figura di Lester, come la rilettura di Goodbye Porkpie Hat, il pezzo che gli volle dedicare Mingus. Lester è stato iconico da molti punti di vista: ha ispirato Bertrand Tavernier nel realizzare il film ‘Round Midnight, e il suo famoso cappello rappresenta una delle immagini più tipiche del jazz, tanto che uno scrittore come Geoff Dyer ne ha utilizzato la foto come copertina del suo Natura morta con custodia di sax. Insomma Lester Young è, per molti versi, la rappresentazione visiva del jazz. Non hai avuto un po’ di timore mentre lavoravi al tuo disco?
Devo dire che il libro ha risolto in gran parte questo problema. Ho avuto l’impressione di aver trovato la chiave, di aver capito come affrontare questa materia. In effetti prima di leggerlo avevo un po’ di timore. Mentre facevo ricerche mi sono imbattuto in un disco di Bill Perkins, fantastico sassofonista della West Coast, che riproponeva pari pari gli assolo di Lester. Ricordo molto chiaramente di aver pensato che non era quella la mia idea: mi interessava invece mostrare ciò che Lester rappresenta per i musicisti e per tutto il mondo del jazz. Volevo evocare il suo mondo, non riprodure pedissequamente la sua musica. E il libro mi ha fatto superare il timore di andare a toccare dei monumenti, un timore che oggi si è trasformato nella consapevolezza di aver realizzato ciò che volevo, un atto d’amore. Oltre al brano di Mingus c’è anche Lester Left Town, il pezzo che Wayne Shorter scrisse dopo la scomparsa di Young. Poi c’è That’s All, un brano cui tengo molto e che è contenuto nel disco inciso da Lester con Harry «Sweets» Edison. Ho voluto curare questi particolari per far sì che il mio lavoro venisse percepito non come il solito omaggio ad uno dei giganti del jazz. Ho scritto anche dei pezzi originali pensando a lui ma non certo pensando di imitarne lo stile. A guidarmi, oltre al libro, sono stati gli elementi fondativi della sua musica: il senso della danza, per esempio. A dirla proprio tutta, il primissimo seme che ha fatto germogliare dentro di me l’idea di questo disco è stato un filmato che gira su YouTube e che riporta l’esibizione dell’orchestra di Count Basie nel 1938 al Randall’s Island. Park Festival. Questo concerto si svolgeva in uno stadio, con migliaia di persone che danzavano. Era molto bello vedere delle coppie miste, anche se a quell’epoca il pubblico dei neri e quello dei bianchi erano ancora separati. Un’esplosione di gioia. Quel filmato mi ha fatto capire che cos’era il jazz a quei tempi, il suo potere aggregante, la sua potenza. E soprattutto mi ha fatto capire quale fosse la potenza di Lester, in grado di far ballare con il suo swing ma anche di esprimere tutta la sua raffinatezza intellettuale, con un linguaggio molto innovativo per quei tempi. Il sottotitolo vuole esprimere tutto questo: per questo recita Looking At Lester Young, guardare cioè al mondo di Lester Young. Prima di sceglierlo ne ho parlato a lungo con Patrizio Romano della Warner.

Conoscendoti, immagino che tu volessi realizzare questo disco in un certo modo. E credo che la scelta dei tuoi collaboratori non sia stata casuale. Perché ti sei rivolto proprio a loro?
Ancora prima di scoprire il libro di Meltzer pensavo che per evocare il mondo di Lester Young avrei avuto bisogno di una voce. Non ho mai fatto dischi a mio nome utilizzando cantanti, ma per «tirare fuori» Lester era necessaria una voce: la figura di Billie Holiday è stata troppo importante nella sua vita. Billie è un altro di quegli elementi iconici di cui si parlava prima, trovo queste due anime molto simili, sofferenti, fragili, quasi in simbiosi. Lester chiamava Billie «Lady Day» e lei chiamava Lester «Pres». Mi serviva una cantante che avesse una profonda conoscenza della tradizione, che avesse una padronanza perfetta della lingua inglese e che fosse molto creativa e capace di gestire testi come quelli del libro di Meltzer. Ho pensato immediatamente a Roberta Gambarini: la sua scelta è stata automatica, immediata. Tra l’altro, con lei ho un rapporto di grande amicizia. Quando le ho parlato del progetto era entusiasta. In un brano composto da me, Presidential Dream, una specie di beguine un po’ sognante ed esotica, ispirata a Young che si lascia andare nella sua stanza d’albergo, Roberta ha composto il testo sempre riferendosi allo spirito della poesia e dello slang di Lester. È stata bravissima. Ma non solo in quel brano: il suo lavoro è stato fondamentale per la realizzazione di tutto quanto, anche se il disco è cantato al cinquanta per cento. Poi Dino Rubino, che ho incontrato musicalmente solo in tempi recenti. Mi hanno molto colpito il suo senso della melodia e il suo lirismo, doti essenziali per affrontare un repertorio come quello che ci eravamo imposti. Avrei potuto avere dei pianisti più swinganti ma intuivo che il colore di Dino fosse quello giusto per il disco. In più adoro la sua capacità di sdoppiarsi tra il pianoforte e il flicorno, che ha suonato però soltanto in un solo brano, Tickle Toe. Con Rosario Bonaccorso ci conosciamo da una vita, da più di trent’anni – anche se a fasi alterne – lavoriamo assieme a vari progetti. È un bassista straordinario e incarna il senso dello swing – quando suona walking è uno dei migliori in circolazione – e nello stesso tempo è capace di far cantare il suo strumento sia negli assolo che in accompagnamento. Anche lui ha questa grande qualità che trovo fondamentale, il lirismo. Last but not least, Greg Hutchinson è il batterista che cercavo da sempre, ha uno swing portentoso. Meglio di lui non ce n’è. Fortunamente non è impossibile acchiapparlo perché da qualche tempo abita a Roma.

Emanuele Cisi «No Eyes: Looking At Lester Young»
Emanuele Cisi «No Eyes: Looking At Lester Young»

Prima mi hai detto che eri un fan di Lester Young e nello stesso tempo di Coleman Hawkins. I due, a leggere la storia del jazz, sono sempre stati considerati rivali, messi in contrapposizione anche dal loro modo di improvvisare. Le cosiddette improvvisazioni «orizzontali» di Lester Young si contrappongono alle improvvisazioni «verticali» di Coleman Hawkins. Da musicista, come la vedi?
Hawkins suonava sulle progressioni di accordi, un sistema complesso che richiedeva un virtuosismo particolare. Usava tantissimo gli arpeggi, che hanno un’immagine verticale. Young era invece l’esatto opposto: costruiva delle linee melodiche basate sulla continuità e sulla lunghezza, sopra gli accordi, appunto in senso orizzontale. I due approcci all’epoca erano l’esatto opposto dell’altro. In più, secondo me ancora più marcata era la differenza abissale che tra loro esisteva dal punto di vista del concetto del suono, totalmente agli antipodi.

Tornando al filmato della band di Basie a Randall Island e all’insolita presenza di coppie miste, ti sei reso conto del potere aggregante che il jazz aveva all’epoca? E oggi, secondo te, il jazz non ha più quel potere aggregante?
Alcuni musicisti di oggi, quelli dell’area BAM, stanno tentando di riunificare quei flussi che dall’avvento del bebop si erano separati. Con il bop il jazz diventa musica da ascolto e non più da ballo, una musica sempre più complicata che richiede attenzione e anche una certa preparazione. Una musica che si allontana sempre di più dal gusto popolare. Sull’altro versante nasce il rhythm’n’blues, dapprima con Louis Jordan per arrivare a James Brown, una musica che col jazz condivide il beat, il gospel, la matrice religiosa. Prima di questa separazione il jazz era un monolite, era tutto questo, c’era il virtuosismo che però era al servizio della danza. Oggi alcuni musicisti, principalmente afro-americani, stanno provando a far si che questa musica ridiventi un tutt’uno. Robert Glasper è il primo nome che mi viene in mente, ma anche Nicholas Payton e tantissimi altri che mi sembra stiano suonando una musica che in qualche modo tende a rimettere insieme questi due flussi rivolgendosi primariamente ad un pubblico di colore; di fatto, però, la loro musica si rivolge a tutti e viene ascoltata soprattutto da quelli delle nuove generazioni. A me sembra una cosa molto positiva. Non mi appartiene per un fatto generazionale e anche dal punto di vista della mia storia personale ma trovo che sia molto importante.

Tra l’altro so che hai due figlie che non amano il jazz ma sono appassionate di hip hop. Mi hanno colpito i tuoi like su Facebook sotto i post di Kendrick Lamar o di qualche altro giovane rapper.
Be’, questo lo devo principalmente a loro. Comunque sono curioso di natura, per quanto c’è chi mi consideri un musicista legato alla tradizione con una forte propensione per lo swing e l’hard bop. In realtà ho sempre avuto una mentalità piuttosto aperta. I miei ascolti sono sempre stati molto variegati e mi ha sempre incuriosito sperimentare in altre direzioni, ficcarmi in situazioni inconsuete. Suono con la Venexiana, un ensemble di musica barocca, da dieci anni. Ho fatto un disco di musica elettronica con Max Casacci e Daniele Mana in cui appariva un rapper di Torino molto famoso, Ensi, tramite il quale ho conosciuto Gemitaiz col quale ho stretto amicizia, un vero e proprio idolo delle mie figlie e il cui ultimo disco è il più venduto in Italia in quell’ambito. È un mondo che mi incuriosisce, in qualche modo mi piace, anche se sento tante schifezze. Oggi penso che la musica debba fare i conti anche con loro. Ho sentito di un Conservatorio italiano che ha aperto una masterclass con un rapper: tutti a scagliarsi contro. Signori, questo è uno dei suoni del 2018. Non si può ignorarlo. Certo, per me Lester Young rimane più importante dei rapper e il ruolo che ha avuto nella storia della musica, al momento, è più pesante di quello di Kendrick Lamar, però nel 2050 le cose magari saranno diverse. Chi può dirlo?

C’è un critico musicale contemporaneo molto importante, che però non si occupa di jazz, Simon Reynolds, che ha scritto dei libri basilari sulla musica di consumo dei nostri tempi. Qualche anno fa il suo Retromania, uscito prima per ISBN e oggi ripubblicato da Minimum Fax, già parlava della tendenza che ha la musica di oggi a farsi nuova riferendosi al passato. Pensi che questo coinvolga anche il jazz?
Sì, e credo anche che sia un atteggiamento sano. La storia che ci ha preceduto è fondamentale per comprendere chi siamo e come andare avanti. Ho sempre cercato di insegnare ai miei allievi di risalire alle influenze dei loro eroi. Vi piace Michael Brecker? Bene, allora quali sono le influenze di Michael Brecker? Basta andare a ritroso per scoprire Joe Henderson. E Joe Henderson da chi è stato influenzato? Fare questo percorso a ritroso è interessantissimo perché si riesce davvero a capire l’evoluzione del linguaggio e dello stile. Appare chiaro perché un musicista suoni in un certo modo piuttosto che in un altro. Tutto diventa più nitido. Penso che sia addirittura doveroso cercare di fare la propria musica guardando al passato con occhio critico.

E Lester Young da chi era stato influenzato?
Lester raccontò di essere stato influenzato da Frankie Trumbauer, che suonava il C-melody sax, un sassofono caduto in disuso e che era una via di mezzo tra il contralto e il tenore. Così mi sono messo ad ascoltare Trumbauer e vi ho trovato molte delle cose poi riprese da Lester. Certe incisioni di Trumbauer con Bix Beiderbecke sono stupende.

Una volta, a Brooklyn, sono stato a casa di Mark Turner e gli ho chiesto in quale musicista del passato gli sarebbe piaciuto reincarnarsi. In un primo momento lui mi ha risposto Coltrane, poi ci ha pensato su e ha citato Lester Young. Se dovessi fare a te la medesima domanda, come mi risponderesti?
Allo stesso modo. Il livello di ricerca interiore e spirituale di Coltrane ha dell’incredibile, ma credo che Lester Young abbia davvero vissuto di poesia. Forse, per i tempi che stiamo vivendo, se riuscissimo a vivere soltanto di poesia non sarebbe male.

Nicola Gaeta