Carlitos Del Puerto: erede di una lunga storia

di Gian Franco Grilli

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Carlitos Del Puerto (foto di Roberto Cifarelli)
Carlitos Del Puerto (foto di Roberto Cifarelli)

Figlio e nipote d’arte, il contrabbassista cubano Carlitos Del Puerto è uno degli strumentisti più in vista del momento, dal jazz di Chick Corea e Steve Gadd fino a Bruce Springsteen e Sting, passando ovviamente per il Latin

Da qualche tempo il quarantaquattrenne bassista cubano, figlio e nipote d’arte, ha preso in mano lo scettro per continuare la gloriosa tradizione strumentale di famiglia che toccò il vertice con il papà Carlos, fondatore degli Irakere e caposcuola del basso Latin. Tipo tranquillo, positivo, umile, con una solida formazione accademica, musicista estremamente versatile, Carlitos Del Puerto (1975) ci racconta i suoi primi passi nel jazz con Emiliano Salvador e di come si è sviluppata la sua brillante carriera dopo un video con Herbie Hancock che gli ha spianato la strada verso grandi star internazionali: Bruce Springsteen, Sting, Barbra Streisand, Stevie Wonder, John Williams, Chris Botti, Christina Aguilera, Gloria Estefan, Quincy Jones, Jennifer Lopez, Sergio Mendes, Steve Gadd e… Chick Corea, con il quale è riuscito a creare un proficuo sodalizio. Proprio in occasione del tour con Corea & Gadd, con tappa a Bologna, l’abbiamo incontrato per un veloce botta e risposta che parte da questa collaborazione.

Far parte di una sezione ritmica con Gadd e Luisito Quintero e con un artista come Chick Corea è un buon modo di rispolverare ogni tanto il tumbao con il Latin. Puoi dirci come sei arrivato a Chick?
Sono d’accordo: con una sezione ritmica di quel genere si va in paradiso. Parlando del rapporto con Chick: è nato attraverso buone raccomandazioni di Stanley Clarke, il primo in assoluto, e di Billy Childs, che mi segnalarono a Chick. Un giorno rimasi incredulo quando squillò il telefono e dall’altra parte c’era lui che mi invitava a raggiungerlo nel giro di un mese a New York per unirmi alla sua band: accettai al volo. Da ragazzino avevo ascoltato con ammirazione la Elektric Band e quindi suonare con Corea, che per me è una sorta di oracolo, è sempre stato un sogno. Ora posso solo dire di essere onoratissimo di poter far parte dei suoi progetti, come questo con Gadd, Loueke e Quintero, ma anche in trio.

Qualche tempo fa, dire Carlitos significava parlare del figlio del grande bassista Carlos Del Puerto, ma dal Duemila in poi e nel giro di pochissimi anni con una sfolgorante carriera anni hai scalzato tuo padre dal trono di famiglia. Infatti, con grande orgoglio, tuo padre riconosce nei fatti il sorpasso, proprio come è accaduto tra il figlio Chucho Valdés e il padre Bebo. Nel dirci cosa significa salire sul quel podio, descrivici anche i tuoi primi passi tenendo conto anche del fatto che i credits, spessissimo, non rendono giustizia, e soprattutto per te e tuo padre che è facile scambiare l’uno con l’altro: a volte abbiamo trovato Carlos Jr. e altre solo Puerto, quindi una situazione un po’ confusa.
Be’… Rispetto al trono sono contentissimo nonostante sia una bella responsabilità, perché mio padre è stato un innovatore dello strumento, un grande maestro e punto di riferimento per i bassisti di Cuba dall’inizio dei Settanta e di quanti hanno scelto la strada del basso Latin in ogni parte del mondo. Sui credits sono d’accordo con te e ci sono tanti errori anche con altri musicisti. Venendo a me, sono nato il 21 maggio 1975 all’Avana, fino a dieci anni ho vissuto nella zona di Marianao nei pressi del famoso cabaret Tropicana e poi ci siamo trasferiti nel barrio rumbero di Cayo Hueso presso mia nonna Cachita, la casa dove tra l’altro era nato mio padre.

Ma su quale strumento hai messo le mani per primo?
Naturalmente il primo insegnante di musica è stato mio padre, poi a otto anni ho cominciato a studiare il violoncello e il mio primo docente fu un professore russo. A quattordici anni passai al basso acustico, con grande soddisfazione di mio padre, ma devi comunque sapere che lui all’inizio non voleva assolutamente che io intraprendessi la carriera musicale, come era successo a lui da parte di suo padre. Studiavo tutto il giorno tanto da rimbecillire i vicini, che quando non sentivano i miei esercizi chiedevano a mamma se mi fossi ammalato. Importanti sono state le lezioni con il contrabbassista sinfonico Manuel Valdés e fondamentale è stato frequentare la prestigiosa ENA, la Escuela Nacionál de Arte.

Chick Corea, Carlitos Del Puerto, Lionel Loueke e Steve Wilson.
Chick Corea, Carlitos Del Puerto, Lionel Loueke e Steve Wilson.

Chi sono i bassisti acustici ed elettrici che ti hanno influenzato?
Ovviamente il primo è stato mio padre, il mio eroe fin da piccolo. Poi crescendo scoprii, da un video che avevamo in casa, il virtuosismo del danese Neils-Henning Ørsted Pedersen che accompagnava in trio Oscar Peterson; altre rivelazioni, che mi hanno aperto la mente e arricchito musicalmente, nel corso degli anni, e in particolare quando mi sono stabilito a Los Angeles, sono stati (e non in ordine di importanza) Jaco Pastorius, Patitucci, Steve Gilmore, Ray Brown, Eddie Gomez, Stanley Clarke, Anthony Jackson, Paul Chambers e Ron Carter. Va detto che a Cuba mi ero dedicato prevalentemente al jazz, mentre negli Usa ho dovuto e voluto studiare gli stili delle altre musiche afro-americane, del rock eccetera.

Jazz a Cuba: con quale gruppo hai esordito?
Il vero esordio jazzistico è stato con il leggendario Emiliano Salvador, straordinario pianista e compositore, apprezzatissimo da tutti i pianisti Latin in ogni dove, ma purtroppo si è trattato di una meteora poiché è scomparso nel 1992 a quarantun anni, per problemi con l’alcol. Avevo solo sedici anni quando entrai nel suo quartetto e ho fatto appena in tempo per registrare «Ayer y Hoy», che è stato l’ultimo disco di Emiliano. Poi suonai anche con Rubalcaba e con ¡Cubanismo!, la band diretta da Jesus Alemany.

E proprio nel periodo di ¡Cubanismo! (incidendo prima un cd con grandi nomi tra cui gli scomparsi percussionisti Tata Güines, Angá Diaz e il pianista Alfredo Rodríguez, da non confondere con il giovane pupillo di Quincy Jones) hai lasciato Cuba: esattamente quando e perché?
Andai negli Stati Uniti nel 1996 poiché avevo vinto una borsa di studio per la USC School of Music, e una cosa curiosa è che io incisi l’album come hai detto tu, ma fu mio padre a sostituirmi in tournée perché io non potevo rinunciare a questa unica occasione della mia vita: studiare negli USA. Ma bisogna dire che il mio primo viaggio all’estero fu in Canada, nel 1992 credo, con Jane Bunnett. Rimasi là per circa un annetto, poi rientrai a Cuba prima di trasferirmi a Los Angeles. Tra l’altro, mi piace ricordare che avevo già partecipato a diversi progetti discografici e un paio anche con Jane Bunnett, registrando con due straordinari pianisti come Frank Emilio Flynn e José Maria Vitier. Quindi puoi immaginare la gioia di un ragazzo neanche ventenne a fianco di talenti come quelli: un indimenticabile momento.

Negli Stati Uniti hai suonato e registrato con tantissimi artisti, ma il tuo primo lavoro te lo ricordi?
Il primissimo lavoro, molto buono, è stato un video pubblicitario televisivo per la Boss con Herbie Hancock, e si è rivelato importantissimo per il prosieguo della mia professione. Da lì in avanti lavorai in concerti o in studio con Sting, Bruce Springsteen, Barbra Streisand, Kenny Garrett, Gloria Estefan, Arturo Sandoval, Chick Corea, solo per citarne alcuni.

Non hai ancora maturato l’idea di un disco come leader o, come tuo padre, non lo senti importante?
Sì, finora non ho realizzato un disco a mio nome. Certo che mi interesserebbe, ma per fortuna ho sempre lavorato intensamente con grandi artisti e quindi non ho messo ancora in cantiere qualcosa di mio. Però ho in mente di farlo.

Un microscopico Carlitos Del Puerto già affascinato dal contrabbasso del padre, il leggendario Carlos.
Un microscopico Carlitos Del Puerto già affascinato dal contrabbasso del padre, il leggendario Carlos.

Finito il tour con Chick Corea, che cosa ti aspetta di interessante, musicalmente parlando?
Parto per alcuni mesi in trio assieme a Chick e al batterista Marcus Gilmore, il nipote di Roy Haynes. Poi, nei ritagli di tempo, ho altri progetti perché lavoro con molti stili, musica classica, rock’n’roll, jazz, Latin, colonne sonore.

E hai anche un trio con altri amici cubani.
In realtà il Carlitos Del Puerto Trio è un modo per darci un nome, ma è formato da tre amici che si conoscono fin da bambini. Siamo cresciuti assieme alla Escuela Nacionál de Arte dell’Avana. Il batterista è Jimmy Branly e al piano c’è Iván «Melón» González; abbiamo suonato tutta la vita assieme e tra di noi c’è una comunicazione quasi telepatica, praticamente possiamo leggerci nel pensiero. E pensa che ci siamo ritrovati dopo moltissimi anni in un concerto a San Francisco. In trio ho avuto anche il chitarrista peruviano Ramón Stagnaro e tanti altri grandi.

Perché ti piace lavorare in trio?
È un format che viene da lontano e comprende Oscar Peterson e Keith Jarrett. Cerco di lavorare in quel modo e con la stessa profondità con cui suonavano questi grandi maestri, ovviamente senza volermi paragonare a quei «mostri». Comunque il tutto va combinato con la nostra cultura Afro-Latin.

Hai sette fratelli e in famiglia ci sono altri musicisti: ma un progetto in trio targato esclusivamente Del Puerto?
Siamo diversi fratelli e con madri diverse: alcuni suonano ma, senza fare torto a nessuno, mi piacerebbe soprattutto registrare un duo con mio padre che ogni tanto, dalla Finlandia, viene a trovarmi.

Con due contrabbassi così poderosi la terra sotto i piedi potrebbe cominciare a tremare! Concludiamo: oltre alla musica, che è professione e divertimento, quali sono le tue altre passioni?
Io vivo a Los Angeles, sono sposato da diciotto anni, non ho figli ma abbiamo una perrita, una cagnolina, che è proprio come una figlia! Comunque sono costantemente immerso nella musica e al momento non avrei davvero il tempo di dedicarmi a qualcos’altro.

Gian Franco Grilli

[da Musica Jazz, febbraio 2019]