Bobo Stenson: suono sempre me stesso

di Alceste Ayroldi

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Bob Stenson (foto di Riccardo Crimi)
Bob Stenson (foto di Riccardo Crimi)

Bobo Stenson, uno degli storici pilastri del jazz europeo, ci racconta le sue molteplici esperienze, da Stan Getz a Don Cherry.

Iniziamo dal tuo ultimo album «Contra la indecisión», che conferma l’apprezzamento per il cantautore cubano Silvio Rodríguez. Qual è stato il tuo rapporto con Rodríguez?
Avevo già suonato brani di Rodríguez, come Oleo de mujer con sombrero, Olivia, El mayor. Bisogna risalire agli inizi degli anni Settanta, quando si instaurarono dei buoni rapporti culturali tra Svezia e Cuba. Ricordo che fu pubblicato in Svezia un album di musica cubana con Rodríguez e altri musicisti che non ricordo, che conteneva proprio i brani che ho prima citato. Rimasi affascinato dalla musica cubana, dal ritmo e dalle melodie. Incontrai Rodríguez e gli chiesi se fosse possibile che io suonassi alcuni suoi brani e lui ne fu felice. Penso che le melodie composte da Silvio Rodríguez siano molto belle.

C’è un motivo in particolare per il quale hai scelto Contra la indecisión come titolo dell’album?
In verità no! È solo un titolo che mi piaceva. Eravamo indecisi sul titolo e, così, abbiamo scelto questo brano per dare un nome al nostro album.

Qual era il tuo obiettivo per questo progetto?
Volevo suonare con il mio trio e avevo del materiale che ritenevo buono, quindi l’obiettivo ultimo è stato, semplicemente, quello di cercare di fare un buon disco.

Troviamo Béla Bartók, Erik Satie, Frederic Mompou. Tieni sempre sottobraccio jazz e musica classica?
Per me è quasi naturale. Ho ascoltato e ascolto tuttora molta musica classica, così come il jazz. E penso che siano musiche molto vicine. Certe volte, soprattutto quando suono con il trio, mi accorgo che vi sono molte coincidenze tra questi due generi musicali. Non scelgo i brani in ragione del loro genere, ma per quello che sento in un determinato momento, per il modo di suonare del trio.

Hai sempre a cuore la tradizione folclorica del Sud del mondo. Secondo te, è qui che risiedono le radici della musica jazz?
Per molti anni questa musica mi ha coinvolto tantissimo, specialmente la musica classica indiana. Negli anni Settanta eravamo molto interessati alle fusioni con altre culture, come quella balcanica, africana e, appunto, quella indiana. Eravamo molto interessati a creare connessioni con la musica jazz e queste culture. Noi suonavamo jazz di matrice statunitense, ma in Europa avevamo una mentalità più aperta e libera e, quindi, cercavamo di unire queste passioni in un unico lessico musicale, comprensivo della classica. In Europa, contrariamente a ciò che succedeva negli Stati Uniti, facevamo un po’ come ci pareva.

Per esempio, hai dedicato un brano alla kalimba.
Ho voluto dedicare un brano alla kalimba, perché l’ho impiegata su un paio di brani dell’album. La kalimba e il pianoforte si suonano alla stessa maniera, tra l’altro.

Bobo Stenson, Anders Jormin, Jon Fält (foto di Caroline di Perri)
Bobo Stenson, Anders Jormin, Jon Fält (foto di Caroline di Perri)

Il tuo attuale trio come si è formato?
La mia idea di formare un trio è nata all’inizio degli anni Settanta con Jon Christensen alla batteria e Arild Andersen al contrabbasso. Mi piaceva la nostra idea di trio, che era molto aperta e dialogica. Nel 1971 ECM volle pubblicare il nostro primo lavoro in trio: «Underwear». È così che è davvero partito il progetto in trio. In verità, non ci sono stati molti cambiamenti: alla batteria Jon fu sostituito da Paul Motian, con il quale abbiamo inciso «Goodbye» nel 2005, sempre per ECM. Anders Jormin prese il posto di Arild e, con l’arrivo di Jon Fält, il trio si è definitivamente completato. Ma il cambiamento dei musicisti non ha mutato la forma di questo trio, la mia idea di trio. Penso che in questa formazione si possa raggiungere la migliore forma di interplay.

La tua collaborazione con Manfred Eicher ed ECM è ormai consolidata. Quale è il segreto di tale longevità?
La collaborazione con Manfred Eicher ed ECM è iniziata quasi da subito, più o meno dal mio esordio, sempre negli anni Settanta. Era il periodo in cui collaboravo con Jan Garbarek e Terje Rypdal; era il periodo in cui ero molto legato ad alcuni musicisti norvegesi come Arild Andersen e Jon Christensen e facevo parte della scena jazzistica norvegese. E Manfred era particolarmente interessato a quelle sonorità e ad alcuni musicisti norvegesi in particolare. Da allora io e Manfred siamo andati avanti insieme e siamo stati come una famiglia. Non c’è mai stato bisogno di particolari contratti, perché è sempre stato sufficiente quello che viene chiamato patto tra gentiluomini. Posso dire che, oltre a essere una splendida persona, è anche un grande produttore: è un vero produttore. Lui ama essere parte della produzione, vuole essere parte della parte creativa del lavoro, vuole essere sempre coinvolto in ogni singola parte del disco ed è una persona che ama moltissimo il suo lavoro. Posso solo dire bene di Manfred.

Facciamo un salto nel suo passato. I tuoi genitori erano musicisti, così come i tuoi fratelli. Cosa ricordi di quegli anni?
Sono cresciuto in una famiglia di musicisti non professionisti. Ho due fratelli e una sorella e tutti suonavano qualche strumento. I miei genitori amavano la musica sinfonica e la classica in generale. Mia madre era un’ottima pianista, mentre mia sorella era una violoncellista e cantante: lei è morta alcuni anni fa. Uno dei miei fratelli è un batterista. Io ho iniziato a suonare quando avevo sei anni. Suonavo musica classica e ancora lo faccio. Poi, quando avevo dodici anni circa, ho iniziato ad ascoltare e suonare musica jazz. Con alcuni miei amici, quando non c’era da andare a scuola, suonavamo jazz. I miei fratelli ascoltavano i primi dischi di Miles Davis, quelli di Gerry Mulligan, George Shearing e questi sono stati i primi dischi jazz che ho ascoltato. Però, io ero più orientato verso altre sonorità, più moderne; i miei favoriti erano Bobby Timmons, Red Garland, Wynton Kelly. E John Coltrane divenne il mio eroe quando ero giovane. Il mio primo disco di jazz era del Modern Jazz Quartet. Con i miei amici trascorrevamo molto tempo ad ascoltare musica. A quei tempi, quando usciva – per esempio – un nuovo disco di Miles era impossibile non parlarne e non seguirlo, quindi acquistarlo! Così anche quando c’erano dei concerti: tutti coloro i quali circolavano, almeno nella maggior parte, erano dei mostri sacri, quindi era sempre un evento.

Bobo Stenson (foto di Luca d'Agostino)
Bobo Stenson (foto di Luca d’Agostino)

Durante gli anni Settanta hai suonato con grandissimi musicisti come Stan Getz, Sonny Rollins, Sheila Jordan, Gary Burton, Dexter Gordon, Toots Thielemans. La scena jazzistica svedese in quegli anni era particolarmente entusiasmante.
E tanti altri grandi musicisti! In verità, quello è stato un periodo particolarmente creativo. Quando terminai gli studi scolastici, nel 1965, stavano succedendo un sacco di cose nell’ambito musicale. Successivamente, negli anni Settanta nacquero dei gruppi particolarmente interessanti come, per esempio, i Rena Rama con il sassofonista Lennart Åberg, Palle Danielsson al contrabbasso e Bengt Berger alla batteria ai quali mi unii anche io. Era un periodo particolarmente aperto alla creatività e il jazz si suonava in diversi posti. Già a partire dagli anni Sessanta, il jazz in Svezia aveva avuto un considerevole e rapido sviluppo e cominciava anche a far capolino l’utilizzo dell’elettronica; poi, per molti grandi jazzisti fare tappa in Svezia – e anche soggiornarci a lungo – era diventata un’abitudine: la Svezia era diventata una tappa fissa nei tour europei. Già dagli anni Sessanta musicisti come Cecil Taylor, Archie Shepp, Albert Ayler, John Tchicai, Don Cherry, Red Mitchell avevano già terreno fertile in Svezia. E tutto ciò aveva contribuito a un’apertura mentale dei musicisti e del pubblico, pronto ad ascoltare nuove proposte musicali. Così anch’io ho avuto la possibilità di suonare al fianco di tanti big.

E oggi, a tuo avviso, com’è la situazione?
In Svezia ci sono tanti grandi musicisti, ma il problema è che non c’è tanto lavoro! C’è ancora tanta creatività, ma non tutti possono permettersi di vivere con i proventi della musica, quindi sono costretti a svolgere anche altri lavori. Penso, però, che la situazione sia identica un po’ ovunque. In Svezia, come in altri paesi, ci sono pochi musicisti che sono molto famosi e che suonano con una certa regolarità, ma penso che sia lo stesso in Italia: non è così?

Ricordiamo il tuo tour in Africa con Stan Getz. Quali sono i tuoi ricordi in proposito e cosa ti ha particolarmente colpito?
Sicuramente il continente, l’Africa. È stato un’esperienza dura, ma entusiasmante. Dura per via del fatto che nel 1970 in Sud Africa vi erano sostanziali differenze di trattamento tra bianchi e neri. Con Stan suonavamo molto liberi per un pubblico di bianchi con altri big, come l’orchestra di Caterina Valente. Ma facemmo anche dei concerti speciali solo per neri. Poi Getz volle tenere un concerto al Bantu Men’s Social Club di Johannesburg pretendendo che il pubblico fosse misto, senza distinzioni. Il pubblico che assisteva ai concerti era particolarmente critico nei nostri confronti – non nei confronti di Stan, ma verso gli altri musicisti – perché non eravamo americani ma svedesi e norvegesi. Comunque, l’esperienza con Stan è stata fantastica, abbiamo trascorso dei bei momenti insieme e suonavamo ogni giorno. Aveva una maschera d’ossigeno con lui e, dopo ogni assolo, vi aspirava golosamente; ma ogni volta che metteva bocca al suo sassofono era semplicemente immenso. Tre di noi, quindi escluso Stan, stavamo nella stessa stanza e stavamo abbastanza stretti, ma è stato molto divertente, una grande esperienza.

Quanto ha cambiato il tuo modo di pensare la musica l’aver suonato spesso al fianco di Don Cherry?
Era una mente estremamente aperta ed era una persona molto gentile. Ricordo che quando suonavamo non avevamo uno spartito davanti o qualcosa di simile, dovevamo suonare la musica tante volte fino a impararla bene. Ci diceva di stare rilassati e di essere sempre noi stessi: non è facile vedere queste cose oggigiorno. Da lui ho imparato ad ascoltare. Con Don ho registrato un album nel 1994, «Dona Nostra» e abbiamo anche fatto un tour in Scandinavia. Ogni suo brano era completamente artistico e ha sempre affascinato moltissimo il pubblico scandinavo. La sua visione della musica era globale.

Bobo Stenson Trio «Contra la Indecisión»
Bobo Stenson Trio «Contra la Indecisión»

E l’esperienza nel gruppo di Jan Garbarek?
Il gruppo nacque perché già da tempo io suonavo con Jon Christensen e Palle Danielsson. Jan aveva il suo trio e ci trovammo a suonare tutti insieme in una jam session e partimmo come un razzo! Così decidemmo di esibirci in quartetto al festival di Oslo. Abbiamo trascorso un bel periodo, perché tutti noi cercavamo le stesse cose e volevamo suonare proprio quelle. Non c’era bisogno neanche di provare. E abbiamo registrato cose splendide e fatto eccellenti concerti.

Sei stato uno dei primi musicisti europei, con Jan Garbarek anche, a collaborare con musicisti provenienti da paesi non occidentali; in particolare hai iniziato a collaborare con il batterista turco Okay Temiz, uno dei musicisti del trio di Don Cherry e continui con il gruppo Rena Rama. Cosa ti ha spinto a questa scelta?
Era un periodo in cui il vento orientale si faceva sentire e, in particolare, il jazz che proveniva dalla Turchia. In quegli anni mi interessavano molto le altre culture e, personalmente, mi interessava creare un legame tra il jazz e queste altre culture. Un’attività che è proseguita anche con i Rena Rama: siamo stati dei pionieri, perché abbiamo fuso il jazz con le melodie orientali e i ritmi africani.

E non dimentichiamo la tua collaborazione con Charles Lloyd.
Charles aveva ripreso a suonare con Michel Petrucciani. Quando ci conoscemmo chiacchierammo e mi chiese di suonare con lui. Doveva essere il 1989, se non ricordo male. Ho suonato con lui per undici anni e ho trascorso veramente un bel periodo: mi sono divertito molto e ho avuto la possibilità di conoscere diversi batteristi che hanno suonato con noi. Lloyd era molto aperto nei miei confronti. Mi diceva: «Suona come vuoi». È stata un’esperienza molto positiva.

A proposito di batteristi, hai spesso suonato anche con Paul Motian. Quali sono i tuoi ricordi?
Era veramente un grande uomo. Era così aperto a ogni soluzione: era persino come un bambino con la batteria. Non c’era mai alcun problema per lui, era sempre tranquillo e positivo. Era di una creatività unica. Abbiamo registrato a New York in trio «Goodbye» nel 2005, sempre per ECM. Lo registrammo a New York perché Paul era stanco di viaggiare: non voleva più allontanarsi da Manhattan, diceva. Penso che non ci siano più batteristi così aperti al dialogo e alle novità come lui. Era una persona speciale, di quelle che facevano cose che non ti aspettavi.

Cosa suggeriresti a un giovane musicista?
Pratica, pratica, pratica. Ora ti racconto una storia. Suonavo con Jan Garbarek e il suo gruppo in un piccolo club di Oslo e lì c’era Elvin Jones con il suo gruppo ed Elvin Jones stava lì ad ascoltarci, con la sedia proprio di fronte al nostro gruppo. E Jon Christensen non riusciva neanche a guardarlo per il timore, girava la testa dall’altro lato. Elvin era pura dinamite! Alla fine del concerto mi chiese: «Hai mai suonato a New York?», «No, come posso fare?» gli risposi. Allora Elvin mi raccontò un fatto: «Un giorno che ero all’hotel Astoria di New York vidi un uomo che stava pulendo la strada con una scopa. A un certo punto, quello si rivolse a qualcuno che era dall’altra parte della strada e gli chiese: come faccio a pulire tutta la strada? Quello gli rispose: pratica, pratica, pratica!». Questo è quello che posso suggerire: fare pratica e essere aperti nell’ascoltare tutti i tipi di musica, senza pregiudizi. E anche suonare con gli altri, perché è fondamentale, perché devi ascoltare anche loro ed è la chiave per la migliore improvvisazione.

A parte il tuo ultimo album, hai qualche altro progetto in corso?
Sì, alcuni concerti in solitudine. Nel 2019 compirò settantacinque anni e una big band di professionisti, qui in Svezia, mi ha invitato a festeggiare il mio compleanno suonando tutti assieme alcune mie composizioni. Potrebbe rivelarsi una cosa interessante.

Alceste Ayroldi