Intervista a Cimafunk

Cimafunk è una delle stelle della nuova musica cubana. Suonerà stasera a Roma, alla Casa del Jazz, e lo abbiamo intervistato.

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Pensare a Cuba, nel 2023, come alla patria del son, della rumba, significa commettere un grosso errore. Oggi la maggior parte dei ragazzi cubani rinnega le proprie tradizioni e si fa sedurre dalle sirene della musica nord-americana. Anche se, va detto, musicalmente parlando, pur essendo la Cuba odierna un pallido ricordo di quella mitica degli anni cinquanta, il suo fermento creativo non appare per niente sopito. Sono due i linguaggi musicali da cui i giovani cubani si lasciano sedurre: l’hip-hop e il reggaeton, il ritmo che da un po’ di tempo attraversa tutto il Caribe mietendo vittime soprattutto in quella generazione che va dai venti ai trent’anni. Cimafunk è uno di loro. Conosciuto alla stregua di una rockstar per la sua miscela di funk, hip-hop e ritmi afro-caraibici, il musicista ha finora inciso tre album di cui l’ultimo, intitolato “El Alimento”, è uscito sul mercato nell’ottobre del 2021. Cimafunk con la sua band, Cimafunk & The Tribe, suonerà stasera a Roma alla Casa del Jazz.

La tua musica è un mix di funk, hip-hop e musica afro-caraibica e nel tuo ultimo disco, “El Alimento”, collaborano ospiti come George Clinton, CeeLo Green, Lupe Fiasco ma anche Chucho Valdés. Parlami allora delle tue influenze musicali…

Ovviamente sin da piccolo ho sempre ascoltato la musica afro-cubana. Mio zio me la faceva ascoltare – era quella che girava in casa – ma nello stesso tempo sentivo i dischi di Michael Jackson, di Stevie Wonder. In televisione vedevo i concerti di Chucho Valdés e dei gruppi tradizionali di Cuba e, come potrai capire, quella musica su di me ha avuto una forte influenza e ha continuato ad averla negli anni della mia formazione. Mentre crescevo era intorno in me, era il ritmo della strada ma nello stesso tempo a Cuba il funk e la black music nord-americana prendevano sempre più piede. Io e i miei amici abbiamo iniziato ad ascoltare anche quelle cose. Per cui la mia musica, quella che faccio oggi, non è altro che il risultato di quelle influenze.

Cuba è la patria della rumba e del son montuno ma la tua generazione è quella che ascolta l’hip-hop e oggi, forse ancor di più, il reggaeton. Come riesci a far andare d’accordo mondi così diversi?

Ti spiego come sono fatto: ogni volta che mi rendo conto che la maggior parte della gente va in una direzione io scelgo di andare dalla parte opposta. Anche nella musica ovviamente. Quando mi sono posto il problema di decidere che tipo di musica volessi fare ho pensato che la cosa più giusta per me fosse mischiare le cose che mi hanno influenzato e queste erano, come ti ho detto, da un lato la musica tradizionale dall’altro il reggaeton. Con qualcosa in più, però, qualcosa di diverso, di più personale. Ho iniziato a creare musica attraverso il computer senza pianificare un suono, un ritmo, semplicemente inserendo dei beats e dei campionamenti sui quali improvvisavo. È così che ha iniziato a prendere forma questa particolare idea di funk mischiato alla musica afro-cubana. Ma è stato un processo spontaneo, nulla di pianificato.

Mi racconteresti qualcosa di te?

Sono nato a Pinar del Rio e da lì mi sono trasferito all’Avana, la capitale, una città che per me è stata molto importante. A Pinar del Rio studiavo medicina per seguire le orme di buona parte dei membri della mia famiglia, ma l’ambiente dell’Avana mi ha fatto cambiare idea: ho scoperto che la musica sarebbe stata la strada che avrei seguito da professionista. Ho smesso di studiare medicina. Non è stato affatto facile per me, però ero determinato e per sopravvivere ho svolto tanti lavori precari per circa un anno e mezzo. Poi mi sono stancato – era troppo stressante – e con grandi sforzi ho deciso di dedicarmi a tempo pieno alla musica. Ti garantisco che una cosa è avere il desiderio di percorrere una strada, l’altra è decidere di percorrerla davvero, e quella decisione è stata molto sofferta. Alla fine sono riuscito a prenderla senza tentennamenti.
Devo dire che sono stato fortunato perché ho iniziato a frequentare artisti che avrebbero potuto aiutarmi e in particolare Raúl Paz, un artista con il quale condividevo la città di origine (lui era nato in una provincia di Pinar), mi ha aiutato invitandomi a far parte del coro della sua band. Con lui ho lavorato in televisione e in teatro, e quello mi ha dato una grossa spinta perché avevo un aspetto appariscente, funky, che mi distingueva dal resto della band. Sembravo più un membro dei Funkadelic che di una band cubana. Questo mio aspetto ha contribuito a far si che la gente si accorgesse di me, ho conosciuto altri musicisti, mi sono inserito meglio all’interno dell’ambiente musicale dell’Avana, ho messo su il mio primo gruppo – in realtà una cover band in cui suonavamo pezzi di Stevie Wonder, di Bruno Mars, insomma suonavamo soul-funk – ho inciso il mio primo disco, “Terapia”, ed eccomi qui.

Quanti anni hai?

Trentaquattro.

Dove vivi?

In posti diversi. In Francia spesso, altrettanto spesso torno a Cuba dove ho la mia famiglia. Ho tanti amici musicisti che mi hanno aperto un sacco di porte, è dall’età di diciannove anni che non mi fermo.

Mi racconti qualcosa della scena musicale cubana moderna? A parte te quali sono gli altri musicisti che noi europei dovremmo tenere d’occhio?

Mi piace molto la musica di Le Roy, una fusione eccitante di funk e musica cubana, mi piace el reparto, una particolare forma di reggaeton cubano, mi piace Daymé Arocena, lei è molto interessante. Non conosco proprio tutta la scena ma questo è quello che mi viene in mente adesso, e comunque c’è un sacco di musica interessante in questo momento a Cuba. Una commistione di funk e rock molto distorto in cui si dà molta importanza ai testi.

Qual è il tuo prossimo progetto?

Suonare. Il più possibile. Tra un po’ suono in Canada e poi vengo a Roma.

È la prima volta che suoni in Italia?

No, ho suonato altre volte da voi. Anche a Milano, e non vedo l’ora di tornare.

 

Nicola Gaeta