«Start From Scratch». Intervista a Livio Bartolo

Nuovo album per il chitarrista pugliese con l’ensemble Variable Unit. Ne parliamo con lui.

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Livio, prima di parlare del tuo ultimo disco vorrei che tu ci dica qualcosa sulla Variable Unit, che mi sembra di capire abbia una natura intercambiabile. Come nasce questo sodalizio?
La Variable Unit rappresenta la mia famiglia musicale e l’angolo sperimentale della mia musica. E’ composta da musicisti che decidono di mettersi in gioco ed uscire fuori dalla comfort zone. Poiché ogni lavoro della Unit è basato su un concetto compositivo e improvvisativo differente, ho deciso di darle ogni volta un assetto diverso, provando e sperimentando con musicisti e strumenti diversi. Il sodalizio con tutti i musicisti della Unit è nato casualmente, ritrovandoci in contesti professionali e non. La cosa che accomuna tutti i musicisti che hanno partecipato nei miei progetti è la voglio genuina di fare musica e spingersi sempre un po’ oltre gli schemi. Attualmente il gruppo è un sestetto composto da me, Anais Drago al violino, Francesca Remigi alla batteria, Aldo Davide Di Caterino ai flauti, Pietro Corbascio alla tromba e Andrea Campanella al clarinetto basso.

Passiamo a parlare del tuo ultimo lavoro discografico «Start From Scratch». In prima battuta, cosa o chi ha ispirato questo titolo?
Sono appassionato degli idioms, ovvero i modi di dire inglesi. L’espressione start from scratch sta a indicare il cominciare daccapo. E’ un po’ anche la filosofia della proposta musicale della Unit. Ogni lavoro ha come obiettivo il non ripetersi (sebbene ci sia un rapporto di continuità fra i vari lavori). Anche lo scorso «Don’t Beat A Dead Horse», edito da Dodicilune, è una frase idiomatica che sta per “non continuare su una strada già battuta, di cui conosci già il risultato” .

Dal punto di vista compositivo, questo lavoro è articolato in cinque parti: da Start a Ending, passando per uno Scherzo. Composizioni cariche di atonalità misurata, contemporaneità frizzante, profumata di free jazz europeo, però mi sembra che molto di quanto elaborato nel disco sia frutto di musica annotata e non di improvvisazione. Mi sbaglio?
Questo lavoro è una suite divisa in cinque parti. Sicuramente gran parte del lavoro è lontano dal sistema tonale come tu hai notato (tranne la parte finale, che invece adotta una scrittura prettamente tonale e modale). Le composizioni sono prevalentemente basate su un linguaggio intervallare che studio e rielaboro da diversi anni e che ha un forte debito nei confronti dei lavori di compositori come Edgard Varese, Earl Brown e il nostro grande e contemporaneo Henry Threadgill. Possiamo dire che ci sono forti legami anche con il serialismo (non integrale e non in senso stretto ovviamente), poiché anche le improvvisazioni seguono un certo ordine e struttura interna. Non sbagli nel sentire tante parti scritte. E’ un lavoro dove la scrittura convive con l’improvvisazione rendendo spesso difficile distinguere quando l’una prevale sull’altra.

La poliedricità contrassegna i tuoi lavori e la tua essenza d’artista. Sei passato da album cameristici e melodici come «Homesongs» o  «South Iceland» a ben altro corpo musicale. Si tratta di un’evoluzione o semplicemente delle diverse nature artistiche di Livio Bartolo?
Sicuramente la seconda. In me convivono più nature. Sinceramente non mi pongo limiti nei processi compositivi e non metto paletti. Mi piace scrivere ciò che sento. Non vivo nel timore di dover essere fedele a un solo modo di intendere la musica. Sono attratto da tutto ciò che mi circonda.

Quali sono gli aspetti tecnici, come chitarrista, a cui tieni in particolar misura?
Sono particolarmente legato allo scavare dentro le possibilità timbriche del mio strumento, ricercare sempre un suono che possa destare l’attenzione, senza ricadere nei soliti clichè (che è un rischio che alberga sempre dietro l’angolo). O almeno provo a farlo.

Quali sono le fasi del tuo processo compositivo?
Non seguo mai una tabella di marcia fissa nel mio processo compositivo. A volte sono particolarmente ispirato e suono dei temi che successivamente metto giù su carta. A volte decido di seguire un iter ben preciso , strutturato su parametri chiari. Tutto sta nel decidere come procedere. Ma anche in questo non seguo sempre lo stesso metodo. Anche perché come hai potuto capire, scrivo musica molto diversa ogni volta.

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Qual è il tuo rapporto con l’elettronica e le tecnologie in generale?
Cerco di stare al passo con i tempi, mi interesso di tutto ciò che può essere utile per il mio percorso. In campo musicale cerco da un po’ di tempo di addentrarmi  nello studio più accurato dell’elettronica, ma è una cosa che faccio con tempi molto dilatati. Alcune volte la utilizzo nelle mie composizioni, in maniera piuttosto modesta. Penso che un uso virtuoso delle tecnologie possa essere sempre una grande risorsa, uno strumento in più. L’importante è che si mantenga il controllo sulla tecnologia, evitando che lei prenda il controllo su di noi

Se dovessi prendere spunto, per un tuo disco, da un’opera letteraria, quale sarebbe?
Sorprendentemente, questa tua domanda rappresenta una delle mie idee che verranno sviluppate nel tempo. Sono da sempre affascinato dai Racconti di Dino Buzzati e la mia idea è di fare una selezione di alcuni racconti e musicarli. Ancora non so bene l’organico con cui lavorare, ma anche qui penso di giocarmi la carta dell’assetto variabile.

Sei prossimo a un concerto e prepari la scaletta. Quali sono i brani che sceglieresti oggi?
Per oggi inteso come questo istante ti direi l’intero album «Out to lunch» di Eric Dolphy.

Quali sono i tuoi ascolti musicali?
Negli anni ho avuto modo di essere sottoposto a un numero pressoché sterminato di ascolti. Sarebbe davvero difficile elencarli tutti. Attualmente sono molto interessato alla musica di Marc Ducret, Mary Halvorson, Tim Berne, John Zorn, Oliver Lake e ovviamente di Henry Threadgill su cui ho incentrato una tesi in conservatorio, parlando di alcune sue tecniche compositive. Ma ci sono davvero tanti artisti che seguo costantemente e che producono musica molto interessante!

Il tuo film preferito…
Sicuramente Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman, tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey. Fa luce su tanti aspetti mostruosi della natura umana, denunciando la situazione di disagio e di degrado negli ospedali psichiatrici dell’epoca.

La tua serie Tv preferita…
Sarò abbastanza impopolare ma al momento non seguo molto le serie tv. Mi rendo conto che è una cosa un po’ strana in questo periodo dove le serie tv sono più seguite che mai.

Cosa è scritto nell’agenda di Livio Bartolo?
Sulla mia agenda ci sono diversi concerti, collaborazioni in progetti di altri artisti e dischi nuovi in uscita (un quartetto formato da Francesco Cusa, Pietro Rosato e Pasquale Gadaleta che omaggia il lavoro compositivo di Gianni Lenoci) e un progetto a cui tengo molto: un lavoro orchestrale assieme al mio amico contrabbassista e compositore salernitano Gabriele Pagliano. Abbiamo scritto musica per un nonetto cameristico. Il tutto realizzato a distanza scambiandoci poche battute alla volta.
Alceste Ayroldi