ANTHONY STRONG: «AMO IL JAZZ, MA NON SOLO»

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Mr Strong, quando ha capito che la musica sarebbe diventata la sua professione?

Tra i dodici e tredici anni ho capito che la musica avrebbe occupato buona parte della mia vita. Poi, quando ero vicino ai diciassette anni, ho iniziato a frequentare la scuola di musica e prendevo lezioni di piano jazz, ho scoperto la mia vera passione per questa musica.

C’è un disco, un artista in particolare che le ha fatto dire: «io voglio diventare come lui»?

Sì, Harry Connick jr, è lui è la mia più grande ispirazione e in realtà è uno dei pochi artisti jazz che ascoltavo prima di frequentare la scuola di musica. Mi piace il fatto che è un musicista serio e professionale anche quando canta musica commerciale, ma credo d’essermi innamorato da subito del suo stile vocale e dei suoi arrangiamenti. E’ un incredibile tuttofare e spero, un giorno, di poter suonare con lui. Il mio disco preferito è «Red Light Blue Light», ma ho tutti i suoi dischi!

Lei hai scelto la via del mainstream in un momento in cui buona parte dei suoi coetanei sono alla ricerca di nuove sonorità avanguardistiche. Ha mai pensato di cambiare strada?

Io amo il jazz, ma c’è posto nel mio cuore anche per altre musiche. La gente vuole trascorre una piacevole serata quando va a vedere uno spettacolo. Vogliono ascoltare qualcosa che conoscono, oppure qualcosa che si possano godere, qualcosa di eccitante e divertente. Non voglio fare musica complicata per il gusto di farla, mi piace la musica che suoni bene. I gusti di una persona, però, cambiano con il passare del tempo, perciò chissà dove sarò musicalmente tra dieci anni. Per ora mi godo lo swing e la musica che più mi piace.

A tal proposito, come giudica la scena jazzistica inglese?

E’ grandiosa. Si è creata una comunità estremamente solidale che è sempre in fermento. Ho sempre amato guardarmi intorno per ascoltare nuova musica (soprattutto cantanti di sesso maschile), ma Londra ha una scena esaltante, con alcuni concerti incredibili, per non parlare del London Jazz Festival che, a mio parere, è uno dei migliori al mondo.

E, se ne ha conoscenza, come giudica quella italiana?

E’ fantastico che ci siano così tanti festival! In Gran Bretagna abbiamo Londra e Cheltenham e forse qualche altro festival di particolare importanza, ma non come in Italia. Non ho mai avuto molte occasioni per ascoltare i musicisti italiani, ma ve ne sono di eccezionali che vivono e suonano a Londra e Parigi. Uno dei miei favoriti è il contrabbassista siciliano Carmelo Venuto, con il quale ho avuto l’occasione di suonare qualche volta nel Sud Italia.

Parliamo di «Stepping Out»: un disco di particolare pregio, dove lei è compositore di buona parte dei brani. Chi o cosa ispira la sua musica?

Musicalmente, come ho detto prima, Harry Connick jr è il mio più grande ispiratore e sicuramente pervade anche «Stepping Out». Poi, il brano principale si ispira ad un arrangiamento di Tony Bennet e pago anche il mio personale tributo a Kurt Elling con la mia versione di My Foolish Heart. Altri? Sicuramente Diana Krall, Mel Tormé, Bill Evans e tanti e tanti altri.

Ha un riferimento stilistico nelle sue composizioni?

Amo tutti gli autori del grande songbook americano e mi piace ingannare, per gioco ovviamente, l’ascoltatore facendogli pensare che il mio brano, la mia canzone sia uno standard classico degli anni Trenta. Il mio primo album «Guaranteed» aveva proprio queste caratteristiche. In «Stepping Out» ho disteso il suono con l’aggiunta degli archi e con l’inserimento di una canzone più orientata verso il pop e un’altra ispirata ai film noir di spionaggio.

In «Stepping Out» ha riunito una band molto interessante e di alta qualità. Ha ottenuto i risultati che voleva?

Sono molto orgoglioso di questo disco e di aver lavorato con dei musicisti incredibili. Penso che la sezione ritmica sia particolarmente elegante, il mood di Hollywood è dato dagli archi e alcuni momenti intensi ed eccitanti arrivano dagli straordinari solisti: Nigel Hitchcock, Brandon Allen e James Morrison. Ogni artista ha delle piccole cose che vorrebbe cambiare, ma nel complesso sono più che soddisfatto. E’ un disco pensato anche per descrivere lo spettacolo dal vivo e penso che l’obiettivo sia stato raggiunto.

E’ anche il primo disco che incide con la label francese Naïve: come mai un cantante e pianista inglese è approdato in Francia?

Dopo un paio d’anni di autoproduzioni e alcuni grandi festival, ho iniziato a ricevere offerte da case discografiche di mezza Europa. Ho scelto Naïve perché ha un’eccellente reputazione: sono grandi, ma non troppo e mi hanno fatto una splendida offerta. Un altro punto a loro favore è stato il loro roster molto variegato e, per uno come me che prende in prestito da disparati generi musicali, era un aspetto molto importante.

Falling In Love sembra abbia l’autorevolezza per diventare un hit single: che ne pensa?

Lei è molto gentile. Quella canzone mi piace molto. Vedremo, comunque penso che la canzone sia venuta veramente bene, grazie!

Lei attinge al songbook di Cole Porter, Frank Loesser, Young-Washington e anche Kurt Weill e, poi, spunta Overjoyed di Stevie Wonder: cosa significa Stevie Wonder per lei?

Avevo inserito For Once In My Life nel mio ultimo ep e volevo fare un’altra canzone di Stevie Wonder anche nel nuovo disco. Overjoyed è il mio brano preferito del repertorio di Stevie, quindi è stata una scelta facile. Volevo fare un certo tipo di bossa: rilassata, con gli archi e con una bella armonia e nel minuto in cui ho scritto l’arrangiamento, già sapevo perfettamente cosa volevo mettere nel disco.

La sua voce è particolarmente elastica. Chi è stato il suo mentore?

Quando ho iniziato a interessarmi della musica, in principio ho preso lezioni di canto classico nella mia città. Sostenni gli esami e così avevo già un’idea sulle tecniche vocali quando iniziai a cantare jazz. Per un po’ il mio mentore è stato Ian Shaw che mi ha dato i giusti consigli e mi ha aiutato a produrre il mio primo demo in acustico.

Parliamo di Anthony Strong pianista: quanta attenzione presta all’improvvisazione?

In termini di arrangiamento le improvvisazioni mi piacciono corte e scattanti, così mentre improvviso non ci sono chorus. Deve avvenire su una specifica sezione già prevista. Comunque, sento che l’improvvisazione è uno dei vantaggi di essere un jazzista e mi piace il fatto che sia diversa ogni qualvolta suoniamo.

Lei è stato anche un attore. Quanto ha influito quest’esperienza sulla sua carriera di musicista?

Da bambino ho fatto alcuni lavori che hanno avuto un discreto successo, ma non è una cosa che potrei fare ora e a tempo pieno: sono un musicista prima di tutto. L’anno scorso mi è stato offerta la parte di Jerry Lee Lewis nel musical Million Dollar Quartet e ho colto al volo l’opportunità, perché ho pensato: quando mi capiterà di nuovo l’occasione di interpretare un cantante e pianista sul palco? E mi è piaciuto un sacco! Mi ha anche insegnato molto e, a proposito di esibizioni, un po’ di Jerry si è infilato nelle mie.

A Ayroldi