Whitney Museum dedica dieci giorni a Cecil Taylor

Pochi giorni dopo il suo ottantasettesimo compleanno, il maestro di Long Island è stato celebrato con tutti gli onori al Whitney Museum

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Cecil Taylor

Per ben dieci giorni, dal 14 al 24 Aprile, il prestigioso Whitney Museum di New York ha dedicato a Cecil Taylor una serie di concerti, incontri, film, dibattiti e una mostra straordinaria. E’ stato un evento che certamente rimarrà nella storia della musica, e per molte ragioni. Innanzi tutto una rassegna così completa, per certi aspetti sontuosa, non era mai stata allestita in terra americana da un’istituzione culturale importante per un musicista di jazz vivente. È chiaro che nel caso di Cecil Taylor si può agevolmente affermare trattarsi di una personalità talmente rilevante, con dei tratti di forte genialità, da avere influenzato con forza l’evoluzione del linguaggio jazzistico dell’ultimo mezzo secolo.

Però nessuno si era mai sognato di affrontare l’intera carriera e persino le prospettive future di un musicista di jazz e dispiegarle al pubblico, sia pure un pubblico predisposto all’arte contemporanea ma in gran parte non specializzato. Nell’anno della vittoria di Henry Threadgill del premio Pulitzer, i segnali di un forte riconoscimento ufficiale, se vogliamo anche «accademico», all’arte musicale afro-americana ci sono tutti. Non Louis Armstrong, né Duke Ellington o Miles Davis, hanno avuto in vita tributi di questa natura dall’establishment culturale americano. I grandi successi del Pulitzer, ad esempio, per i jazzisti sono arrivati tardi: a partire dal 1990 con Mel Powell e nel 1994 con Gunther Schuller, ma con lavori certamente non jazzistici. Si deve arrivare al 1997 con Blood on the Fields di Wynton Marsalis per veder premiata una composizione di jazz; quindi al 2007 con «Sound Grammar» di Ornette Coleman e ora con Henry Threadgill. Ma la retrospettiva di Taylor al Whitney si può definire in realtà come una prospettiva del suo lavoro di musicista e delle influenze a raggiera che è riuscito a creare in tutti questi anni. La serie di interventi, da immagini multimediali a concerti, film e incontri con critici (spiccavano una session d’ascolto con Gary Giddins e un simposio su poesia e musica con A.B. Spellman) si è svolta al quinto piano del bellissimo museo, nella nuova sede al Meatpacking District di Manhattan disegnata da Renzo Piano e aperta da appena un anno. Lo spazio a disposizione era enorme, un lungo rettangolo con due vaste vetrate ai lati opposti: una che dava sulla downtown newyorkese e l’altra, davanti alla quale era stato allestito un palco per i concerti, con una visione mozzafiato sull’Hudson River proprio di fronte al New Jersey.

La spettacolarità del luogo ha certamente influito sul gradimento del pubblico, che è accorso numeroso restando affascinato dal grande schermo piazzato in mezzo alla sala, dove le immagini e i suoni di Taylor al pianoforte scorrevano senza sosta.
Davvero un colpo d’occhio incredibile: ci ha fatto inorgoglire anche l’esposizione di alcuni numeri di Musica Jazz, con in copertina Taylor, fra i preziosi materiali di repertorio in mostra (un segno lo abbiamo lasciato anche noi in tutti questi anni, no?). L’ormai «grande vecchio» maestro dell’avanguardia jazzistica si è visto di rado ma la sua presenza è stata comunque onorata da flussi di pubblico, fotografi, giornalisti da ogni parte del globo. Il concerto d’apertura, già tutto esaurito da settimane, lo ha visto esibirsi assieme ad un altro anziano protagonista del jazz contemporaneo, il batterista inglese Tony Oxley, che invece dei tamburi ha usato le tastiere elettroniche per accompagnare Taylor. Con loro, il danzatore giapponese Min Tanaka. Anche se obbligato a servirsi di un bastone per camminare, una volta di fronte al suo strumento l’ottantasettenne pianista americano è apparso come un ragazzo, ancora esaltato dai suoni e persino danzante sul palco.

Tra i concerti dei giorni successivi, che hanno visto all’opera musicisti del calibro di Tristan Honsinger, Henry Grimes, Tracie Morris e tanti altri, ci ha fatto molto piacere assistere al’esibizione di un nostro «grande maestro» come Enrico Rava, unico italiano invitato in questa straordinaria occasione e certo con merito, visti i suoi trascorsi con lo stesso Taylor. Rava ha letteralmente sbaragliato e dominato la scena suonando il flicorno in un trio d’eccezione: con lui, William Parker al contrabbasso e Andrew Cyrille alla batteria. I tre musicisti hanno dato vita ad un set breve ma di un’intensità e una coesione davvero eccezionali. Rava ha tirato fuori una grinta, una voglia di suonare che hanno sorpreso anche chi lo conosce da parecchio tempo. Si vedeva benissimo che la situazione gli era congeniale e, per certi aspetti, poteva essere quasi un ritorno ai «vecchi tempi». Però c’era proprio Cecil ad assistere, in prima fila, e forse la sua presenza ha spinto il nostro trombettista a prendere in mano la leadership del gruppo e quindi a condurlo verso strade non abituali, addirittura imprevedibili. Davvero un concerto di grande intensità, pur se in una logica da free jazz d’annata, che potrebbe – e lo speriamo – aprire delle prospettive future per una collaborazione fra i tre grandi che non sarebbe giusto restasse episodica. Una bella soddisfazione per il nostro jazz, rappresentato degnamente dal suo musicista più noto in America. C’è solo da augurarsi, quindi, che l’esperienza jazzistica così ben strutturata al Whitney possa ben continuare in futuro, e che ciò possa essere d’impulso – perché no? – anche per le nostre istituzioni culturali a far loro percorrere la medesima strada. Sarebbe davvero auspicabile e di grande aiuto per lo sviluppo futuro di tutto il jazz italiano.

Enzo Capua