«There Is A Song» Mette Juul

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«THERE IS A SONG», INTERVISTA A METTE JUUL

di Alceste Ayroldi

La giovane cantante e compositrice danese pubblica per la Blue Note Danish il suo nuovo album. Ne parliamo con lei.

Mette, chi o cosa ti ha portato al jazz?

Quando ero ragazzina un mio buon amico mi diede l’album di Joni Mitchell «Don Juans Reckless Daughter», che mi ha letteralmente aperto le orecchie. Non avevo mai sentito una musica del genere prima di allora. Il modo in cui Joni Mitchell univa la tradizione cantautoriale con il jazz mi diede una scossa e, così, piombai nel suo universo. Credo che sia stato questo l’inizio di tutto.  A parte ciò, ho sempre amato usare la mia voce in differenti modi, anche improvvisando. Era come un gioco per me, senza rendermi conto perfettamente di ciò che stavo facendo. Il jazz mi ha attratto da subito.

«There Is A Song» è il tuo terzo album. Cosa è successo prima nella tua vita artistica?

Ho trascorso buona parte della mia vita a scrivere canzoni e registrare un disco con le mie canzoni i qualcosa che desideravo fare da tanto tempo. Dopo aver vinto un concorso per cantanti nel 2007, le cose sono cambiate un pochino, perché sono stata invitata in alcuni jazz festival e club. Così, i brani jazz del songbook americano e anche alcune composizioni più recenti sono entrate a far parte del mio repertorio, acquistando sempre più maggiore importanza. Ho molto a cuore l’american songbook e amo cantare quelle canzoni. Avevo molte cose da dire, così quando Ambrose Akinmusire mi ha spinto a registrare un disco con i miei brani, mi è sembrato il momento migliore per farlo, perché adoro il suono di Ambrose sulle mie canzoni: è una continua fonte di ispirazione lavorare con lui.

Come nascono le tue composizioni? Da cosa trai ispirazione?

Per questo album le mie fonti di ispirazione sono stati i viaggi in diversi paesi che ho visitato e le persone che ho incontrato. Molte idee vengono quando sto facendo qualcosa, quando cammino nel parco, quando sono all’aperto per lo più. Le canzoni di questo disco mi fanno sentire più vicina alle mie radici, mi ricordano da dove vengo ma, al contempo, cerco nel mondo altre fonti di ispirazione, dagli altri modi di vivere la vita. «Questa è una canzone, non preoccuparti dove sei o chi sei». Immagino che sia una tappa per diventare adulta guardare il mondo e vederlo come qualcosa che mi appartiene. I  miei riferimenti, che penso si possano ascoltare in molti miei brani, sono Tracy Chapman e Joni Mitchell e ho lasciato che queste vecchie influenze venissero fuori nelle canzoni che ho scritto.

Ti senti più una cantautrice o una cantante e compositrice jazz?

Sono una cantante jazz e una cantautrice: non so quale delle due definizioni viene per prima. Vorrei essere una cantautrice che non cerca il suo suono in un modo specifico e univoco. Mi diverto a scrivere canzoni che si possono interpretare in molti modi, e mi diverto a eseguirle con jazzisti, nello spirito del jazz, dove tutto può accadere. Ma sarebbe meraviglioso produrre e arrangiare un disco con trombe, violini e voci…

Nel tuo processo compositivo vengono prima i testi o la musica?

In linea di massima, quando scrivo una canzone, succede questo: mi siedo con la mia chitarra e improvviso da sola e, improvvisamente, sento qualcosa di speciale che scuote il mio corpo, che mi fa sentire il brano già prima che l’abbia scritto, così cerco di mettere in musica ciò che sento in quel momento. Alcune volte le parole vengono fuori con la musica, ma di solito lavoro sui testi subito dopo che ho concepito la musica. Molto spesso ho delle idee per i testi nei posti più strani. Così, cerco di correre al più presto a casa per mettere giù l’idea e scriverla se non ho un taccuino dove appuntarla al momento.

Certo che hai messo su un gran gruppo.

Ambrose Akinmusire mi inviò una email con le sue idee per alcuni batteristi, bassisti e chitarristi e, quindi, ne ho sentiti tantissimi fino a che non ho sentito quelli che potevano essere perfetti per il mio album. Sono tutti un sogno per questo lavoro. Io e Nikolaj Hess abbiamo prodotto il disco insieme e ci sentiamo privilegiati per aver lavorato con questi meravigliosi musicisti.

Sarà difficile organizzare un tour con questi musicisti. Hai pensato a qualche soluzione alternativa?

Bella domanda! Sarò in tour con la mia band danese quest’inverno: il grande batterista Alex Riel, il meraviglioso bassista Jesper Lundgaard e il virtuoso pianista Heine Hansen. Ma girerò anche con la band dell’album nella primavera 2016, cioè con Rodney Green, Joe Sanders e Nikolaj Hess. E sarò in tour anche con una formula più cameristica: solo io e la mia chitarra accompagnata da basso e pianoforte. E, ancora, farò anche dei concerti da sola.

Il tuo disco restituisce un sound tipico del jazz classico americano, ma con qualcosa di tipicamente danese.

Sì, è vero. Secondo me questo album è una miscela di jazz americano e del mio suono scandinavo. E’ interessante come la gente ascolti in modo differente questo disco. Alcuni l’hanno definito «Sondheim», «jazz», «cantautoriale», «canzone di protesta», «bluesy».

Il tuo jazz ha un suono classico. E questo per te lunico modo di intendere il jazz?

In realtà, non penso che il jazz di questo album si jazz classico, perchéè qualcosa di più: è il cantautorato che si fonde con il jazz. Molte delle composizioni di questo disco sono state scritte su alcune semplici armonie jazz.

La tua voce è profonda e attoriale. E’ una tua peculiarità?

Cerco sempre di trovare la maggiore profondità anche nei testi di altre persone e mi vedo come una storyteller quando canto. Da artista, sono sempre impegnata in un processo che mi porti alla scoperta di nuove cose per la mia musica e la mia voce. Non deve mai essere la stessa cosa. Potrei trovare un suono diverso nel prossimo disco. Quando canto in concerti jazz, succedono sempre cose nuove ed è lo stesso quando registro: tiriamo fuori cose nuove. Ma qualcosa non dovrà mai cambiare, spero sempre di essere più onesta possibile.

Qual è il tuo background?

Sono cresciuta in una famiglia comune, ma mia madre cantava sempre tanto. Ho ricevuto in dono da lei la passione per il canto. Non era una famiglia di musicisti: sono io la prima! Così non sapevo nulla di teoria musicale prima di diventare più grande. Quando ero ragazzina ascoltavo Tracy Chapman, Ricky  Lee Jones, Joni Mitchell, Joan Baez, che sono state le mie madri musicali. Più tardi, ho iniziato ad ascoltare Ella Fitzgerald, Elis Regina, Chet Baker, Billie Holiday, tra gli altri.

Quali sono i tuoi tre dischi perferiti?

C’è un sacco di bella musica nel mondo! Penso, al momento, «I Remember Miles» di Shirley Horne e «Don Juans Reckless Daughter» di Joni Mitchell.

Cosa è scritto nell’agenda di Mette Juul?

Vorrei viaggiare e fare concerti ancora di più. Amo visitare posti nuovi, fare nuove esperienze e conoscere gente nuova, perché sono fonte d’ispirazione per la mia musica. Sento di essere privilegiata nel vivere nel mondo della musica. Ho molte idee per altri dischi da registrare in futuro. Mi auguro di poter lavorare di più con altri musicisti e in altri progetti.

Alceste Ayroldi

Foto di copertina: Stephen Freheit