Keith Tippett «The Unlonely Raindancer»

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AUTORE

Keith Tippett

TITOLO DEL DISCO

«The Unlonely Raindancer»

ETICHETTA

Discus


Due ottime notizie sono arrivate in questa prima metà dell’anno da casa Tippett. La prima, fondamentale, riguarda lo stato di salute del pianista, che sembra essersi rimesso – dopo l’infarto – anche grazie alla solidarietà di quanti hanno contribuito alle cure. La seconda è in un certo senso anch’essa figlia della solidarietà, della stima e dell’amicizia. Riguarda la ristampa di questo storico album, oggetto del desiderio di chi ama le gesta del pianista e compositore di Bristol. Disco sparito dalla circolazione da tempo immemore, tra i primi a essere incluso nella sezione Li salvi chi può su queste pagine già nel novembre 2013. Operazione frutto di una relazione basata in sintesi sull’ammirazione che ha spinto Martin Archer a mettere mano sui nastri del tour (il primo in solitudine) che Tippett tenne in Olanda nel 1979. Da quei concerti nacque il disco stampato dalla Universe Productions, ma il master è disperso chissà dove. Ed ecco che Archer si è messo pazientemente all’ascolto di tutte le registrazioni ricomponendo la scaletta dell’ellepì. Merito anche di Hazel Miller, che ha conservato le preziose cassette preservandole dall’usura. Lavoro storico, dunque, perché è lo snodo tra la sontuosa discografia degli anni Settanta, che vide Tippett allestire Centipede, Ovary Lodge e Ark, militare nei King Crimson, partecipare ai Ninesense di Elton Dean, al Louis Moholo Octet e agli Isipingo di Harry Miller e frequentare il giro dei Soft Machine, per restare all’essenziale, e i magri anni Ottanta all’insegna del risparmio per vie delle ristrettezze economiche causate dalla sua visione integerrima dell’arte. Quanto al doppio album, ora sistemato su un unico cd, ci perdonerete la lunga autocitazione di quanto scrivemmo sei anni fa.

«L’intera poetica di Tippett è depositata in «The Unlonely Raindancer», tutta l’anima e la tecnica dell’uomo di Bristol: vertiginose scorribande sui tasti, maestose e liriche aperture, sospensioni di carattere rituale, fluire di arpeggi in ogni dove, un minimalismo frenetico e incompiuto fatto di ossessive ripetizioni volutamente imprecise, svolgimenti serrati, il tocco sempre fulgido, musicale anche quando sembra che tutto miri unicamente a sbriciolare il singolo martelletto, la lucida visionarietà, presente in ogni istante, che destruttura le composizioni senza che mai l’improvvisazione imbocchi un vicolo cieco. Tippett esibì questo repertorio al completo. Si considerino le due versioni di Tortworth Oak. La prima apre con toni vibranti e un tema disegnato subito con precisione, poi di colpo viene dirottata, indirizzata alla ricerca via via più ossessiva di un climax. Un’intensità che sfocia nella spettacolare performance iterativa di The Unlonely Raindancer, che segue in scaletta. La seconda versione invece privilegia tempi più distesi, si procede per slittamenti progressivi, la frenesia percussiva si stempera e si infiamma in un gioco vertiginoso d’alternanze. Altrove l’atmosfera si fa più lirica, ad esempio in Dear Ireland, The Pool e Thank You God For My Wife And Children, mentre echi degli Ovary Lodge risuonano nella labirintica Steel Yourself/The Bell, The Gong, The Voice. Insomma, immaginifico ed emozionante».

Fucile

[da Musica Jazz, luglio 2019]


DISTRIBUTORE

FORMAZIONE

Keith Tippett (p., cetra).

DATA REGISTRAZIONE

Olanda, aprile 1979.