«The Hidden Side» Rosario Giuliani

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di Alceste Ayroldi

«The Hidden Side» è l’ultima fatica discografica del sassofonista romano Rosario Giuliani. Ne parliamo con lui.

Rosario, è venuto fuori il tuo lato nascosto? Cosa vuoi raccontare con «The Hidden Side»?

Ogni album rappresenta per per me l’occasione per rendere indelebili momenti fondamentali della vita, fatti di luoghi, incontri,  emozioni, scoperte e crescita artistica. Quando scrivo musica oppure improvviso sento il bisogno di raccontare le mie emozioni, e in questo caso mi sono messo a nudo e sono andato a scovare quelle che sono le emozioni più intime. Quelle che tutti cerchiamo di proteggere perché fanno parte della nostra fragilità ma che sono la nostra parte più vera.

Ritieni che si possa parlare di un concept album a tutti gli effetti, anche dal punto di vista musicale?

Direi  proprio di sì. E’ il racconto di una parte di me, come fosse un libro: il mio libro fatto di suoni. In ogni titolo e in ogni brano c’è una parte della mia vita e del mio mondo emotivo che si sviluppa proprio partendo dal titolo. E’ un invito ad andare oltre l’immagine che si ha di me, oltre la superficie, cercando quello che fino ad ora non si era mai mostrato. Musicalmente ho cercato di sviluppare al meglio quelli che sono gli elementi «invisibili» di una composizione, perché penso siano essenziali per poter creare musica che abbia respiro, senso melodico e senso armonico.

Rispetto a «Images» sembra che tu abbia cambiato tutto, anche la casa discografica. Cosa è successo in questi tre anni?

La Dreyfus Jazz con cui ho registrato sei albums, dopo la scomparsa di Francis Dreyfus nel 2010 è stata venduta alla Bmg. Quindi dopo aver registrato «Images» con il nuovo staff ho deciso di interrompere la collaborazione. Senza Francis, per me un padre artistico, non era più la stessa cosa.

Ciò che colpisce, sono le forme inconsuete che utilizzi: in alcuni casi, si fatica a trovarne una. C’è qualcuno o qualcosa che ha influenzato questa tua nuova vena compositiva?

Certo! Si fatica perché in realtà alcuni brani sono proprio senza forma e aggiungo senza tempo. Due anni fa ho avuto l’occasione di collaborare con Paolo Damiani nel suo progetto «Double Trio» uscito nel 2015 sempre per Parco della musica Records. Suonando la sua musica, che inizialmente pensavo di non essere in grado di affrontare, mi sono trovato in un mondo musicale per me nuovo ma molto stimolante e divertente. Ecco sono partito proprio da quel momento e ho seguito semplicemente l’istinto che mi ha portato a mettere insieme tutti gli elementi per poter poi sviluppare la musica di «The Hidden Side».

Se tu dovessi paragonare il tuo lavoro a un’opera d’arte visiva, quale sarebbe?

Forse l’astrattismo, che negando la rappresentazione della realtà esalta i propri sentimenti attraverso forme , linee e colori che in questo caso sono sostituite da suoni, note, pause e silenzi.

Uno degli elementi che ti contraddistingue è la tua particolare cura del suono, che nel tuo ultimo disco lega la tradizione a un sound molto più contemporaneo. Quali sono i canoni della tua ricerca musicale?

Non seguo dei canoni ben precisi, la musica si evolve continuamente e ti porta in tante e diverse direzioni. Lavoro giornalmente sullo sviluppo della sensibilità, sulla concentrazione e sulla tecnica strumentale, sviluppando tutto cio’ che può  portarmi ad avere un rapporto profondo con la musica.

Parliamo del tuo quartetto, dei tuoi compagni di viaggio. Perché hai scelto proprio loro?

Ogni singolo musicista caratterizza il suono di un gruppo, e l’esigenza di cambiare ha voluto dire proprio questo: cercare un suono nuovo. Con Fabrizio Sferra ho lavorato a lungo nel passato e ritrovarmi con lui è stato fantastico. Durante la registrazione era come se mi leggesse nel pensiero, il suono della batteria era esattamente quello che avevo immaginato. Alessandro Lanzoni e Luca Fattorini rappresentano la nuova generazione, ma pur essendo così giovani hanno una grande maturità e sensibilità artistica e sono in grado di mettere il loro talento al servizio della musica.

Poi, ci sono arpa e violoncello: perché proprio questi due strumenti?

Paolo, come già detto precedentemente, ha influenzato parte di questo album, il suo violoncello ha contribuito a rendere il suono del sassofono più vicino alla voce umana aggiungendo colore; colore che è stato accentuato dall’arpa di Marcella Carboni. Il loro contributo è stato importante per poter creare le sfumature che volevo dare a questo lavoro.

C’è una dedica nel tuo disco: Tamburo

A proposito di emozioni! La notizia  della scomparsa di Marco Tamburini mi ha lasciato senza respiro, senza parole, non riuscivo a smettere di piangere. Scrivergli un brano era l’unico modo che avevo per uscire da quel momento di grande sofferenza. E poi come dice Vincenzo Martorella nelle note di copertina «…Marco non se n’è andato, come tutti credono. Semplicemente, da qualche parte, si è nascosto».

In un periodo in cui in buona parte della discografia si ritrovano standard jazz, nel tuo disco non ce ne è traccia. Quale è il tuo rapporto con la tradizione?

Ci sono tre punti fondamentali nella musica che ognuno di noi dovrebbe attraversare e sono: imitazione, stilizzazione e innovazione. Il rapporto con la tradizione è fondamentale, io sono cresciuto con Charlie Parker e John Coltrane. Però c’è un momento in cui si sente il bisogno, e aggiungo il dovere, di inseguire il proprio suono anche nella composizione cercando, dopo aver imitato e scelto il proprio stile, di fare innovazione. Tantomeno provarci.

Perché hai scelto il sassofono contralto?

Non ho scelto io il sassofono contralto, bensì mio fratello. Ero troppo piccolo e dissinteressato per scegliere uno strumento. Mia madre invece ha scelto la musica. Se oggi faccio questo lavoro lo devo proprio a loro, sono i miei due angeli custodi.

Come giudichi lo stato di salute del jazz in Italia dal punto di vista politico-economico-organizzativo?

Non vorrei fare retorica, tantomeno dire cose che sappiamo già tutti. Siamo in un momento di grande crisi, spero che questa direzione cambi quanto prima.

Qual è stato l’evento, nella tua vita artistica e non solo, che ritieni determinante?

Il primo l’ho già accennato, mia madre che sceglie la musica per togliermi dalla strada visto che ero un bambino molto irrequieto e mio fratello che mi porta al sassofono contralto. Forse l’evento determinante è stato l’incontro con Francis Dreyfus che mi ha permesso di diventare un’artista internazionale.

Sono passati vent’anni dal tuo successo nel premio Massimo Urbani. Ritieni che abbia contribuito in modo significativo nella tua carriera di musicista?

E’ stato importante vincerlo, mi ha dato maggior convinzione. Non penso che sia fondamentale, la musica non è classificabile, anche se viviamo in un momento storico in cui tutto viene posto in questa direzione, superficiale direi. Vincere, essere famoso non vuol dire essere il più bravo, essere vincente significa imporsi con la propria musica, con i propri mezzi, cercando di crescere con l’insegnamento che giornalmente la vita ci offre.

Cosa è scritto nell’agenda di Rosario Giuliani?

Oltre a «The Hidden Side» usciranno altri due albums. Il primo è «Cinema Italia» con Luciano Biondini, Enzo Pietropaoli, Michele Rabbia per l’etichetta Jando Music dove abbiamo affrontato la musica di Ennio Morricone e Nino Rota. Il secondo in duo con Enrico Pieranunzi per l’etichetta tedesca Intuition Records , un tributo alla musica di Duke Ellington. Sono stato in Giappone due volte quest’anno, a giugno con «The Golden Circle» (con Fabrizio Bosso, Enzo Pietropaoli e Marcello Di Leonardo) e in ottobre un tour per undici concerti con Roberto Tarenzi e due musicisti giapponesi, sempre a giugno sono stato a Salonicco (Grecia), e con «The Hidden Side» al festival Una striscia di terra feconda a Roma. A luglio in Portogallo (Palmela) per il festival internazionale del sassofono; Umbria Jazz a Perugia e così vie. Ora, mi aspetta un autunno pieno d’impegni perché, oltre a tutta una serie di concerti che devo fare, sono stato chiamato a far parte del nuovo progetto di Andrè Ceccarelli con cui farò un tour in Francia suddiviso da settembre a dicembre.Tra tutto questo devo anche ritagliarmi  il tempo per l’insegnamento visto che sono docente di sassofono jazz presso il conservatorio di Santa Cecilia a Roma e seguo un corso di perfezionamento al Saint Louis Music Center.

E nel diario dei segreti?

Per scaramanzia i segreti (sogni) preferisco che rimangano tali, almeno fino a quando non si avverino.

Alceste Ayroldi

foto di Paolo Soriani