Tutto il mio folle amore, di Francesco Carofiglio.
Garzanti, 2026. Pagine 368. Euro 19.
Parlare di Tutto il mio folle amore di Francesco Carofiglio significa immergersi in un’opera che è, al contempo, romanzo storico, elegia della giovinezza e partitura musicale dell’anima. Un libro che vibra, letteralmente, come un vecchio vinile di jazz consumato dal tempo. E non è un caso: la musica – e in particolare il jazz – non è semplice ornamento, bensì architrave simbolica e narrativa dell’intera vicenda.
Prima di entrare nel merito di questo libro, è bene presentare chi tira le fila di questo bel romanzo. Francesco Carofiglio, nato a Bari, è una figura poliedrica: scrittore, architetto, illustratore e regista. Fratello di Gianrico Carofiglio, ha già consegnato ai posteri alcuni romanzi di particolare pregio, come: L’estate del cane nero, La casa nel bosco (scritta a quattro mani con il fratello) e Le nostre vite.
Entriamo nel merito di questo bel lavoro editoriale. Siamo a Bari, luglio 1943. Un corteo di studenti che celebra la caduta del regime fascista viene brutalmente represso: gli spari segnano non solo la fine di una manifestazione, ma anche quella dell’innocenza di un’intera generazione. Alessandro Latorre, diciassettenne sensibile e riflessivo, assiste impotente alla tragedia che cambierà per sempre il suo sguardo sul mondo. Accanto a lui c’è Italo Acquaviva, cugino e alter ego: impulsivo, ribelle, vitale. Due poli opposti che si attraggono, incarnazioni complementari di una giovinezza sospesa tra ideali e istinto.
Il romanzo si sviluppa tra la nascita di Radio Bari, divenuta voce della resistenza, e l’incontro con Carolina Fitzgerald, giovane italo-irlandese dal fascino magnetico e dalla voce capace di incantare. In questo crocevia di guerra, amore e formazione, i protagonisti attraversano il confine tra adolescenza e maturità, accompagnati da una colonna sonora che è, insieme, rifugio e atto di ribellione.
La narrazione, pur radicata in un preciso contesto storico, evita accuratamente la pedanteria documentaria: non vi è mai l’impressione di leggere una lezione di storia, bensì di ascoltare una memoria viva, pulsante, incarnata nei corpi e nelle emozioni dei protagonisti. Infatti, è nella costruzione dei personaggi che il romanzo trova la sua più autentica grandezza. Alessandro non è semplicemente un giovane colto e sensibile: è un ascoltatore. E questo dettaglio non è secondario. Egli ascolta la musica, ascolta le parole, ascolta il mondo. In un’epoca dominata dal fragore delle armi, l’ascolto diventa gesto rivoluzionario.
Un libro che trasuda musica in ogni sua pagina. Alessandro suona nei “Jazz Boys”, una band clandestina, e questo elemento non è un semplice vezzo narrativo. Il jazz, in un’Italia ancora soffocata dalle macerie del fascismo, rappresenta una forma di libertà radicale. Non solo musicale, ma culturale e politica. Il jazz è improvvisazione, è dialogo, è rischio. E Carofiglio lo utilizza come metafora della crescita: proprio come un assolo jazzistico, la vita dei protagonisti è fatta di deviazioni improvvise, di errori trasformati in possibilità, di armonie inattese.
Uno dei passaggi più significativi – e qui il romanzo si fa quasi manifesto poetico – è quello in cui la musica diventa rifugio dalla guerra. Le note suonate da Alessandro non sono evasione, ma resistenza. Non anestetizzano il dolore, lo attraversano. Il jazz, inoltre, porta con sé un’aura di alterità: è musica “altra”, straniera, libera. In un contesto oppresso, diventa simbolo di apertura al mondo, di contaminazione culturale. Non è un caso che Carolina, con la sua identità italo-irlandese, sia legata alla dimensione musicale: ella stessa è, in un certo senso, jazz incarnato. E ancora: la radio. Dai microfoni di Radio Bari “suonano le note di una musica nuova”, segno che la musica non è più soltanto esperienza privata, ma voce collettiva, strumento di liberazione.
Particolarmente suggestiva è l’idea che la vita stessa sia una composizione jazz: non lineare, non prevedibile, ma autentica proprio nella sua imperfezione.
Il ritmo narrativo è costruito con una sapienza quasi musicale: alternanza di pause e accelerazioni, di momenti intimi e aperture corali. Si ha spesso l’impressione che il romanzo stesso segua una struttura jazzistica, con temi che ritornano, si trasformano, si arricchiscono.
Tutto il mio folle amore è un romanzo che si legge come si ascolta un grande disco jazz: lasciandosi attraversare, senza pretendere di afferrare ogni nota. È un libro che parla di guerra senza essere bellico, di amore senza essere sdolcinato, di musica senza essere didascalico.
Ma soprattutto, è un romanzo sulla possibilità della bellezza anche nel disastro.
E se è vero che ogni generazione ha la sua colonna sonora, quella raccontata da Carofiglio è fatta di trombe rauche, pianoforti notturni e voci che tremano ma non tacciono. Una musica imperfetta, certo. Ma, proprio per questo, profondamente umana.
Alceste Ayroldi
