Come di consueto, nel periodo compreso tra il 25 aprile e il 2 maggio, Torino si trasforma nella capitale nazionale del jazz grazie a una programmazione ricca e capillare: 101 eventi distribuiti in 72 diverse sedi cittadine. Un festival diffuso, itinerante e soprattutto accessibile, reso possibile da un ampio numero di appuntamenti gratuiti e da una serie di main concerts a prezzi contenuti. In questo modo l’esperienza festivaliera si integra profondamente nel contesto cittadino, permettendo a un pubblico ampio e trasversale di partecipare a più eventi in cartellone. Il festival diventa così anche un’occasione per attraversare la città, scoprendo angoli e prospettive di una Torino dal fascino decadente ma sempre magnetico, sospesa tra eleganza sabauda e un’anima urbana post-industriale.
Un ruolo determinante in questo processo è svolto dal Comune di Torino, principale promotore della manifestazione: un caso ancora piuttosto isolato nel panorama italiano. L’amministrazione cittadina continua infatti a credere e investire con decisione nel festival, riconoscendone il valore come volano economico e culturale per il territorio e contribuendo a mantenere Torino una città vivace e dinamica.
Quella del 2026 è stata un’edizione variegata e aperta a linguaggi differenti, capace di alternare nomi affermati e giovani promesse. Dopo aver assistito al convincente concerto degli Hurry Red Telephone di Marc Ribot, siamo tornati in città per seguire gli ultimi giorni del festival. Ecco alcune impressioni.
La reunion della Italian Instabile Orchestra rappresentava senza dubbio uno dei momenti di maggiore rilevanza storica: una formazione seminale per la scena della musica improvvisata italiana, tornata sul palco con un repertorio tratto da «Plays Ellington» (Felmay, 2025), registrato dal vivo a Porto nel 2013, con gli arrangiamenti firmati da Giancarlo Schiaffini. Negli ultimi anni, l’Orchestra ha diradato sensibilmente le proprie apparizioni (l’ultimo concerto risaliva all’ottobre 2024 a Roma) rendendo così l’appuntamento torinese un’occasione particolarmente significativa per assistere dal vivo a una delle rare esibizioni di questo ensemble. Il concerto si è aperto con le delicate note di “Come Sunday”, per poi attraversare altre celebri composizioni del Duca. Tuttavia, il confronto con il songbook ellingtoniano – terreno meno consueto per una formazione da sempre legata alla scrittura originale dei suoi membri – non è sempre risultato pienamente convincente: in alcuni passaggi l’orchestra è parsa faticare nel restituirne lo spirito, e anche la chimica sul palco non è parsa così evidente. Non sono mancati, tuttavia, guizzi di creatività, soprattutto grazie agli interventi di Carlo Actis Dato, Sebi Tramontana e Alberto Mandarini, tra i più ispirati della serata.

Non è tuttavia semplice esprimere un giudizio netto su questa performance: l’approccio al repertorio ellingtoniano, volutamente molto libero rispetto agli originali, ha prodotto un esito in parte divisivo. C’è chi ha accolto il concerto con entusiasmo e chi, anche alla luce delle alte aspettative, si sarebbe aspettato qualcosa in più.
Nel complesso, si è trattato comunque di un’esibizione dal forte valore storico, attraversata da una sottile vena di nostalgia per una stagione musicale irripetibile.
Il set del quintetto guidato da Giacomo Serino e Saverio Zura, con la partecipazione di Raffaele Fiengo – ideato da tre giovani vincitori del Premio Sergio Ramella, dedicato ai jazzisti emergenti – si è mosso su un terreno differente. Il progetto si è basato su composizioni originali dei leader, caratterizzate da una scrittura personale che cercava consapevolmente di evitare soluzioni di routine. Accanto all’aspetto compositivo, non sono mancati interventi solistici significativi da parte degli stessi Serino (tromba) e Zura (chitarra), che hanno mostrato una buona padronanza del linguaggio e una chiara direzione espressiva. In questo contesto si è distinto in particolare Fiengo (sax alto), perfettamente calato nell’estetica del gruppo e autore di interventi solistici di notevole solidità, dal piglio personale ma con un fraseggio che ricordava a tratti quello di Steve Coleman.
Tra i momenti più riusciti del festival si colloca il concerto celebrativo dei quarant’anni degli Enten Eller. Storica formazione italiana, definita da qualcuno “uno dei più grandi enigmi del jazz italiano” per il divario tra qualità artistica e riconoscimento ottenuto, la band ha offerto una prova di grande compattezza e ispirazione. Tutti e quattro i musicisti (Alberto Mandarini, Maurizio Brunod, Giovanni Maier e Massimo Barbiero) sono apparsi in forma smagliante, pienamente immersi in una musica che continua a rivelare una scrittura raffinata e una forte identità timbrica.

Attesissimo era anche l’appuntamento con Bill Frisell ed Eyvind Kang, impegnati nella sonorizzazione del film The Great Flood del regista Bill Morrison, dedicato alla grande alluvione del Mississippi del 1926–27. Si trattava di un evento fortemente voluto dalla direzione artistica e presentato in forma esclusiva per Torino, nonostante i musicisti fossero impegnati in una tournée europea con un progetto differente. Dopo il successo dello scorso anno con il progetto di Jason Moran dedicato a James Reese Europe, anch’esso costruito sulla relazione tra musica e immagini, il festival ha confermato l’attenzione verso un linguaggio che, pur affondando le proprie radici nelle prime forme di accompagnamento musicale al cinema, trova oggi nelle nuove tecnologie possibilità espressive pressoché infinite.

Il lavoro di Morrison – costruito a partire da materiali d’archivio rielaborati attraverso processi di deterioramento controllato e manipolazione della pellicola – ha trovato un contrappunto musicale di grande raffinatezza nelle partiture di Frisell e Kang, sviluppate in stretta relazione con la struttura narrativa del film. In più momenti, la musica convergeva con precisione sulle sequenze visive, creando un dialogo serrato tra suono e immagine. Parallelamente, tra i due musicisti si instaurava un’interazione intima e raccolta, quasi come due amici seduti attorno a un falò notturno, intenti a costruire una musica a tratti strettamente aderente alle immagini della pellicola, a tratti invece più onirica e sospesa fuori dal tempo. L’Auditorium Giovanni Agnelli si è confermato il contesto ideale per questo tipo di esperienza immersiva.

Il risultato è stato un concerto di grande qualità, segnato dal lirismo e dalla cifra stilistica inconfondibile di Frisell – distante dall’approccio di Ribot e più vicina a un immaginario “Americana”, tra folk, blues e country rielaborati alla propria maniera. A voler individuare un limite, si potrebbe osservare come la ridotta dimensione dell’organico abbia in parte contenuto la varietà complessiva del discorso musicale.
Il concerto degli Irreversible Entanglements, andato in scena all’Hiroshima Mon Amour, ha offerto un’esperienza sonora intensa e stratificata, sviluppata con grande energia e a ritmi serratissimi, ma capace anche di aprirsi a passaggi più meditativi, animati dalla spoken word di Moor Mother. Il gruppo si muove in un territorio post-jazz attraversato da molteplici influenze: quella più evidente resta lo spiritual jazz, ma non mancano elementi riconducibili al free, alla techno, alla dub e al drum and bass. Ne deriva un flusso sonoro vario, capace di attraversare diversi ambienti espressivi, in cui affiorano, in alcuni passaggi, richiami al Miles Davis elettrico del periodo post-Bitches Brew. Più filtrata, ma comunque percepibile, è l’eredità spirituale dell’Art Ensemble of Chicago.

In evidenza il fraseggio torrenziale di Keir Neuringer al sax soprano (ma impegnato anche alle tastiere) che in alcuni momenti sembrava agire come un incantatore di serpenti, perfettamente funzionale al maelstrom sonoro generato dalla band. Al suo fianco, l’implacabile spinta propulsiva della sezione ritmica composta da Luke Stewart e Tcheser Holmes, insieme al contributo essenziale di Aquiles Navarro, disimpegnato non solo alla tromba ma anche al corno di bue, ha contribuito a definire una trama sonora densa e continuamente in movimento. Un concerto che conferma lo status di una band in costante ascesa e in continuo divenire.

L’ultimo concerto seguito è stato quello dell’ottetto guidato da Federico Calcagno, uno tra i nomi più interessanti della nuova scena italiana, qui alla guida di un ensemble europeo formatosi ad Amsterdam. L’organico – comprendente vibrafono, violoncello, trombone, clarinetto, sax alto e sezione ritmica – ha offerto a Calcagno l’opportunità di esplorare combinazioni timbriche articolate all’interno di un repertorio originale di jazz contemporaneo. Un set che ha messe in luce, ancora una volta, la volontà del leader di muoversi al di fuori di percorsi prevedibili, alla ricerca di nuove direzioni espressive e per questo sempre meritevole di attenzione.
Nel complesso, il Torino Jazz Festival si conferma una manifestazione capace di tenere insieme dimensione popolare e ricerca, grandi nomi e nuovi progetti, radicamento urbano e apertura internazionale. Un equilibrio non scontato, che continua a rendere Torino, per alcuni giorni, uno dei centri più vitali del jazz di oggi.
