Nik Bärtsch’s RONIN, Milano, 10 novembre 2019

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L’ipnotico quartetto del pianista svizzero approda a Milano per una live session che si è rivelata emozionante ed evocativa. Parliamo di Nik Bärtsch e dei fedeli compagni Sha, Thomy Jordi e Kaspar Rast.

Difficile descrivere l’onda che ci investe fin dalle prime note, quasi come se il palco svanisse per lasciare tutto lo spazio al crescendo di suoni ed energie (di cui abbiamo parlato nella recente intervista). Musicisti che viaggiano in un flusso univoco e simbiotico, per quanto ognuno di essi rappresenti un elemento dalla forte e singolare personalità. Ed è proprio per questa ragione che i quattro formano un organico eccezionale, un autentico movimento in grado di cogliere l’essenza dei brani scritti da Bärtsch e svilupparla in una tessitura fatta di preziosi dettagli.

Kaspar Rast – Foto di Soukizy

La setlist si basa in buona parte sull’ultimo lavoro, «Awase» (ECM), che per chiunque già lo ama è un disco di forte impatto che resta nell’orecchio e nel cuore (e lo sarà anche per chi ancora non lo conosce). Il concerto si apre infatti con il lungo racconto di Modul 58 per proseguire con Modul 60, Modul 56 e A, brano quest’ultimo composto da Sha, Modul 36 e Modul 17. Ci si sente come trasportati e liquidi, investiti e sollevati, arricchiti di qualcosa che delizia sia gli occhi (la comunicazione visiva tra i musicisti è ininterrotta) sia le orecchie.

Il materiale a disposizione del quartetto è pressoché illimitato, come lo sono le energie rilasciate dall’esecuzione. Con gioia assistiamo al concerto e ci perdiamo nel suo mood: quanto avviene è rilassante e meditativo e, al contempo, smuove forze interiori non ben identificate, declinando panorami di pienezza e silenzio. Gli strumenti, vivi come corpi, cedono a dimensioni altre e sono in grado di incarnare le sfumature minimaliste e multiple del linguaggio di Bärtsch; linguaggio fatto di jazz, funk, improvvisazione, il tutto avvinghiato a uno scheletro di melodie e cellule ritmiche che respirano spiritualità, gusto, raffinatezza.

Bärtsch dirige il gruppo dal lato del palco con uno sguardo vitale, attento e quasi sempre sorridente; le mani e le tastiere non sono chiaramente visibili ma, paradossalmente, lo sono più le note e la forza con cui il pianista le affronta e le racconta. Al basso, Jordi resta spesso in meditazione a occhi chiusi, quasi come se splendesse di una particolare luce che si riflette sulle corde dello strumento, e il risultato è magico. Sha arriva forse da un altro pianeta: è un tutt’uno con i suoi strumenti come se essi fossero un’appendice del suo corpo e suona in uno stato di piacevole abbandono. Rast – una macchina potente – cavalca le percussioni con maestria.

Nik Bärtsch | Sha – Foto di Soukizy

Il pubblico è investito da un’aura particolare, evidentemente consapevole della limpida unicità di questo mare insolito e popolato da creature fantastiche. Qualunque sia stata la durata della performance, la notte si sottrae a essa ed esplora il posto in cui nascono i sogni, per svelarci strati profondi e di vitale importanza.

Nik Bärtsch | Sha | Thomy Jordi | Kaspar Rast – Foto di Soukizy

Soukizy