Silent Fires: la fiducia totale in un’idea

1984

In occasione della data milanese di Silent Fires del 23 febbraio (purtroppo annullata), l’accogliente salotto di Casa Da Paes ha ospitato un momento memorabile a strumenti «spenti». Non tanto un’intervista quanto un incontro speciale di anime, un dialogo che instaura o accresce connessioni, fatto di piccole magie e dal quale emergono numerosi spunti. A enfatizzare la bella cornice, la delicatezza dei «fuochi silenziosi» caratteristici delle sonorità̀ del quartetto. Ne abbiamo parlato, tra un caffè e una tisana, al crepuscolo, senza sapere che il silenzio del mancato concerto avrebbe invece spalancato la mente a nuove possibilità̀, come la loro musica è in grado di fare. «La fiducia totale in un’idea», come la definisce Alessandro Sgobbio, è esattamente la luce che leggo nei loro occhi – e nei miei – durante l’amichevole conversazione su «Forests» (2019, AMP Music & Records)

Silent Fires – Foto di Soukizy

Benvenuti e grazie di essere qui. Prima di tutto vorrei chiedervi come vi siete incontrati e come siete diventati i Silent Fires?

Alessandro Sgobbio: Mi piace definirla come una storia naturale. Ci siamo incontrati in modi diversi e in situazioni diverse, nel corso di circa due anni. Quando ho iniziato a studiare in Norvegia all’Accademia di Musica, ho iniziato a mettere su un gruppo e quindi a incontrare alcuni dei musicisti che potessero andare nella stessa direzione di quello che avevo in mente. Alcuni anni fa avevo incontrato Håkon in occasione del Parma Jazz Frontiere, festival che ha sempre promosso musicisti scandinavi in Italia. Håkon suonava in un trio con Ayumi Tanaka & Jakop Janssønn. All’inizio è stata quindi più̀ una relazione di amicizia, abbiamo suonato insieme solo diversi anni dopo.

Ho incontrato successivamente Hilde, a inizio 2016, in quanto cercavo dei musicisti per la mia audizione in Accademia a Oslo. Cercavo un terzo componente e non avevo ancora in mente qualcuno in particolare. Ho cominciato, quindi, ad ascoltare tutti i dischi dell’etichetta Hubro. Quando sono incappato in quello di Hilde («Ask»), mi sono detto “Ma chi è questa ragazza che suona la tromba in questo modo?”. L’ho contattata e in realtà̀ la comunicazione fra di noi è stata molto veloce. E lei era molto felice di partecipare a questa audizione. Sempre a Parma avevo conosciuto il batterista Øyvind Skarbø, ero andato a vederlo quando suonava con il trio 1982, un concerto fantastico. Erano passati diversi anni e non avevamo più̀ avuto modo di sentirci, ma ho comunque ricontattato Øyvind e ci siamo accordati perché io andassi a Bergen per incontrarci e invitarlo a questa mia audizione. Così facciamo l’audizione con Hilde e Øyvind, il tutto va molto bene e in un paio di mesi mi ritrovo a Oslo. È lì che ho finalmente cominciato a scrivere il repertorio per questo progetto.

Mentre suonavo già̀ da un anno con Hilde e Håkon, ho trascorso un semestre di studi a Copenaghen e lì ho conosciuto Karoline. Mi parlavano tutti di lei e del fatto che avrei dovuto incontrarla perché́ sarebbe stata la voce perfetta per Silent Fires. Abbiamo cominciato a collaborare per alcuni concerti a Copenhagen, e successivamente le ho chiesto di unirsi al quartetto. Nel frattempo, quando abbiamo iniziato a suonare, Synne era tra il pubblico, a scattare foto: tra l’altro è sua una delle nostre prime foto come quartetto! Abbiamo parlato: lei, ispirata dalla musica, ha detto che le sarebbe piaciuto danzare. Così si è unita a noi in un concerto dell’aprile 2018 al Nasjonal Jazzscene di Oslo. Il giorno dopo saremmo andati da Stefano Amerio ad incidere il disco. Ecco perché la definisco una storia naturale: è fatta semplicemente di connessioni e dialogo. Per me è stato un grande piacere vederci tutti riuniti, perché eravamo tutti molto impegnati, essendo tutti dei bandleader. È avvenuto tutto passo dopo passo.

Karoline Wallace: Io e Alessandro studiavamo nello stesso master e abbiamo iniziato come duo. Il master era molto impegnativo, eravamo sei persone di tre paesi diversi. Non conoscevo Hilde e Håkon prima di iniziare il progetto. Quindi per me è stato abbastanza nuovo e molto stimolante.

Håkon Aase: Mi è piaciuto moltissimo suonare con voi, abbiamo modi diversi di suonare rispetto alla maggior parte dei musicisti norvegesi e me ne sono reso conto dopo un po’. Mi piace la musica astratta e le energie che nascono quando suoniamo assieme. Anche perché́ siamo tutti di mentalità aperta e ciascuno può fare ciò che sente, cosa per me molto. E la combinazione delle quattro personalità̀ rende tutto interessante secondo me.

Synne Garvik: Ascoltandovi da fuori l’impressione è di un unicum con diverse personalità̀ ben definite, che rende unico il progetto nel suo genere.

Hilde Marie Holsen: Per è una nuova sfida, perché́ di solito suono in gruppi più̀ piccoli, in duo o trio. Questo, invece, per me è un nuovo modo di lavorare. Lavorare con altri tre musicisti richiede un focus maggiore e mi sprona a capire in che modo contribuire assieme a loro a ciò che facciamo.

Raccontatemi qualche dettaglio di come funziona il progetto.

Alessandro: È una sorta di repertorio galleggiante, ed è un tipo di progetto open space. I musicisti hanno molta libertà, e questo piace a tutti. Per esempio, Hilde manipola un sacco di strumentazione. A volte può̀ essere impervio scegliere e cambiare rapidamente scena. Ovviamente in questo caso segui il flusso della musica.

Hilde: Per me la musica non è free. In parte si, ma allo stesso tempo proprio no. Ci sono molte cose che ho bisogno di sapere nel momento giusto, rispetto all’armonia e agli accordi per esempio.

Karoline: Abbiamo dei ruoli specifici nella band. Non sono «io» dal punto di vista personale. Potrebbe anche essere un racconto della mia storia. Mi sento come una portavoce e, visto che la voce è al centro del progetto, è un ruolo che va preso con una certa responsabilità̀.

Alessandro: Alla parte della composizione, come diceva Karoline, ho lavorato per due anni, durante il famoso master, partendo da un paio di brani non ancora pubblicati. Ho scritto la musica e buona parte dei testi: una prima assoluta, per me, in quanto non avevo mai davvero scritto un repertorio incentrato sulla voce se non per un progetto di spoken word a Parigi. Ho iniziato a lavorarci su e ho pensato che fosse un’occasione unica per concentrarmi su qualcosa che non avevo mai fatto prima. Ho scritto viaggiando e vivendo, per via di questo master, fra Oslo, Göteborg e Copenaghen. Ho anche trascorso molto tempo a leggere un sacco di libri. Ho estratto e messo in relazione alcune parti di queste pagine e ho provato a scrivere alcuni testi. Quindi ogni giorno mi recavo a scuola, scrivevo idee al piano, selezionando alcune parole e cercando di trovare la migliore connessione fra le parole e la musica. Questo è stato un po’ il punto di partenza. Avevamo anche una specie di «semester concert» in Accademia, dove potevamo presentare la musica composta durante i mesi precedenti.

L’intenzione era di raccogliere e finalizzare queste idee su carta in maniera diretta e naturale, in modo da permettere a tutti i musicisti una maggiore libertà di esecuzione. Con il mio insegnante lavoravamo su non più di due pagine per brano, qualcosa di molto semplice e concentrato, una specie di lavoro di sottrazione. Ogni brano visto come una piccola preghiera contemporanea. Per esempio, il brano Silent Fires era nato con una sua armonizzazione specifica e definita, ma nella versione in studio l’abbiamo eseguito in maniera molto diversa, sembra quasi nudo: comincia in maniera molto eterea, e anch’io suono poche note al pianoforte. In altri casi, durante le registrazioni abbiamo tirato fuori molto di più̀: infatti quello che senti sul disco è il risultato dell’interazione e ispirazione reciproca tra noi quattro in sala di incisione.

Si accennava al prossimo album. Ma com’è stato incidere «Forests»?

Alessandro: Si, abbiamo già venti pezzi pronti. Quando siamo andati da Amerio, in realtà̀ abbiamo fatto giusto un concerto il giorno prima, e avevamo un mini-tour italiano che partiva subito dopo la seduta di registrazione. Nell’entrare in studio ci siamo detti: nessuna aspettativa, suoniamo quello che sappiamo e basta. Desideravo davvero incidere, per me era come un grande dono che mi facevano tutti coloro che erano lì a condividere quell’esperienza, ma non avevo nessuna aspettativa particolare. Quindi non volevo esercitare alcuna pressione. E così ho pensato a Stefano Amerio, perché è un fantastico tecnico del suono e ti mette in uno stato d’animo molto zen, quando sei nel suo studio. Abbiamo registrato molti brani, diciassette in tutto. In maniera ancor più̀ sorprendente, parlando dell’approccio spontaneo di questo disco, abbiamo fatto tutto in due giorni, mentre io avevo prenotato lo studio per tre. E i brani sono arrivati da soli al punto giusto, ogni pezzo è stato registrato una, massimo due volte.

Håkon: È sempre bello quando in studio non ti aspetti niente, perché poi ottieni idee più̀ creative. E il risultato sembra più̀ spontaneo.

Hilde: Abbiamo suonato tutti insieme, credo abbiamo suonato giusto un paio di battute al di fuori delle registrazioni, separatamente. Questo è straordinario.

Alessandro: È stato tutto spontaneo, anche se so che tutti sono perfezionisti e attenti al da farsi. Volevo trattenere questa sensazione di calma, e spero di esserci riuscito. C’era un silenzio davvero elegante, e tutti avevamo la stessa concentrazione. Anche con Stefano è stato tutto naturale. Era stupito che fosse tutto pronto e tutto liscio. E Synne, come accennavamo prima, ha cominciato a collaborare con noi il giorno prima della registrazione.

Synne, tu che cosa senti quando danzi su questa musica?

Già al primo ascolto ho sentito che c’era musica nei miei movimenti. Quindi dapprima abbiamo parlato e poi ci siamo incontrati mentre loro stavano facendo delle prove. Cosi Alessandro mi ha dato tre brani, pensando che sarebbero stati adatti. E quando ho sentito Silent Fires ero decisa a danzare sopra la loro musica. Alessandro mi vedeva, come Karoline, come una storyteller, voleva che anche io portassi una voce, con la mia espressione. Ogni volta che ci esibiamo per me è sempre diverso: forse perché loro sentono la mia energia e io la loro. E questo ti fa sentire vivo. È un’emozione speciale.

Cosa state ottenendo da questa esperienza?

Karoline: È un’esperienza molto diversa dalle altre che ho fatto, e mi piace molto. Penso di aver imparato molto. Ti senti sempre libero.

Hilde: Anche imparare a non essere troppo personali. Quando improvviso le mie cose è diverso rispetto a quando suono con loro, perché devo «rispondere» anche agli input degli altri membri. E se suono qualcosa di inaspettato succederà̀ comunque qualcosa.

Alessandro: Quando suoniamo è sempre diverso, perché lasciamo tutte le possibilità̀ aperte: Di volta in volta ognuno di noi si connette agli altri in modo diverso, e ognuno è libero. Ecco perché durante i live i brani spesso durano più̀ a lungo.

Håkon: Nelle melodie ci sono intervalli che sembrano strani, invece sono molto naturali e suonano bene. E questo è difficile da realizzare, tu lo fai molto bene [riferendosi ad Alessandro].

Alessandro: Sì, uso delle mie tecniche. Ho imparato molto dai miei insegnanti in Conservatorio. Mi hanno trasmesso anche molte idee sull’improvvisazione. I ragazzi possono fare quello che vogliono. Non do mai loro delle istruzioni. Hilde può̀ distruggere quello che vuole! Karoline è forse più̀ coinvolta con il canto a guidare un po’ il tutto, ma anche lei può̀ fare ciò̀ che sente.

Quando abbiamo iniziato a provare il repertorio, abbiamo messo insieme le nostre idee in modo collettivo ed egalitario. Abbiamo iniziato a suonare e ho sentito qualcosa di molto speciale. La mia prima sensazione è stata: suona tutto molto (troppo) bene… e ho avuto paura. Mi sono detto: ovviamente questo progetto funzionerà̀, ma come posso riprodurre lo stesso risultato ogni sera, e in maniera così naturale come in questa prima prova? È impossibile. Penso che fosse del tutto normale avere questa sensazione. Anche questa è stata un’esperienza vitale. Alcuni istanti prima di un concerto, Håkon è venuto da me e mi ha detto: Alex, scusa, posso fare quello che voglio in quel passaggio che mi hai indicato prima? E io ho risposto: Certo! Questa è la quintessenza del progetto, il nucleo.

Possiamo approfondire i testi?

Alessandro: È difficile riuscire a mettere insieme delle idee personali e fare in modo che non diventino una sorta di manifesto. L’idea dei testi è nata da alcune letture nel periodo in cui stavo scrivendo questo repertorio. Mi sono ispirato a uno scrittore abbastanza controverso come René Guénon. Questa scoperta è arrivata assieme a una mia ricerca personale di lunga data: mi sono sempre interessato di spiritualità̀ in generale. Pensavo al repertorio come a qualcosa di utile alla meditazione, o meglio che potesse ispirare la meditazione. Ed è difficile parlarne, perché è qualcosa che devi ricercare in maniera personale, quindi non puoi imporlo.

Ho letto molto di teologia, da appassionato, qualcosa anche di extra-cristiano o extra-religioso, in alcuni casi anche controverso. Questo è stato il punto di partenza. Ho composto partendo da questi spunti, e ho trovato un collegamento tra il messaggio di queste letture e la musica. Visto che il mondo è spinto sempre più̀ verso una forma di accelerazione, il disco vuol essere anche un ritorno alla calma, un’esortazione a rallentare. Con i ragazzi non ho condiviso più̀ di tanto, a parte questo. Volevo che ognuno apportasse qualcosa secondo il proprio sentire.

Per me questo disco vuol essere un’ispirazione per chiunque sia interessato a queste tematiche. Questa è una musica che richiede una presenza personale. Ed ecco anche perché ogni nostro concerto è diverso. Anche quando il concerto non ha luogo, come in questa occasione.

 

L’intervista si svolge disinvolta e si conclude con sorrisi reciproci. Resta nell’aria qualcosa di unico, come se avessimo varcato i confini spaziali per recarci insieme in un’altra dimensione: un’esperienza di forte impatto. La casa resta immersa nell’elegante silenzio che fa da culla ai cinque ospiti. La stessa eleganza che ritrovo tra le note del disco: un viaggio musicale ma soprattutto spirituale, pregno di anima.

La chiacchierata con Alessandro è proseguita privatamente per ore, intorno alla musica e alle sue esperienze. Attingendo anche a memorie emotivamente toccanti e di valore inestimabile. «Forest» è dedicato al pianista ucraino naturalizzato norvegese Misha Alperin, con il quale Alessandro ha studiato e che è stato soprattutto una guida spirituale e un mentore. Alessandro racconta del loro incontro, delle giornate condivise al pianoforte e non, e dell’atmosfera scandinava che ha incorniciato quei momenti. Ascolto le sue parole e vedo un film scorrere nei suoi occhi. Silent Fires è un nome scaturito dall’interno di questo nucleo, quasi un sogno. Alla luce delle parole e dello scambio, e dopo ripetuti ascolti della loro musica, ci si sente dentro il sapore di quelle terre, quell’elegante silenzio vitale e centro di rigenerata forza: la trasposizione è fatta di note e di anime ricettive in grado di alimentare un persistente fuoco, divenendo territorio prezioso e luminoso.

Soukizy