Mina e Gaber: la tigre e il corsaro

Alberto Bazzurro (foto di Rino Petrosino)

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Giorgio Gaber e Mina (foto di Rino Petrosino)
Giorgio Gaber e Mina (foto di Rino Petrosino)

Due nuovi album riportano sotto i riflettori due grandi artisti – Mina e Gaber – che hanno anche una storia in comune. In più, omaggi a Gianmaria Testa e Dorival Caymmi.

La nostra storia prende le mosse nell’anno e mezzo che va dalla primavera 1969 all’autunno 1970, ormai quasi mezzo secolo fa. Sarà il caso di metter giù qualche data. Partendo dal 26 giugno 1969, un giovedì sera, allorché il Programma Nazionale (l’attuale Rai 1) mette in onda una puntata di Senza rete con protagonisti Giorgio Gaber e Mina. I due si sono già trovati fianco a fianco, in situazioni del genere (nel 1965 la Ri-Fi aveva pure pubblicato un lp a due dal titolo «Mina & Gaber – Un’ora con loro», una facciata a testa), ma stavolta fanno le cose più in grande. Insieme, o più spesso ognuno per suo conto, cantano A questo punto, Sai com’è, Non arrossire, Suona chitarra, Com’è bella la città, Non credere e parecchio altro. Pare sia questa l’occasione in cui nasce (o forse prende corpo) l’idea di fare qualcosa assieme che non sia l’incontro di una singola serata, come per esempio avverrà ancora di lì a sei mesi per Avanti il prossimo!, spettacolo di capodanno in diretta tv. A quel punto, del resto, i giochi sono ormai fatti: il recital a due voci è pronto al debutto, che avverrà il 16 gennaio 1970 al Teatro Ariston di Sanremo. Sono tre ore di spettacolo fitto, primo tempo per Gaber, secondo per Mina, finale insieme, che parte poi per una quarantina di date in giro per l’Italia. A Sanremo, inteso come festival, Mina è stata due volte, consecutive, 1960 (addirittura con due brani, fra cui È vero di Umberto Bindi) e 1961 (ancora due canzoni, tra cui Le mille bolle blu), Gaber quattro, l’ultima (definitivamente, come del resto quella del 1961 per Mina) nel 1967 quando gli cade addosso (a lui come a tanti altri) la tegola della morte dell’amico Tenco.

I tempi si evolvono rapidamente, in quegli anni. Gaber, in particolare, a una dimensione teatrale ha sempre guardato con attenzione. Fin dal 1959, ancora Corsaro (in coppia col gemello Jannacci), ha portato in giro il recital, anche qui a due voci, con Maria Monti Il Giorgio e la Maria, in cui lei recitava dei monologhi su Milano intercalati dalle canzoni di lui. Poi i primi successi televisivi, l’istintiva simpatia, ma anche la consapevolezza di un ruolo fin troppo sclerotizzato, che si sente addosso sempre più stretto, persino soffocante. Accanto a Mina ha la sensazione di potercela fare in una nuova veste. Conosce da anni un pittore viareggino di nome Sandro Luporini, con cui ha anche scritto qualcosa, e ha il sostegno (anzi il pungolo) del direttore del Piccolo Teatro di Milano, Paolo Grassi (all’epoca Giorgio Strehler si era momentaneamente staccato dalla sua creatura), che il 23 aprile 1969 gli ha creato una sorta di «data zero», al teatro Quartiere Comasina, satellite del Piccolo, periferia nord di Milano, dal titolo – emblematico – Teatro incontro. Così fra il 15 agosto e il 3 ottobre 1970, proseguendo con le date, la RAI trasmette le sette puntate di …E noi qui, che Gaber conduce con la moglie Ombretta Colli e altri, dando già la misura, almeno in nuce, di ciò che sta per diventare: brevi monologhi, brani dall’album L’asse di equilibrio, decisamente altro rispetto all’immagine più consolidata che si ha di lui (anche se certe avvisaglie ci sono state praticamente da sempre), le prime istantanee del Signor G. Tre giorni dopo la messa in onda dell’ultima puntata di …E noi qui, il 6 ottobre 1970, Giorgio Gaber è negli studi Regson per registrare lo spettacolo per la sua nuova etichetta, che ne affiancherà per quasi trent’anni la straordinaria stagione teatrale, la Carosello. E’ nato ufficialmente Il Signor G, che quindici giorni dopo debutta al Teatro San Rocco di Seregno, sempre fortemente voluto (e sponsorizzato) dal Piccolo Teatro nella persona di Paolo Grassi, che crede a tal punto nello spettacolo e in questo nuovo Gaber da insistere, a fine stagione, affinché l’ex-Corsaro, un po’ perplesso per l’interlocutoria risposta del pubblico (la Gente di quella G, che non è solo Gaber) non abbandoni il progetto. La stagione teatrale 1971/72 vede così concretizzarsi Storie vecchie e nuove del Signor G, e con esso la consacrazione di un artista (grosso modo raddoppiate le recite, così come le presenze medie per serata) che non si toglierà più di dosso questa sua nuova pelle.

Mina, altrimenti detta la Tigre di Cremona, si regala nel frattempo anche lei una dimensione nuova (e un nuovo look) e dischi regolarmente ai vertici delle classifiche: dopo Non credere, arrivano i grandi hit targati Battisti (Insieme, Io e te da soli, Amor mio) e non (Grande grande grande, Parole parole), a imporne un’immagine appunto rinnovata. Con Gaber si ritrova nel 1972 a Teatro 10, altro storico varietà RAI del sabato sera, in un duetto che recupera icone pre-Signor G tipo La ballata del Cerutti, Trani a go-go, Barbera e champagne, Il Riccardo.

Si dirà: perché tutto questo preambolo? Per il semplice motivo – l’avrete capito – che Gaber e Mina sono tornati d’attualità negli stessi giorni, all’inizio di questa primavera che nel frattempo sta volgendo al termine, con due nuove produzioni discografiche. Di Gaber, Ivano Fossati ha prodotto «Le donne di ora» (Fondazione Gaber), scegliendo un manipolo di canzoni già edite ma aprendo con l’unico inedito, la title track, incisa dall’artista milanese pochi mesi prima di morire, il 1° gennaio 2003, ma non ultimata. Ci ha pensato così Fossati, incidendo le parti strumentali mancanti, e confezionando con tutto il resto un cd che ha il principale merito di riportare sotto i riflettori un artista che nessuno dovrà mai dimenticare. Così come Mina, che con «Maeba» (PDU) firma il suo album migliore da parecchi anni in qua. Risalta il duetto con Paolo Conte in ‘A minestrina, ma l’avvio con Volevo scriverti da tanto è subito molto incisivo e altri brani (Il mio amore disperato e Al di là del fiume, con testi dei compianti Paolo Limiti e Giorgio Calabrese, rispettivamente, Il tuo arredamento, sorta di nuovo sesto grado vocale come già le storiche Brava e Se telefonando, Un soffio) appaiono senz’altro degni di nota. Un ritorno in grande stile da parte di un’artista che, in una clausura che dura ormai da quarant’anni, sembra farsi veramente gioco del tempo che passa.

Post Scriptum. Ci corre l’obbligo di riferire, pur succintamente, di altri due omaggi. Nel primo, «Lio canta Caymmi» (Crammed Discs/Materiali Sonori), la cantante portoghese Lio rilegge il repertorio del grande Dorival Caymmi, di cui in agosto cade il decennale della morte. C’è molta delicatezza e anche un po’ di esilità di tratto, nel disco, che si fa comunque ascoltare con piacere (É doce morrer no mar, Nesta rua tão deserta, Valerá a pena e Quem vem pra beira do mar gli episodi più convincenti). Il secondo omaggio va invece a Gianmaria Testa, del quale, nel secondo anniversario della scomparsa (30 marzo), è uscito il dvd con i riflessi della serata organizzata il 22 settembre 2016 al Parco della Musica per ricordarlo. «Dalla parte di Gianmaria» (Incipit/Egea) riunisce una miriade di artisti (Fresu, Rava, Nada, Bollani, Mesolella, Mirabassi, Brunello, Cederna, Pagani, Paolo Rossi eccetera) che, presentati da Lella Costa, spaziano nel repertorio testiano e al di fuori di esso per tre ore e un quarto fitte fitte che non mancano di regalare qualche chicca (a Maurizio Geri, con Tesi e Marcotulli negli Amanti di Roma, daremmo la palma per la rilettura più calzante). E tanta prevedibile commozione.

Alberto Bazzurro

[da Musica Jazz, giugno 2018]