Mbizo Quintet «To Johnny Dyani» – Casa del Jazz Roma – 16.05.2026

Nato da una produzione originale targata Toscana Produzione Musica, un quintetto atipico guidato da Silvia Bolognesi porge il proprio omaggio all’indimenticato contrabbassista sudafricano

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Johnny Dyani è una figura forse poco nota al grande pubblico ma fra gli appassionati di jazz è un vero e proprio nome di culto. Esule sudafricano, il contrabbassista debuttò sulla scena europea al Festival di Antibes nel luglio del 1964 insieme ai leggendari Blue Notes, frequentando poi a lungo l’ambiente jazzistico del vecchio continente (in particolare quello inglese, ma non solo) fino alla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1986. Nonostante una carriera segnata da un destino tragico, Dyani e i suoi compagni lasciarono un segno profondo, partecipando a incisioni memorabili e contribuendo ad aprire il jazz europeo alla tradizione musicale sudafricana, ampliandone gli orizzonti espressivi e ridefinendone in parte lo statuto estetico.

La musica di Dyani era gioia allo stato puro: temi melodici travolgenti, pulsazione ritmica irresistibile, un linguaggio capace di favorire fraseggi serrati e spontanei, nei quali i musicisti potevano dare libero sfogo al proprio fervore creativo. A volte emergevano digressioni prossime al free jazz, altre volte un virtuosismo mai esibizionistico e sempre perfettamente integrato nel discorso musicale. Dyani (insieme agli altri Blue Notes) rimase fedele a questa visione per tutta la vita e, a quarant’anni dalla sua morte, viene oggi giustamente ricordato da questo quintetto a trazione italiana con la partecipazione speciale del trombettista Kirk Knuffke.

Dopo averlo conosciuto nelle fila del quintetto di James Brandon Lewis, Silvia Bolognesi (leader implicita del gruppo anche per lo strumento condiviso con Dyani) lo ha intelligentemente coinvolto nel progetto, approfittando anche del suo recente trasferimento in Italia. Knuffke è senza dubbio uno dei trombettisti più interessanti ed eclettici del panorama contemporaneo, grazie a una versatilità fuori dal comune e a una curiosità inesauribile verso le diverse forme del jazz. Lo ricordiamo non solo nel Red Lily Quintet di JBL, ma anche come ospite della New Jungle Orchestra di Pierre Dørge (che collaborò proprio con Dyani durante il suo periodo danese) in occasione di un concerto milanese per MiTo nel 2013, oltre che in progetti come «S Wonderful», disco in trio dedicato alla musica degli anni Trenta e precedenti, o in duo con Harold Danko («Play Date»), solo per citarne alcuni. Insomma, un musicista capace di attraversare linguaggi e contesti differenti grazie a una solida tecnica e a una rara capacità di adattamento, qualità confermate anche dal concerto romano.

Mbizo Quintet (Parrini, Knuffke, Bolognesi, Iannarella, Baron)
Mbizo Quintet (Parrini, Knuffke, Bolognesi, Iannarella, Baron)

Ma anche il resto della formazione si è dimostrato pienamente all’altezza. Ermanno Baron ha offerto alla batteria un accompagnamento autorevole e multiforme, garantendo una spinta ritmica calibrata e mai ridondante. Il violino di Emanuele Parrini rappresentava l’elemento di maggiore discontinuità rispetto alle formazioni classiche di Dyani, ma il suo contributo si è rivelato decisivo: sia negli inconsueti unisoni violino–tromba–sax, sia nelle sortite solistiche, ma anche nel ruolo di accompagnatore, durante il quale ha spesso fatto ricorso al pizzicato, evocando, a tratti, il suono dell’arpa. Pasquale Iannarella ha dato il proprio contributo con interventi graffianti e carichi di pathos al sax tenore, particolarmente efficaci nel bis del secondo set (in generale più ispirato del primo), quando ha intrecciato un dialogo serrato con la propulsione ritmica di Baron. E infine Silvia Bolognesi, oggi fra le interpreti più congeniali in Europa (e non solo) nell’affrontare il repertorio di Dyani, con il quale condivide un suono profondo, agile e perfettamente a fuoco. L’esperienza maturata accanto all’Art Ensemble of Chicago negli ultimi dieci anni ha rappresentato una consacrazione importante per una delle migliori musiciste italiane e si è rivelata determinante anche nell’approccio adottato per questo progetto.

Il repertorio era costruito principalmente attorno a composizioni originali di Dyani, fra cui spiccava la splendida Angolian Cry, incisa a metà anni Ottanta per la SteepleChase con un quartetto stellare completato da Harry Beckett, John Tchicai e Billy Hart. Accanto a questi brani, anche Parrini e Bolognesi hanno presentato composizioni originali chiaramente ispirate a quell’universo musicale. Avendo assistito a entrambi i set, resta una lieve delusione per la riproposizione della medesima scaletta, ma si tratta di un dettaglio che non ha compromesso la riuscita generale di un concerto comunque coinvolgente e di grande piacevolezza.

Uno degli album da leader più belli di Johnny Dyani: «Angolian Cry»

Chiudiamo però con una nota amara: la scarsa presenza di pubblico per quella che, dal punto di vista della proposta artistica, era una delle iniziative più interessanti dell’intera programmazione 2026 della Casa del Jazz. In Italia il rapporto con la cultura continua a oscillare fra entusiasmo e disattenzione, ma educare il pubblico a seguire sempre e soltanto i soliti quattro o cinque grandi nomi rischia inevitabilmente di anestetizzarne la curiosità, rendendolo sempre meno disposto ad assumersi il rischio della scoperta. Peccato, perché sono proprio concerti come questo che dimostrano come il jazz sia ancora una partita aperta, in continuo divenire, e tutta da godere.

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