«Led Zeppelin Suite». Intervista a Giovanni Falzone

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E’ dedicato al leggendario gruppo rock dei Led Zeppelin, l’ultimo lavoro di Giovanni Falzone con la sua Contemporary Orchestra. Ne parliamo con lui.

Giovanni, perché hai scelto proprio i Led Zeppelin?

Fanno parte di quei gruppi che mi hanno accompagnato durante l’adolescenza, grazie ad amici più adulti di me che mi facevano ascoltare i loro dischi. Dopo il lavoro che avevo fatto nel 2010 su Jimi Hendrix avevo voglia di fare un altro tributo che guardasse al rock, ma la scelta di un organico allargato mi ha permesso di mescolare ed elaborare la mia idea personale idea di jazz con l’eredità ricevuta sia dai Led Zeppelin sia dal mondo della musica accademica spingendomi verso un concetto, per citare il grande Giorgio Gaslini, di Musica Totale.

Il tuo disco non è annoverabile tra i tributi, perché hai solo tratto ispirazione da alcune cellule melodiche attinte da alcuni dei brani più belli dei Led Zeppelin. C’è un criterio che hai seguito nella scelta di questi frammenti? E come hai proceduto nella fase di composizione (o ricomposizione)?

La mia idea di tributo non è mai stata quella di rifare sotto forma di cover i brani dei musicisti da tributare, ma piuttosto ho sempre scelto sulla base del contributo e  l’eredità che quest’ultimi hanno lasciato nella mia formazione di musicista. Il criterio che seguo nella scelta dei frammenti è basato soprattutto su due aspetti importanti: a) la fluidità della linea melodica, visto che verrà affidata a degli strumenti – quindi senza la presenza del testo cantato;              b) l’aspetto ritmico/armonico dei riff sopra i quali spesso ridisegno nuovi intrecci sia ritmici che melodici. Non è un caso che tutti i tributi che ho fatto fino ad’ora facciano parte della serie degli Around proprio perché mi piace trarre ispirazione dal musicista o dalla band scelta da tributare, ma cercando di reinventare intrecciando le loro idee con le mie dando così vita a nuove composizioni dal quadro sonoro più articolato e inserito in un contesto di genere più ampio.

Perché hai suddiviso il tuo lavoro in quattro quadri?

Tutto il lavoro si svolge in quattro quadri, corrispondenti ai primi quattro album dei Led Zeppelin che ritengo i più significativi, anche se ovviamente tutta la loro produzione è meravigliosa. Per ogni quadro ho fatto una selezione di brani della band britannica e attraverso l’intreccio con le mie composizioni originali, ispirate dai brani scelti, ho dato vita a ciascun Quadro. Il risultato che ne è venuto fuori è di quattro mini suite. L’intera opera è quindi basata su una complementarietà costante tra i loro brani, i loro riff e le nuove invenzioni melodiche e ritmiche costruite attorno a quel materiale.

Quanto spazio hai dedicato all’improvvisazione rispetto alla musica annotata?

Nei lavori orchestrali penso che si debba trovare un giusto equilibrio tra musica scritta e musica improvvisata soprattutto per far sì che si possa mantenere una certa coerenza di sviluppo sempre senza allontanarsi troppo dalla composizione orchestrale (in realtà è un principio al quale tengo molto, tanto è vero che cerco di mantenerlo anche nei contesti di piccole formazioni). Mi piace pensare che l’improvvisazione debba essere uno sviluppo naturale (e non un mero esercizio di stile) legato principalmente alla composizione di partenza. In sintesi parlando di percentuale direi un buon cinquanta e cinquanta!

«Led Zeppelin Suite» a parte, quanto è importante per te l’improvvisazione?

L’improvvisazione per un musicista creativo credo sia di vitale importanza. Penso che un musicista di jazz debba avere la capacità di sapersi muovere in più ambiti improvvisativi: dall’improvvisazione radicale all’improvvisazione sui giri armonici degli standard e delle forme armoniche più complesse (passando per l’improvvisazione tematica, intervallare, su cellula, ritmica etc.).

Per riconquistare la fiducia e l’ascolto del pubblico più giovane, il jazz deve avvicinarsi nuovamente al rock?

Non credo che sia una questione di conquista del pubblico (almeno la mia) altrimenti avrei scelto una musica un po’ più «alla moda», considerando che il rock ha festeggiato da un bel pezzo i suoi primi quarant’anni; ma come avviene per la musica classica c’è il desiderio di dare vita, nel mio contenitore creativo, ad una miscela che sia il frutto della mia formazione musicale. Tutta!

Ci parleresti della Contemporary Orchestra?

L’ho costituita nel 2012 proprio con l’obbiettivo di far convivere i tre generi che amo: jazz, rock, musica classico-contemporanea. Oltre a me che dirigo ed espongo le parti solistiche con la tromba, in sezione c’è un flauto, un’altra tromba, un trombone, un trombone basso, un sassofono tenore, il fagotto, la chitarra, il basso, e la batteria. Un organico chiamiamolo anticonvenzionale: un po’ rock, un po’ classico, un po’ jazz. Avendo avuto la fortuna di suonare per tantissimi anni in un’orchestra sinfonica ho anche potuto assorbire le cose che reputo più stimolanti della musica del Novecento: per esempio non finirò mai di ringraziare l’esperienza fatta con la musica di Luciano Berio, di Edgar Varèse, con quella di Bruno Maderna e tantissimi altri compositori che mi hanno stimolato tantissimo. Ciò che mi interessava in sintesi era formare un’orchestra che, per sonorità, abbracciasse più mondi sonori in modo da potere sfruttare al massimo la differenza timbrica.

Nel 2011 la tua dedica fu nei confronti di Ornette Coleman. C’è un filo rosso che lega questi due progetti?

Certo che c’è! Forse ho anticipato prima la risposta di questa domanda quando dicevo, per l’appunto, che cerco di prendere dalla musica tutto ciò che mi ha stimolato e che in qualche modo ha contribuito a farmi diventare il musicista che sono. Armstrong, Parker, Varese, Coleman, Hendrix, Davis, Led Zeppelin, Stravinskij, etc… chi in un modo chi in un’altro hanno partecipato tutti alla mia formazione e io tributandoli è come se, nel mio piccolo, li ringraziassi tutte le volte. In definitiva quando penso a Ornette in realtà dentro ci sento anche tutti glia altri e cosi finisco tutte le volte nel ringraziarli tutti!

Dal punto di vista strumentale, sei – per così dire – nato con la musica classica. Il jazz quando e come è arrivato?

Il mio percorso strumentale è iniziato tardivamente (ho iniziato a suonare la tromba all’età di diciotto anni) al  conservatorio di Palermo dove mi sono diplomato in tromba classica in soli quattro anni. Diciamo che ho scoperto casualmente che mi piaceva la questo strumento, ma da quando l’ho provato posso dire tranquillamente che non ci siamo mai più lasciati! Il jazz è arrivato dopo che mi ero diplomato e dopo che avevo iniziato già a vincere qualche audizione nelle orchestre sinfoniche, teatri lirici e così via, proprio perché mi accorgevo, pur amando moltissimo il repertorio classico, che amavo variare i brani che suonavo e che sentivo avere una forte predisposizione per l’improvvisazione in tutte le sue sfaccettature e soprattutto un grande desiderio di cercare un «suono» diverso da quello canonico che viene richiesto ad una sezione orchestrale. Nel frattempo cominciavo a comporre, grazie all’esperienza in orchestra e trovandomi immerso tutti i giorni dentro il repertorio del Novecento, cominciavo a sentire l’esigenza di comporre cercando di mescolare e far convivere i generi tra loro. E così, passo dopo passo, incoraggiamento dopo incoraggiamento, dopo circa mille concerti nell’ambito classico, decisi che quel capitolo si era concluso per dedicarmi totalmente alla musica creativa e a quel tipo di composizione che mi permettesse di suonare e far convivere, seppur in una forma non convenzionale, i tre generi da me preferiti.

Nel tuo essere compositore, quanto spazio c’è ancora per la musica classica in generale e contemporanea, in particolare?

Diciamo che per quanto riguarda la composizione jazz cerco sempre di mantenere questo criterio di convivenza tra i due generi, anche se spontaneamente affido al linguaggio jazzistico una percentuale più alta. Poi in parallelo mantengo anche un versante prettamente compositivo (dove amo scrivere musica da camera per organici differenti eseguita da altri) dove è invece la componente classico-contemporanea a rimanere in percentuale più alta. Insomma amo la musica in tutte le sue declinazioni!

Sei anche uno stimatissimo didatta. Quali sono i primi consigli che dai ai tuoi studenti?

La didattica è un altro punto sul quale mi sono molto concentrato negli ultimi dieci anni. Ho scoperto che mi piace molto insegnare. Insegno in conservatorio a Brescia e a Siena Jazz University (due luoghi di grande stimolo per me) e cerco di dedicare la giusta energia. Insegnare, se lo fai bene, ti prosciuga. Infatti, arrivo a fine giornata stremato ma se ami farlo e ci metti grande passione e dedizione assume un significato altissimo.  I consigli che darei a chi inizia, specialmente se dotato di grande talento, sono quelli di non far si che il proprio talento diventi mai il peggior nemico, ma al contrario di dedicare tutti i giorni della propria vita allo studio serio, metodico e scrupoloso. Purtroppo capita spesso di vedere e sentire grandi talenti che però per contro non ricevono in dono la consapevolezza che solo il talento, se non accompagnato da dedizione, sacrificio, estro, personalità e mille altri micro componenti, vale ben poco e così si finisce spesso per diventare quelli che: «A vent’anni suonavano benissimo ah… se avessero studiato…». Ecco cari studenti di talento fate in modo che mai nessuno vi debba dire questa frase!

A tal proposito: come valuti la creatività dei giovani jazzisti italiani?

La valuto molto bene. Ci sono molti giovani musicisti in gamba che hanno anche, molto spesso, una buona progettualità. Purtroppo l’Italia fa sempre un po’ fatica ad accorgersi, a meno che non si esca direttamente e saltando ogni tipo di gavetta, da qualche canale preferenziale. Però, voglio dire a chi come me crede molto in ciò che fa di non mollare mai perché attraverso lo studio e la dedizione totale si arriva sempre nel cuore, dei pochi o tanti, che decidono di appoggiarti e sostenere il tuo cammino.

Cosa è scritto nell’agenda di Giovanni Falzone?

Per fortuna ci sono scritte tante cose, progetti diversi, proprio perché amo molto alternare le sonorità dei miei progetti:  Border Trio con il piano elettrico Fender Rhodes di Gianluca Di Ienno e la batteria di Alessandro Rossi; l’Open Quartet con Alessandro Lanzoni al pianoforte, Gabriele Evangelista al  contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria; Mosche Elettriche con Valerio Scrignoli alla chitarra elettrica, Danilo Gallo al basso elettrico e Riccardo Tosi alla batteria;   Il mio Solo Project per tromba ed elettronica; i Tinissima Quartet(un gruppo al quale tengo molto fondato dal mio fratello d’anima Francesco Bearzatti) e ovviamente la Contemporary Orchestra.

E nel diario segreto, quello dei desideri?

Di non perdere mai la consapevolezza di essere una persona molto fortunata!

Alceste Ayroldi