Dweezil Zappa: un custode intelligente e meticoloso dell’opera paterna

Dweezil Zappa riporta l’attenzione sulla bellezza della musica del padre Frank, che sapeva essere spiritoso ma anche molto serio

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Tale padre, tale figlio? Nemmeno per sogno. Frank Zappa era caustico e inarrestabile, scriveva musica in continuazione e passava il proprio tempo lottando contro i mulini a vento di un mondo che, giorno dopo giorno, sembrava avviarsi verso il baratro. Dweezil Zappa ha un temperamento completamente diverso ma, in comune con Frank, ha la dedizione, la passione e il rispetto per la musica. Dweezil ha dimostrato di essere un custode intelligente e meticoloso dell’opera paterna. Un suo concerto è un’esperienza musicale totale: provare per credere!
Frank Zappa è stato amato e idolatrato ma c’era anche chi lo trovava semplicemente disgustoso. Zappa fu uno dei primi a demolire gli steccati di genere: per lui la musica era un terreno aperto e sconfinato in cui si potevano tracciare ancora strade nuove. Visse per la musica e nella musica, muovendosi con irriverente disinvoltura in tutti gli ambiti musicali, dalla world music al blues, dal rock alla musica atonale, dal barocco all’elettronica. Nel dicembre 1993 la sua prematura scomparsa gettò nello sconforto molte persone ma non tutto era perduto: qualche anno dopo, nel 2005, il chitarrista Donald Calvin Euclid Dweezil Zappa (secondogenito di Frank, nato a Los Angeles il 5 settembre 1969) decise di complicarsi la vita e, di concerto con la madre Gail e il fratello Ahmet, progettò di riportare in vita la musica del padre. Di lì a poco Ahmet abbandonò il progetto ma Dweezil non mollò la presa e, in dieci anni di lavoro, ha dato nuova luce a musica contemporanea che sfugge a ogni catalogazione.

Nel 1973, quel buontempone di tuo padre disse: «Jazz is not dead. It just smells funny». Ironico e dissacrante, Frank Zappa ha sempre sfoderato un notevole senso dello humour.

Trovo che il suo umorismo fosse straordinario ma che, purtroppo, quando sei spiritoso e riesci a ironizzare facilmente su qualsiasi cosa, allora la gente finirà per pensare che non prendi niente sul serio, neanche te stesso. Nel caso di mio padre non era affatto così. Una delle ragioni per cui decisi di dare vita al progetto «Zappa plays Zappa» fu proprio l’intenzione di portare l’attenzione sulla bellezza della musica di un autore che sapeva essere spiritoso ma anche molto, molto serio, soprattutto con il proprio lavoro. Mentre era in vita realizzò più di ottanta dischi, molti dei quali doppi o tripli. Una media di cinque album all’anno. Non c’erano solo delle comedy songs eppure le radio mandavano in onda solo i pezzi – diciamo così – sbarazzini, come Don’t Eat The Yellow Snow, Bobby Brown (Goes Down), Dancin’ Fool o Valley Girl. Mi piacciono quelle canzoni ma non rappresentano in maniera esaustiva l’opera di un autore che ha saputo comporre Dog Breath Variations, G-Spot Tornado o Peaches in Regalia. Suonare la sua musica, per me, significa abbracciare tutto il repertorio e fare delle scelte consapevoli, al fine di non trascurare gli aspetti fondamentali del percorso di Frank Zappa.

L’esperienza live «Zappa plays Zappa» debuttò negli Stati Uniti dieci anni fa, nel giugno del 2006. Dopo centinaia e centinaia di concerti in tutto il mondo – sei delle quali in Italia, due nel 2006 e quattro nel 2010 – che cosa caratterizza il tour estivo del 2016?
In primo luogo un cambio di denominazione. Per motivi legali che sarebbe lungo e noioso spiegare ma che, purtroppo, hanno a che fare con alcuni ostacoli nati all’interno dello Zappa Family Trust, ho dovuto sostituire «Zappa plays Zappa» con «Dweezil Zappa Plays Frank Zappa». So che mettere nomi e cognomi dà un tono molto formale ma non avevo scelta, è l’unico modo per poter usare legalmente il nome di mio padre e restare coerente con quanto ho costruito in un decennio di lavoro. A volte accadono cose fastidiose o frustranti che non hanno assolutamente nulla a che fare con la musica ma che posso rischiarne la diffusione. Nonostante «Zappa plays Zappa» non si potesse più usare, i miei legali hanno trovato il modo di andare avanti e questa è l’unica cosa che conta: far vivere il lavoro di un grande compositore del Novecento, portandolo sui palchi di mezzo mondo.

Adesso quindi è tutto sistemato?
Sì, dovevamo assolutamente trovare una soluzione, c’erano già molti concerti in agenda di qui a fine anno incluso quello del 7 luglio a Montreux, dove abbiamo suonato assieme ai Deep Purple.
Proprio una reunion insolita! Il 4 dicembre 1971 Zappa e i Mothers stavano suonando al Casinò di Montreux, all’interno del quale scoppiò un incendio. Alcuni membri dei Deep Purple erano tra il pubblico e scapparono insieme a tutti gli altri. Poi, vedendo i fumi che scivolavano sull’acqua del lago di Ginevra, ebbero l’ispirazione per scrivere Smoke On The Water.
Proprio così, e i fan di Frank Zappa conoscono la vicenda a memoria. L’intero Casinò fu divorato dalle fiamme e non si salvò nulla. Non ci furono morti, per fortuna, ma tutto andò distrutto, compresi gli strumenti musicali della band. A 45 anni da quei fatti drammatici i Deep Purple e il gruppo del sottoscritto hanno voluto mettere in contatto i loro mondi – che non hanno moltissimi punti in comune, fatta eccezione per l’onestà intellettuale e per una certa energia – sullo stesso palco, al fine di celebrare insieme la musica di Frank Zappa.

Nel repertorio attuale ci sono anche pezzi di tuo padre che tu e i tuoi musicisti non avevate mai eseguito?
Aggiungere nuovi brani è sempre una bella sfida. Direi che uno degli aspetti più interessanti del lavoro è la fase di pre-produzione, quando mi siedo attorno a un tavolo con i musicisti per domandarci quali novità mostreremo nel tour in preparazione. Nei primi dieci anni di attività del progetto ho continuato ad aggiungere brani, allargando a dismisura la playlist iniziale. In un tour preparammo cinque nuovi brani durante le prime settimane di concerti, in un altro i pezzi aggiunti furono dodici.

Per il 2016 che novità avete preparato?
Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario del disco di debutto dei Mothers Of Invention, «Freak Out», quindi abbiamo parecchio materiale che focalizza l’attenzione sugli album dei primi Mothers. Ho seguito due strade, come d’altra parte fece anche mio padre [nel doppio cd del 1991 «Make A Jazz Noise Here», che includeva registrazioni del tour del 1988, ndA]: riproporre dei pezzi nella loro forma originale oppure creare una medley che accosta fluidamente, come un viaggio nel tempo, diversi momenti nella storia del gruppo. Non si tratta, in ogni caso, di un tour orientato esclusivamente al repertorio dei Mothers: Frank Zappa ha scritto e suonato circa 900 sue composizioni ed è importante mantenere un equilibrio e pescare in egual modo dagli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.

Per Frank Zappa ogni assolo poteva trasformarsi in una composizione istantanea. Dopo anni di assidua frequentazione dell’opera paterna ritieni di aver assimilato il concetto di instant composition?
Direi proprio di sì e me ne accorgo ogni giorno di più. Per me riascoltare le registrazioni in studio o dal vivo di mio padre significa capire e organizzare, cioè mettere a confronto, cronologicamente, il suo lavoro. Per lui la composizione era basilare e imprescindibile. C’erano due aspetti fondamentali che caratterizzano l’eccellenza di Frank Zappa. Il primo era la disinvoltura nel comporre certe tessiture di variazioni ritmiche. L’altro riguardava invece le variazioni armoniche, spesso spericolate. Conosceva una vastissima quantità di scale e le usava a piacimento, a volte infilandole coraggiosamente all’interno di una stessa canzone. Se proviamo a pensare in termini – diciamo così – cromatici, nei suoi «quadri» mio padre usava tutti i colori esistenti, facendo accostamenti anche in forte contrasto. Lavorando sui suoi brani ho dovuto giocoforza assimilare il suo linguaggio, il suo articolatissimo stile, le sue caratteristiche di autore. Mi sono immerso completamente e questo mi ha portato ad assimilarne anche la forma mentis.

E questo che cosa significa per te, da un punto di vista tecnico?
Creare con il mio strumento, la chitarra elettrica, un qualcosa che ho chiamato phrase generator. Si tratta di un metodo dinamico in cui la mano destra e la sinistra agiscono in modo coeso ma indipendente. Alla prima è affidata la parte ritmica, alla seconda quella melodico-armonica. Con la destra suono delle frasi di cinque note, ripetendole come se avessi inserito il pilota automatico. La mano sinistra decide se e quando suonare, ma non necessariamente ogni volta che le dita della destra colpiscono una certa corda: in tal modo non ci saranno ripetizioni o reiterazioni ma succederà qualcosa in grado di eludere le aspettative. Questo garantisce una certa libertà e, dal vivo, mi permette di creare e inventare in continuazione senza restare intrappolato in vincoli troppo rigidi. Di conseguenza, anche il gruppo che suona con me può decidere come intervenire, operando all’interno di una struttura ritmica fissa e dettata dalla mia mano destra.

In pratica è il punto di incontro tra musica scritta e improvvisata.
Esattamente. La cosa più complicata è usare le parole per descriverlo. Fartelo sentire con una chitarra semplificherebbe tutto ma ti costringerebbe ad allegare un demo a questa intervista!

Tra tutti i pezzi di Frank Zappa su cui hai messo le mani, ce n’è qualcuno che si è rivelato più insidioso o pericoloso di quanto sembrasse a un primo sguardo?
Quasi tutti i suoi pezzi sono molto complicati e te ne accorgi anche senza uno studio approfondito delle partiture. Invece, davanti ad altri – ma sono pochi – il giudizio si sospende e così viene spontaneo dire: «D’accordo, forse è meno peggio di quanto sembra, proviamo a suonarla e vediamo che cosa succede». Ovviamente molto dipende da quanto tempo hai per le prove. Se si parla del repertorio di Frank Zappa non puoi permetterti di essere approssimativo, devi necessariamente strutturare il processo in fasi progressive: ascolto, studio, apprendimento, esercizio, prove e, se tutto va come deve, il brano sarà inserito nella scaletta di uno dei concerti. Se invece non ne vieni a capo, è necessario escluderlo. Non ci sono vie di mezzo. I fan di mio padre sono parecchio agguerriti e non perdonano il minimo errore. Dal mio punto di vista è fondamentale eseguire ogni singolo brano in modo impeccabile. Ce ne sono alcuni che sono praticamente impossibili da fare in modo corretto, per esempio l’interludio di Ship Arriving Too Late To Save a Drowning Witch.

A proposito di quel pezzo, fu proprio tuo padre a scrivere che nessuna delle sue varie band riuscì a eseguirlo correttamente, e solo in qualche occasione ci andò molto vicino.
Nel disco che contiene quel brano, e che ha lo stesso titolo, c’è una versione ottenuta assemblando estratti da cinque diversi concerti, non appartenenti allo stesso tour e quindi provenienti da anni diversi. Sì, Frank ammise che nessuna delle sue band, nonostante ci avesse lavorato sodo, riuscì a suonarla bene e così fu costretto a crearne una versione cucendo insieme pezzi presi qua e là. Lui aveva una memoria formidabile e sapeva ricordare, per ogni concerto, quali erano le cose venute meglio o (a suo dire) peggio. Con il mio gruppo dobbiamo impegnarci per essere perfetti sul palco, non possiamo certo fare tagli o editing come in studio. Nel corso degli anni la mia band ha cambiato fisionomia molte volte. Gli unici superstiti sono Sheila Gonzales e Ben Thomas, entrambi polistrumentisti e cantanti. Gli altri sono Ryan Brown alla batteria, Kurt Morgan al basso e ai cori, Chris Norton alle tastiere, al violino e ai cori.

Che conseguenze ha avuto l’avvicendarsi di nuovi musicisti nel tuo progetto?
Sicuramente è aumentata la voglia di novità, cioè di inserire brani che ancora non avevamo in programma di fare. È stato incluso parecchio materiale degli anni Ottanta, preso da «You Are What You Is» e da lavori successivi. Quelle opere hanno rappresentato una fase molto importante nella carriera di mio padre perché manifestavano esplicitamente il suo dissenso, si opponevano alla mutazione politica e antropologica subita dall’America. Nello scegliere i brani non ci siamo preclusi nessuna strada, ogni opzione veniva presa in attenta considerazione, allo scopo di presentare della musica di qualità anche a chi la conosce poco o non la conosce affatto, come le giovani generazioni di ascoltatrici e ascoltatori.

Ma, secondo te, a chi è nato negli anni Novanta del Novecento (o in seguito) interessa ancora qualcosa della musica? Tu stai svolgendo in modo eccellente un lavoro encomiabile ma la fruizione della musica è sempre più superficiale e distratta, puro sottofondo privo di spessore o di identità. Prendendo a prestito le parole di tuo padre: quali possibilità ci sono oggi per la musica e, soprattutto, per la musica dal vivo?
L’unico modo per rispondere è suonare e vedere cosa succede. Per quanto riguarda le generazioni future… Be’, se i genitori invitano i loro figli ad ascoltare, allora è possibile che il valore della musica finisca per radicarsi nei giovani. Ma se gli adulti sono i primi a vivere la musica come un elemento accessorio finalizzato al puro divertimento, allora ogni speranza sarà vanificata. Anche la scuola dovrebbe avere una funzione in tal senso, intendo una funzione educativa. Non so quale sia la situazione in Italia ma negli Stati Uniti il quadro è sconfortante. Di conseguenza esistono schiere di persone con meno di trent’anni e alle quali è estraneo il concetto di ascolto della musica. Quando ero un ragazzo mi sedevo e ascoltavo un disco. Molti miei coetanei, interessati alla musica più o meno quanto lo ero io, facevano la stessa cosa. La musica era l’evento, non doveva accompagnare un bel niente perché era il centro dell’attenzione. In aggiunta c’erano la copertina illustrata dell’album, i pareri espressi dai giornalisti sui periodici specializzati e così via. Oggi quasi tutto è scomparso. La musica digitale e i video, entrambi facilmente reperibili online, soddisfano le necessità di chi vuole musica in continuazione e non è interessato a soffermarsi su nulla.

Ma la colpa è solo di chi ascolta?
Secondo me no. Una grossa responsabilità è di chi ha deformato il mercato musicale sino a renderlo un gigantesco contenitore di materiale da consumo omogeneo e prevedibile. Ci sono grandi artisti che sono riusciti ad avere successo ma, generalmente, chi arriva in cima alle classifiche (di qualsiasi classifica si stia parlando) nasce per scopi commerciali e quindi esiste per alimentare una macchina che macina soldi. Il punto è che ci sarebbe spazio per far girare musica di ogni tipo ma, in questo preciso momento, la massa preferisce acquistare una nuova app anziché un disco.

Perché?
Perché è più gratificata dall’ultimo pseudo-ritrovato tecnologico che non dall’ascolto di un brano inedito di questo o di quell’artista. Sulla natura della suddetta gratificazione dovremmo farci tutti quanti delle domande. E, indipendentemente dalla risposta, continuare a suonare.

Maurizio Principato

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